Il “Residuo zero” un mito da sfatare

Eliminare completamente quanto resta da un trattamento è impossibile. Controlli rigorosi, i consumatori possono stare assolutamente tranquilli

Ma residuo zero, cosa significa? Ne parliamo spesso, anche a ragione, voglio dire, siamo preoccupati dell’impatto degli agrofarmaci sulla nostra salute: chissà che ci mettono, si sente dire spesso in tono minaccioso da qualcuno che ci ricorda i guasti dell’agricoltura industriale. E poi magari lo stesso aggiunge: il contadino dove compro i prodotti io, invece non ci mette niente. Si propone così l’esistenza di un’agricoltura piccola e pulita contro una grande e corrotta. Tuttavia, il concetto di residuo zero non esiste. E non esiste, semplicemente perché dopo un qualsiasi trattamento troveremo sempre un residuo. Ma proprio sempre: è una legge fisica chimica, tanto è vero che per definizione il residuo è ciò che resta dopo un trattamento. Anche se l’espressione: qui non ci mettono niente, è suggestiva, e basta affinché alcuni media ci ricamino storie prospettando l’esistenza di una nuova agricoltura miracolosa, possiamo provare a esprimere meglio il suddetto concetto: invece di parlare di residuo zero, ragioniamo sul residuo massimo ammissibile. Tecnicamente, LRM, un acronimo che letto per esteso significa: Limiti Massimi di Residuo. A quanto ammonta? Quanto rimane dopo un trattamento con agrofarmaci? Il residuo è innocuo o pericoloso? Ecco, la quantità, cioè il numero è fondamentale per vagliare la bontà di un’affermazione, perché, capite bene, io posso tranquillamente partecipare a un dibattito e proporre la mia personale versione di sostenibilità agricola, sostenendo la mia narrazione con un sacco di aggettivi, tutti belli e suggestivi, ma appunto qualificativi. Alla quantità, a quella, chi ci pensa? Chi la misura? Allora, la quantità di cui parliamo e che si sta cercando di far diventare uno standard a livello europeo è la seguente: 0,01 parti per milione. Quindi, ricapitolando, quando eseguiamo un trattamento con agrofarmaco (cosa necessaria, perché le piante e i loro prodotti piacciono a noi e pure ai patogeni) il nostro scopo è fare in modo che il residuo di quell’agrofarmaco ammonti a una concentrazione massima non superiore allo 0,01 milligrammi per chilo. Un numero minuscolo. Per capire quanto è piccolo, possiamo usare un metro di comparazione. Come quando, per capire quanto è grande il nostro pianeta lo si paragona al sole. Dunque, prendiamo anche noi un riferimento. Ce lo fornisce Bruce Ames, uno dei padri della tossicologia moderna. Vediamo. Nel caffè sono state individuate circa un migliaio di sostanze chimiche differenti. Di queste, al 1994, solo 22 erano state testate su cavie per la cancerogenesi e ben 17 sono risultate cancerogene. In una sola tazza di caffè, ricorda sempre Ames, ci sono almeno dieci milligrammi di molecole cancerogene naturali. Per quanto mi riguarda, sono già alla quarta tazzina. Non lo prendiamo più, così ci togliamo il pensiero? No no aspettate. Al caffè vanno aggiunte altre leccornie. Sempre Ames ci fa notare che nei seguenti alimenti sono presenti molecole che risultano cancerogene per i roditori: anice, mela, albicocca, banana, basilico, broccoli, cavolini di Bruxelles, cavoli, melone, carvi, carote, cavolfiori, sedano, ciliegie, cannella, chiodi di garofano, cacao, caffè, cavolo, erba aromatica, ribes, aneto, melanzana, indivia, finocchio, succo di pompelmo, uva, guava, miele, melone, rafano, cavoli, lenticchie, lattuga, mango, funghi, senape, noce moscata, succo d’arancia, prezzemolo, pastinaca, pesca, pera, piselli, pepe nero, ananas, prugna, patate, ravanelli, lamponi, rosmarino, semi di sesamo, dragoncello, tè, pomodoro e rapa. Ecco, le sostanze cancerogene naturali presenti nei cibi sopra elencati sono migliaia di volte superiori ai residui pesticidi sintetici che si possono trovare negli stessi cibi. Che facciamo? Ci mangiamo le pietre? Proviamo con la fotosintesi? Dai, invece, soprattutto in casi del genere, è necessario tenere a bada l’emotività e ragionare su cosa significano davvero quei milligrammi di molecole. È vero che il cibo già naturalmente contiene delle sostanze cancerogene (o meglio sostanze che, testate a dosi altissime nei laboratori e sui roditori, mostrano il suddetto effetto cancerogeno), ma se mangiamo in maniera equilibrata e bilanciata, quelle dosi rimangono minuscole: non ci intossicano né causano alcun problema. E, continuando il nostro ragionamento, se una mela contiene milligrammi di sostanze potenzialmente cancerogene, ma la mangiamo, come dice il vecchio adagio, proprio per toglierci il medico di torno, allora non ci sono nemmeno problemi con i residui dei pesticidi, migliaia di volte inferiori alle sostanze naturali. Eppure, su questo tema l’informazione spinge verso il sensazionalismo, e «il veleno nel piatto» è un tipico esempio di servizio scandalistico (con tanto di foto inquietante). Ma per dirla con Ames: se si fa attenzione a