Defez: «Cibo a rischio. Questione nazionale»

«Sul tema degli approvvigionamenti occorre serietà. Stop a fobie e pregiudizi»

La sostanziale ‘diserzione’ delle imprese (gli operatori economici intervenuti fino ad ora si fermano al 4% del totale) non stupisce affatto Roberto Defez, tra i massimi esperti a livello internazionale in tema di Ogm e direttore da 26 anni del laboratorio di biotecnologie microbiche dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del Cnr di Napoli. Scade tra 12 giorni, venerdì 22, il termine per partecipate alla consultazione pubblica promossa dalla Commissione Ue sull’utilizzo delle nuove tecniche genomiche in agricoltura. Poco più di 1100 gli aderenti (l’80% cittadini, l’11% ricercatori e – appunto – il 4% operatori economici).

Roberto Defez, direttore Laboratorio di biotecnologie microbiche Istituto di Bioscienze e Biorisorse del Cnr Napoli

«Si tratta di consultazioni – commenta Defez – delle quali non si riescono a comprendere esattamente nè il valore nè la qualità. Nel corso del tempo abbiamo assistito a diverse iniziative del genere, con moduli uguali spediti da parecchi indirizzi differenti solo per fare numero. Questo risponde ad un falso concetto di democrazia. Su temi complessi come questi occorrono un filtro ed una rappresentanza anche strategica». Perché è inutile raccogliere pareri tra chi non conosce la questione, ferma – non a caso – da anni. «Direi da troppi anni», riprende Defez. «Basti pensare che la Corte di giustizia Ue fu interpellata sul tema delle nuove tecnologie nel 2016 su iniziativa dei francesi, pressati dalle loro organizzazioni anti-Ogm».

Nel luglio del 2018 la Corte ha stabilito che gli organismi prodotti mediante NGT sono OGM soggetti alle prescrizioni vigenti in materia. «E adesso, nel luglio 2022, siamo ancora impegnati a fare consultazioni…». Sei anni buttati al vento. «E’ evidente che mancano capacità e forza di compiere in materia una scelta seria, definitiva ed autorevole. Continuiamo a fare finta che nel frattempo non sia successo nulla: nè la siccità nè la guerra. Tutti i parametri sono cambiati e così – magari – appena conclusa questa consultazione ne verrà promossa un’altra… Intanto la situazione continua a peggiorare: mancano i fertilizzanti, i cereali, le derrate alimentari; le coltivazioni sono a rischio a causa della siccità, che certamente si riproporrà anche in futuro. E noi, anziché prendere in seria considerazione i possibili rimedi, discutiamo di come fronteggiare questo stato di cose con continui rinvii».

«Non in tutti i casi, però. La decisione di riaprire le centrali a carbone perché il gas russo arriva con il contagocce e i ricatti non ha richiesto tempi lunghi e consultazioni». Il trattamento è riservato solo a coltivazioni che potrebbero essere più robuste, con rese maggiori e minor fabbisogno di acqua. «Ricordo poi che non si tratta della loro produzione, ma del loro studio, che necessariamente richiede una sperimentazione in campo. La politica crede che subito dopo un eventuale ‘disco verde’ possano iniziare la coltivazioni, ma crede il falso. Secondo me servono almeno cinque anni di sperimentazione: dedicati a capire, studiare, valutare. Magari a decidere che non è la strada giusta. Con la scienza non si accende un interrutore: servono tempo e preparazione. L’immobilismo forzato di questi anni è paragonabile alla situazione di un atleta lasciato digiuno e senza allenamento, al quale viene chiesto all’improvviso di correre la maratona. Una strategia con la quale non si va da nessuna parte».

«Eppure si parla di alimentazione; di temi complessi che chiamano in causa la sicurezza nazionale (di ogni singolo Stato ma anche europea), richiedendo scelte autorevoli e responsabili. Di fronte a scenari che mutano in maniera così drastica, non è possibile rimanere attaccati alle fobie ed ai pregiudizi dello scorso millennio; alla negazione aprioristica della possibilità di studiare in concreto come combattere i cambiamenti climatici. Bisognerebbe guardare la realtà in faccia; dunque non comportarsi come se l’Europa potesse dipendere sempre di più dalle importazioni di derrate alimentari, ad un ritmo che i Paesi esportatori non potranno mantenere. C’è un rischio molto serio e concreto: dovrebbe essere gestito insieme dal Mise e dal Ministero della Difesa. Invece stiamo ancora discutendo sull’opportunità di non far produrre in Italia ciò che poi facciamo fare in tutto il resto del mondo per importarlo. Secondo Assalzoo, l’87% dei mangimi in circolazione in Italia contiene Ogm».

Per qualcuno rischiosi da produrre (a meno che non lo facciano gli altri) ma evidentemente sicuri da mangiare, anche se va detto a bassa voce… «Poi ce la prendiamo con gli struzzi. Ma chi nasconde la testa sotto la sabbia sono altri. A partire dagli pseudo-ambientalisti».