Crotti: «Prezzo del latte fermo: ma così si chiude tutto»

«Dopo tre mesi l’intesa è ancora inattuata e i costi di produzione esplodono»

Riccardo Crotti, Presidente Libera Associazione Agricoltori Cremonesi

A quasi tre mesi dalla firma, nella sede del Ministero delle Politiche agricole, dell’intesa di filiera che avrebbe dovuto portare il prezzo del latte alla stalla a 41 centesimi al litro, ancora una volta le uniche quotazioni schizzate verso l’alto sono quelle dei costi delle materie prime e dell’energia. Per il resto, tutto tace. Nulla è cambiato nella remunerazione alle aziende agricole, che rischiano così di essere spinte inesorabilmente fuori mercato. Uno scenario che alimenta crescente scontento a livello nazionale, e contro il quale ieri è nuovamente intervenuto Riccardo Crotti, presidente di Confagricoltura Lombardia e della Libera Associazione Agricoltori Cremonesi. 

«Vogliamo rappresentare al mondo politico, alle istituzioni ed ai consumatori il particolare, difficile momento che sta attraversando la zootecnia da latte nel nostro Paese», ha spiegato. «In questa fase i produttori, gli stessi che non si sono mai fermati ed hanno sempre garantito il rifornimento di prodotti alimentari per gli scaffali della grande distribuzione, subiscono le pesanti conseguenze di un prezzo del latte alla stalla inferiore ai costi di produzione, oggi lievitati in misura esponenziale. E dopo il considerevole sforzo economico compiuto per migliorare gli standard produttivi e qualitativi delle loro aziende, oggi si trovano a non essere in grado di onorare i mutui contratti a quello scopo con le banche, e addirittura a non poter pagare i fornitori. È una cosa che dobbiamo dire forte e chiara a tutti: in queste condizioni le imprese non hanno più il necessario livello di sostenibilità economica; senza la quale anche la sostenibilità ambientale e sociale è destinata a diventare lettera morta. Nessuno pensi che la chiusura di un’azienda abbia conseguenze circoscritte ai suoi proprietari e lavoratori: l’effetto è inevitabilmente più vasto, a partire dal contraccolpo negativo sul gettito fiscale che sostiene le esigenze delle comunità».

«Quindi, danno economico per tutti, e incalcolabile danno d’immagine per un Paese che rischia di veder indebolire — non solo in termini di quantità — le produzioni regina del made in Italy agroalimentare, a partire dal Grana Padano e dal Parmigiano Reggiano: eccellenze che costituiscono tanta parte del nostro export, portando all’Italia fama e benessere. Mettere in difficoltà gli allevamenti e le imprese agricole sino a farli chiudere significa azzoppare il made in Italy del cibo, segando uno dei rami (l’altro è il turismo) sui quali siamo seduti. Vuol dire abdicare al dovere di fare sistema-Paese. È inaccettabile».