La guerra di Putin: in Italia anni di politiche miopi. Ora pagheremo il conto

Fonte: La Provincia

Riportiamo l’analisi di Donatello Sandroni sulla guerra in Ucraina pubblicata sul quotidiano La Provincia di Cremona del 27 febbraio 2022.

“Spesso si comprende il valore di ciò che si aveva solo dopo averlo perso. Oppure, quando una grave crisi mette a nudo quelle fragilità che in condizioni di pace restavano invisibili agli occhi dei più. Oggi l’Italia ha paura: Mosca ha invaso l’Ucraina e sono guai per tutti. Bellici, innanzi tutto, ma non solo. Anche se il Belpaese restasse fortunosamente ai margini di un eventuale conflitto mondiale, le conseguenze sarebbero devastanti dal punto di vista economico, soprattutto sul fronte energetico e agroalimentare. Tralasciando l’atavica dipendenza dall’estero per l’energia, va ricordato infatti come le superfici agricole italiane siano in continuo calo da decenni, causa abbandoni e cementificazione. Le rese per ettaro risultano poi stagnanti da tempo, obbligando a integrare i redditi agricoli con sussidi pubblici senza i quali si assisterebbe al definitivo abbandono delle campagne, con tutto il disastro socio-economico e politico che ne conseguirebbe.

Al contrario, l’Ucraina è il primo Paese del continente europeo per superficie a seminativo, grazie anche a una superficie agricola complessiva intorno ai 32 milioni di ettari, pari a due volte e mezza quella italiana che si ferma infatti a 12,5 milioni. Solo di cereali nelle pianure ucraine vengono coltivati oltre 15 milioni di ettari. Questi sarebbero per giunta cresciuti in vent’anni di 1,7 milioni, ovvero la somma delle superfici italiane a grano duro e tenero per l’anno 2000. Ma non solo di cereali si tratta, parlando di Kiev, visto che il grande Paese dell’est europeo occupa il primo posto al mondo nelle esportazioni di girasole e olio di girasole, grazie a produzioni di oltre 15 milioni di tonnellate. Secondo posto invece per la produzione mondiale di orzo (8,9 milioni di tonnellate), fatto che pone Kiev al quarto posto anche per quanto riguarda le esportazioni di questo cereale. Locomotiva anche per il mais, l’Ucraina, occupando il terzo posto nel ranking globale per produzioni (35,9 milioni di tonnellate) e il quarto per le esportazioni. Quarta piazza invece per la produzione di patate (20,3 milioni di tonnellate), quinta per la segale, ottava per il summenzionato grano, e nona per le uova di gallina. In totale, si stima che le produzioni agroalimentari di Kiev potrebbero soddisfare il fabbisogno di circa 600 milioni di persone. Un’enormità, pensando che la popolazione ucraina ammonta a poco più di 40 milioni di individui. Perfettamente comprensibili quindi le preoccupazioni italiane per la guerra in corso, viste le ingenti importazioni di varie commodities di primaria importanza per l’agroindustria nazionale. A conferma, nel 2020, secondo Ismea, l’Italia avrebbe importato soprattutto oli grezzi di girasole, mais e frumento tenero. Secondo un altro studio, nei primi dieci mesi del 2021 dall’Ucraina sarebbero state importate 107 mila tonnellate di grano tenero, quello necessario alla produzione di pane e biscotti, pari a circa il 5% dell’import nazionale. Anche dalla Russia è stato importato grano tenero, nello stesso lasso temporale, in ragione di circa 44mila tonnellate. Cioè meno della metà. A seguito dell’attacco russo all’Ucraina i prezzi globali del grano sono quindi saliti in un colpo solo del 5,7%, toccando una quotazione internazionale di 9,34 dollari al bushel, corrispondenti a 306 euro alla tonnellata. Guardando ai mercati nostrani (25/02/22), sulla piazza di Bologna il grano tenero è salito del 2,7-2,8% rispetto alla quotazione della settimana precedente, toccando i 293,5 euro/ton per il «buono mercantile» e i 305,5 euro/ton per il «fino». Analogo incremento percentuale per l’orzo, i cui prezzi hanno mostrato un incremento del 2,7% in una settimana toccando i 265,5 euro/ton. Minori gli incrementi per il mais, fra un minimo di +0,4% (piazza di Mantova) a un massimo di +2,2% (piazza di Cuneo), con prezzi compresi fra 224,5 euro/ton (Firenze) e 285 euro/ton (Cuneo). Un’altra nota dolente, il mais, dato che è la coltura foraggera su cui si basa buona parte delle produzioni zootecniche italiane. Purtroppo, la superficie nazionale a mais si è dimezzata nel volgere di una quindicina di anni, scendendo da circa 1,2 milioni di ettari a poco più di 600 mila. Se quindi l’Italia era pressoché autosufficiente per il mais all’inizio del Terzo millennio, oggi dipende dall’estero per quasi il 50% dei propri fabbisogni. In tal senso, l’Ucraina è il secondo fornitore dell’Italia dopo l’Ungheria, rappresentando circa il 20% delle importazioni totali. Tale dipendenza dall’estero per il granturco è dovuta essenzialmente al continuo calo di redditività per i maiscoltori italiani, i quali si sono visti contemporaneamente aumentare i costi di produzione e stagnare le rese. Ciò perché le normative europee e nazionali hanno minato nel tempo la possibilità di nutrire e proteggere adeguatamente la coltura, come pure ha impedito di adottare genetiche innovative come quelle coltivate, per esempio, negli Stati Uniti. Non a caso, è americano il record di produzione di granella di mais, con circa 40 tonnellate per ettaro. Un’enormità, pensando che in Italia si fatica assai a toccare le 15. Quello americano è un record, è vero, ma se le genetiche e le tecniche agronomiche utilizzate negli Usa fossero accettate e disponibili anche in Italia, si potrebbe tornare alle produzioni complessive dei primi anni 2000 senza aggiungere un solo ettaro coltivato. In sostanza, gli allevamenti italiani vedrebbero raddoppiare la propria autosufficienza negli approvvigionamenti di mais senza dare un solo colpo di aratro in più. Un valore, quello dell’autosufficienza, di cui purtroppo si comprende appieno la dimensione solo quando una crisi prende a schiaffi i sogni fatali di una politica agricola miope. Una politica che negli ultimi decenni ha sistematicamente umiliato la produttività nazionale, seguendo gli storytelling di marketing funzionali solo a costose produzioni di nicchia. Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe fare un Paese moderno se non vuole trovarsi in braghe di tela allo scoppio di una guerra. Infatti, non solo di mais e di grano si parla, purtroppo: secondo le informazioni condivise dall’Istituto per il commercio estero (ICE), l’Ucraina sarebbe il più grande produttore mondiale di olio di girasole, con una quota pari al 31% del totale globale. Quota che sale al 37% in termini di esportazioni. In sostanza, l’Ucraina esporta più del 90% del proprio olio per un volume di circa 6,9 milioni di tonnellate, dato cresciuto nel 2020 del 12% rispetto al 2019. Non stupisce quindi nemmeno che Kiev sia anche fra le prime produttrici di miele, occupando il quinto posto al mondo e il primo se si guarda alle sole esportazioni nei Paesi Ue. Non a caso, oscillano fra le 65 mila e le 75 mila tonnellate annue le produzioni di miele ucraino, per metà derivante proprio dal girasole.

