L’abito non fa il monaco, ma aiuta: la denominazione forviante dei succedanei della carne

Il fenomeno di attribuire nomi specifici di alimenti ad altri che ne ricordano solo minimamente l’aspetto, la forma, il colore, la consistenza, purtroppo non è nuovo: prima è stata la volta del vino senza uva, vini sintetici spacciati per DOC che hanno causato non pochi danni al Made in Italy, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello dell’immagine, poi è seguito il caso della denominazione di latte e formaggio ad alimenti vegetali, due mondi a parte che in comune non hanno né la materia prima, né la componente nutrizionale. Per quanto riguarda la denominazione ingannevole del latte e derivati, la Corte di Giustizia della Unione Europea si è espressa con una sentenza nella quale si afferma che i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni come latte, crema di latte o panna, burro, formaggio e yogurt, che il diritto dell’Unione riserva ai prodotti di origine animale.

Oggi, questo problema non riguarda però solo latte, latticini, formaggi e burro, perché si stanno moltiplicando le etichette di alimenti che richiamano nomi di prodotti a base di carne, per i quali però le scelte adottate in materia di etichettatura non sembrano essere le stesse.

Il Regolamento Europeo in materia di Etichettatura 1169/2011 fornisce alla Commissione europea la possibilità, ma non l’obbligo, di adottare un Regolamento d’implementazione in materia di alimenti destinati ai vegetariani e vegani: la richiesta di includere in questo Regolamento regole chiare che impediscano a prodotti per vegetariani e vegani di utilizzare, sfruttandone la notorietà, denominazioni che richiamano la carne o i prodotti a base di carne  non è stata accettato dal Parlamento Europeo, che il 23 ottobre 2020 ha respinto gli emendamenti, presentati nel quadro di riforma della Politica agricola comune (PAC), che chiedevano di eliminare l’uso delle denominazioni di carne per i prodotti a base vegetale.

Ma facciamo un breve excursus storico: già nel 2018, Federalimentare si era espressa contro la carne sintetica in Italia dopo l’annuncio di una imminente diffusione della carne in provetta, dell’hamburger sintetico e dei succedanei vegetali della carne. Per proteggere il primato della biodiversità alimentare italiana, produttori e scienziati chiedevano al Ministero della Salute un blocco per colmare i pesanti vuoti normativi e di conoscenze. Tra questi, quello riguardante la denominazione di questi prodotti, il meat sounding, ossia l’utilizzo fraudolento di denominazioni commerciali tipiche di prodotti carnei per prodotti di origine vegetale, come ad esempio Veggie Mortadella, Pancetta vegetariana, Bresaola Vegan, Fiorentina Vegan e altri prodotti che alludono a carni, tagli o denominazioni tipiche di carni che di carne non sono, anche se accompagnate dalla nota vegetariano o vegano. Avvantaggiandosi della notorietà di denominazioni tipiche della salumeria italiana, queste denominazioni rischiano d’indurre il consumatore a pensare che il prodotto, dal punto di vista nutrizionale e all’interno di una dieta sana ed equilibrata, possa sostituire la carne e i prodotti a base di carne, quando la realtà non potrebbe essere più diversa.

Ci sono diversi fattori che devono essere tenuti in considerazione sia dal punto di vista nutrizionale, sia economico: i succedanei vegetali della carne attualmente in commercio sono sì sottoposti a controlli di sicurezza alimentare ma, per quanto riguarda l’eventuale aggiunta di additivi, singolarmente autorizzati e certificati come innocui, non è noto l’effetto sinergico dal punto di vista dell’impatto sulla salute. Inoltre, vi è un altro importante dato da considerare: nella preparazione della maggior parte dei surrogati che devono imitare quelli originari non bastano i trattamenti fisici e quindi si ricorre a additivi, soprattutto leganti e addensanti che hanno la funzione tecnologica di mantenere la struttura dei prodotti. Solo con l’aggiunta di additivi aromatizzanti, coloranti e appetizzanti è possibile avere surrogati della carne e suoi derivati con caratteristiche organolettiche simili ai prodotti imitati.

Da un punto di vista nutrizionale, questi succedanei sono una miscela di ingredienti vegetali scelti per simulare la consistenza e il sapore della carne ma le proteine in essi contenute, in quantità più o meno simile, e che derivano da piselli, soia o altri vegetali, non hanno la stessa composizione amminoacidica della carne, e quindi lo stesso valore nutrizionale e funzione. Questo vuol dire che se anche i succedanei della carne e la carne hanno valori simili nella tabella nutrizionale, ben diversa è la realtà biologica e quindi nutrizionale, infatti tutti gli alimenti di origine animale, diversamente dagli alimenti di origine vegetale, hanno proprietà nutrizionali insostituibili per l’accrescimento dei tessuti, per riparare e o sostituire le cellule usurate e per costruire sostanze regolatrici-protettive (enzimi, ormoni, anticorpi ecc.).

Non solo si presentano quindi molte differenze a livello nutrizionale, ma una caratteristica quasi costante e molto evidente per alcune preparazioni come gli hamburger, è il prezzo di vendita dei surrogati, che permette all’industria alimentare una non trascurabile fonte di guadagni e ne giustifica l’interesse.

Ritornando ad oggi, dopo il respingimento da parte del Parlamento Europeo degli emendamenti, la cui motivazione è stata chiaramente espressa dall’europarlamentare Eric Andrieu secondo cui si tratterebbe di nomi generici e dunque utilizzabili anche per le preparazioni vegetali, la risposta all’appello di numerose organizzazioni europee del settore zootecnico è stata demandata ai singoli stati. Dovrà essere quindi Roma a fornire le risposte volute a chi ha definito la non presa di posizione del Parlamento Europeo una “decisione di non decidere”, “uno scandaloso schiaffo al “Made in Italy””, “Una presa in giro del consumatore del produttore”.

Anche Confagricoltura ha preso parte alla mobilitazione del settore zootecnico europeo contro l’abuso delle denominazioni della carne, aderendo alla campagna COPA-COGECA “CECI N’EST PAS UN STEAK”.