Giornata del latte: Piaga fake news “Un male oscuro”

Graffigna: «Producono insicurezza anche verso le cose più belle o utili
C’è un gap da colmare. Serve un linguaggio più chiaro col consumatore»

Fake news e pregiudizi nei confronti di certe produzioni alimentari trovano alimento in una situazione da conoscere e affrontare in modo adeguato. Senza illudersi che ci siano facili scorciatoie o che si possa evitare un confronto attento alle percezioni altrui. «I percorsi decisionali, di acquisto da parte dei consumatori o di valutazione delle informazioni, possono essere anche irrazionali, lasciano uno spazio importante all’intuizione e si basano su un diffuso bisogno di semplificazione».

Lo ha ricordato Guendalina Graffigna, professore ordinario di psicologia dei consumi e della salute presso l’Università Cattolica, dove dirige il Centro di Ricerca EngageMinds HUB – Consumer, Food & Health Engagement Research Center. «C’è un problema di ‘riconoscimento’ ma, prima ancora, una frattura sempre crescente segnata dalla mancanza di fiducia da parte dei consumatori». Un ‘male oscuro’ che «produce insicurezza anche verso le cose più belle, apprezzabili o utili». Inutile attardarsi a discutere su chi abbia più o meno ragione, non è quello il cuore del problema. Piuttosto esistono due lingue, due culture e saperi che non comunicano fra loro e devono imparare a farlo.

«La società non è solo ‘liquida’ e sempre meno legata a punti di riferimento consolidati, ma anche ‘laica’: non dispone del sapere tecnico scientifico al quale si appellano i produttori. Ha invece un sapere ‘laico’, esperienziale e della vita quotidiana. Può essere più o meno razionale ma costituisce un dato di fatto oggettivo. Deve essere tenuto in considerazione, ascoltato; magari con l’obiettivo di gestirlo e ri-orientarlo. Limitarsi a giudicarlo, però, non serve a nulla. Serve un sforzo nel segno dell’incontro, una sorta di mediazione culturale».


È uno dei terreni nei quali può certamente risultare più utile l’approccio da ‘citizen science’, attività di ricerca alla quale partecipano ‘semplici’ cittadini. «Coinvolgere i consumatori nella fase iniziale di un progetto o di un’iniziativa, ‘attenzionandoli’ da subito, è una scelta preziosa per il ricercatore e alla fine può fare la differenza».«C’è un gap che va colmato». Diversamente sarebbe difficile spiegarsi come un prodotto legato a doppio filo alla sensazione di famiglia, coccole e tradizione, un alimento a così forte e rassicurante valore simbolico sia in qualche modo scivolato sul banco degli imputati. «Si può comprendere solo prendendo atto di quanto la società sia in trasformazione. Chi vuole difendere certi simboli deve dialogare con le nuove esperienze. Con chi magari apprezza il latte ma lo beve con qualche senso di colpa e di fastidio; perché ‘chissà cosa c’è dentro, chissà se mi fa ingrassare e se negli allevamenti gli animali vengono trattati bene…’».
Un approccio diverso testimoniato anche dal crescente del ‘free from’, dei ‘cibi senza’ valutati e apprezzati non per sapore e qualità, ma per gli ingredienti che non contengono: «Cibi per i quali si è magari disposti a pagare di più, anche perché tengono alla larga un nemico».


E alla fine, «c’è sempre la tendenza a trovare un nemico, a semplificare. Non si può chiedere al consumatore l’analisi scientifica delle etichette; per questione di tempo e perché le decisioni di consumo non nascono così. Se abbiamo contenuti o dati importanti da comunicare, dobbiamo farlo in una lingua comprensibile e accettata dal nostro interlocutore».
La svolta necessaria passa proprio, e inevitabilmente, da lì.