Purtroppo i problemi per l’Italia non sono legati solo alle dinamiche delle produzioni e delle esportazioni agricole, bensì soffriamo anche sul fronte dei fertilizzanti. Dalla Russia arriverebbe in Italia il 23% dell’ammoniaca, necessaria anche alla produzione di concimi azotati. Circa il 17% dei prodotti a base di potassio arriva nel Belpaese da Mosca, come pure il 14% di urea, altro fertilizzante azotato, nonché il 10% dei fosfati. Oltre alle tensioni sulle commodities, quindi, ci sono anche quelle sui mezzi di produzione. Questi non solo rischiano di scarseggiare, ma anche di veder lievitare i prezzi degli stock attualmente disponibili con un significativo aggravio dei costi per gli agricoltori italiani. Si spera quindi che la grave crisi internazionale rientri presto nei binari e che la pace torni stabilmente padrona degli scenari globali. In primis per le vite umane a rischio, prima e più grave tragedia di ogni conflitto, ma anche dal punto di vista economico e politico.

Bene sarebbe poi che Europa e Italia rivedessero gli orientamenti mostrati negli ultimi decenni, sia dal punto di vista energetico, sia da quello agricolo. La paura agroalimentare di oggi, più che giustificata, poggia infatti i piedi su trent’anni di demagogie maramalde che hanno sbarrato la strada alle biotecnologie più evolute, falcidiando al contempo fertilizzanti e mezzi di difesa nell’illusione di poterli sostituire con soluzioni naturali sicuramente più gradite ai media, ma del tutto inadeguate a reggere il peso della domanda interna di cibo. Forse oggi, con i carri armati che solcano i campi al posto dei trattori, si comprenderà la follia di aver paralizzato il Parlamento italiano su una bizzarria come il Ddl 988, quello che si proponeva di sdoganare a livello politico gli esoterismi della biodinamica, una forma di agricoltura intrisa di pensiero magico che rappresenta solo una frazione per mille delle superfici agricole mondiali. Magari, i lampi dei cannoni suggeriranno una maggior lucidità anche a livello europeo, ove sono stati realizzati dei veri e propri cappi a cui impiccarsi come il Farm2Fork, quello che si propone di tagliare di un ulteriore 50% l’uso di mezzi per la difesa delle colture, di triplicare le superfici a biologico e di convertire il 10% degli attuali ettari agricoli a un ruolo ambiental-paesaggistico anziché produttivo. Quanto siano scellerate tali decisioni europee lo hanno già dimostrato a chiare lettere il Dipartimento americano per l’agricoltura (USDA) e gli studi europei dell’Università olandese di Wageningen, in cui si stima fra il 10 e il 20% la perdita di produzioni agricole dell’Unione, toccando il 30% per alcuni tipi di frutta, come per esempio le mele. E se è già alquanto grave restare a corto di energia, ben più drammatico sarebbe restare a corto di cibo, dovendosi piegare ai ricatti di un dittatore Laqualunque che un giorno si alza e fa tremare il mondo.”

Fonte: La Provincia di Cremona – Donatello Sandroni