Covid-19 e allevamento intensivo, ancora un attacchi al settore

E’ di pochi giorni fa l’ultimo articolo che afferma come gli allevamenti intensivi siano una fonte primaria di inquinamento, stavolta non per i gas-serra, ma per la diffusione di PM10, che in molti hanno correlato a una incidenza di casi da Coronavirus nelle regioni del Nord Italia, alimentando intorno al tema una grande dibattito.

A questo proposito è necessario fare alcune specifiche: cosa è il PM10?

L’acronimo PM deriva dal termine inglese “Particulate Matter”, ovvero materiale particolato, e viene utilizzato per indicare le polveri sottili (o pulviscolo), quell’insieme di particelle microscopiche, solide e liquide, di diversa natura e composizione chimica, che si trovano in sospensione nell’aria che respiriamo.

Questo particolato può essere emesso in atmosfera da sorgenti sia di origine naturale sia antropica ossia frutto di attività dell’uomo. Tra le sorgenti naturali che formano il PM10 possiamo ricordare l’erosione del suolo ad opera anche dei venti sulle rocce, le eruzioni vulcaniche, gli incendi di boschi e foreste, la dispersione di pollini, il sale marino. Tra le sorgenti antropiche del particolato possiamo menzionare i processi di combustione in generale (ad esempio nei motori a scoppio, negli impianti di riscaldamento o nelle attività industriali, negli inceneritori e nelle centrali termoelettriche) e il traffico veicolare.

La città di Yogyakarta, in Indonesia, inquinata da ceneri vulcaniche durante l’eruzione del vulcano Kelud del 2014.


Ma l’allevamento quindi, che ruolo ha?

Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (ISPRA) certifica che il settore agro-zootecnico è responsabile di emissioni di PM10 in percentuali nettamente calanti negli ultimi anni e meno significative rispetto a quelle di altri comparti (11.8% nel 2018).
Come logica conseguenza delle misure adottate per il contenimento della pandemia con il blocco pressoché totale di numerose attività, l’ISPRA ha registrato una tendenza alla riduzione delle concentrazioni di inquinanti di circa il 30%. Il settore zootecnico durante la pandemia non si è fermato, garantendo l’approvvigionamento alimentare a tutti; le emissioni da attività agro-zootecniche, quindi, si sono stimate in linea con quelle tipiche del periodo.

Ecco che alla fine di marzo, in alcune provincie della Pianura Padana, si è registrata una preoccupante crescita di polveri sottili. In merito a ciò, l’ISPRA ha chiaramente certificato che queste particelle provenivano dalle correnti atmosferiche originarie dalla zona del Caucaso e Mar Caspio, e quindi non erano causate dall’allevamento.

Allo stato attuale delle conoscenze non è giusto affermare che esista un rapporto diretto tra spandimento delle deiezioni animali, superamenti dei livelli soglia del PM10 e contagi da COVID-19.
Bisogna inoltre considerare l’indotto economico tra aziende e dipendenti ad esso legato. In Italia la zootecnia ha visto nel corso dei secoli una riduzione dei capi allevati, durante i quali l’innovazione nelle tecniche di allevamento, di spandimento delle deiezioni e di alimentazione animale, ne hanno sensibilmente aumentato la sostenibilità ambientale. In un delicato momento in cui il Paese è messo a dura prova, non è accettabile mettere in discussione, senza fondamento scientifico, un settore che ha garantito produttività, nonostante le difficoltà evidenti, fornendo cibo a tutti, nel pieno rispetto delle disposizioni sanitarie.