migliaia di rischi ipotetici si distoglie l’attenzione dai principali rischi da cui ci si dovrebbe proteggere. Dunque, se su questo aspetto ci siamo tranquillizzati, cerchiamo ora di capire come si fa ad ottenere dopo un trattamento la quota di residuo non superiore allo 0,01 parti per milione. Ci sono due modi. Prima di tutto, grazie alle attuali stringenti normative e in seconda battuta, grazie alla ricerca e alla diffusione di tecniche agricole che ottimizzano l’uso degli agrofarmaci. Il professor Angelo Moretto, Ordinario di Medicina del Lavoro (tossicologia industriale), da anni si occupa di valutare il rischio da esposizioni a sostanze chimiche. Ebbene, ci spiega la prima parte del processo, cioè le normative da seguire per autorizzare un fitofarmaco. Prima di tutto, chi autorizza un nuovo prodotto? Sia l’autorizzazione sia l’immissione in commercio e all’uso dei prodotti fitosanitari è garantita dalle autorità competenti, EFSA (European Food Safety Authority) e E ChA (European Chemicals Agency) e dai competenti ministeri (in Italia il Ministero della Salute). Questi organismi hanno il compito di valutare una corposa mole di studi e documenti che, a loro volta, le industrie produttrici hanno l’obbligo di sottoporre all’esame delle autorità competenti. Gli studi devono essere eseguiti in accordo con protocolli sperimentali, approvati e condivisi dalla comunità scientifica, al fine di garantire qualità uniforme e adeguatezza dei dati forniti. Procedimento complesso, costoso (per far approvare un agrofarmaco si arriva a spendere anche 120 milioni di euro) e lungo dal punto di vista burocratico. Un prodotto fitosanitario deve soddisfare, fra gli altri, i seguenti requisiti in seguito al suo uso corretto: a) essere sufficientemente efficace; b) non avere alcun effetto avverso, immediato o ritardato, sulla salute umana o animale; c) non avere alcun effetto inaccettabile sui vegetali o sui prodotti vegetali. Da questi studi si definiscono appunto i Limiti Massimi di Residuo che si possono trovare nelle derrate alimentari in seguito all’uso corretto dei prodotti fitosanitari, e il limite di esposizione per l’ambiente e per l’uomo. Poi ci sono altri limiti da rispettare. Per esempio, per l’uomo, in particolare, viene calcolata la Dose Giornaliera Accettabile (GDA o ADI in inglese) e la Dose Acuta di Riferimento (A RfD in inglese). Per l’agricoltore invece quella accettabile di esposizione (AOEL in inglese). Non finisce qui, perché un prodotto fitosanitario è autorizzato solo se queste sigle si parlano tra loro, ovvero se gli LMR sono compatibili con ADI e A RfD, se la quantità di residuo ingerito con la dieta è inferiore a ADI e A RfD. Lo stesso, per l’agricoltore. Ci deve essere un’esposizione in seguito all’attività di applicazione del prodotto, inferiore all’AOEL. Se queste condizioni non sono rispettate, il composto non è autorizzato. C’è ancora una fonte di preoccupazione: l’effetto sinergico. Ovvero l’effetto derivante dall’esposizione a più sostanze risulta maggiore di quello atteso dalla semplice somma dalle caratteristiche di ogni singola sostanza. «Effetti sinergici non sono attesi alle basse concentrazioni o dosi», dice Moretto. «L’unico effetto atteso potrebbe essere quello della somma degli effetti di sostanze ad azione simile: molte combinazioni sono state studiate da EFSA, negli Stati Uniti e in Paesi dell’Unione Europea e tutti questi studi hanno dato risultati rassicuranti. Non solo non ci si attende sinergia, ma neanche cumulo di effetti. Come vedete le norme di cui sopra possono essere considerate stringenti, letteralmente. Non ci lamentiamo, è per la nostra salute. A queste norme vanno aggiunti dei protocolli di produzione che le aziende devono seguire e certificare. Nella sostanza si tratta di integrare varie tecniche, perché non esiste un’unica soluzione ma è necessario prendere il meglio da varie tecniche. Del resto, è un processo iniziato negli anni 80/90 quando si è cominciato a parlare di agricoltura integrata, cioè quella che cercava di coniugare l’utilizzo dei mezzi di produzione tradizionalmente chimici con soluzioni alternative a basso impatto (Bacillus, Virus, confusione sessuale, ecc.). Ebbene – come spiega Marco Brigliadori di Apofruit: «l’agricoltura convenzionale, nel tempo ha fatto proprie le tecniche alternative che negli anni si sono sviluppate, si è creata una sorta di contaminazione che ha avvicinato l’agricoltura convenzionale a quella integrata, e quest’ultima a quella biologica». Come vedete l’agricoltura si muove, migliora e misura i propri miglioramenti; quello che resta immobile – ed è un problema- è l’immaginario: un’agricoltura bucolica contrapposta a una inquinante e industriale. Così facendo, invece di integrare si propongono soluzioni uniche a impatto zero, dunque si finisce per parlare solo di quelle tecniche che appunto valgono poco e niente, cioè zero.

Articolo di Antonio Pasquale, sul quotidiano La Provincia di Cremona del 12 settembre 2021