L’Italia post PAC 2020: benessere animale e settore lattiero caseario

Promuovere un settore agricolo intelligente, resiliente e diversificato che garantisca la sicurezza alimentare

Sommario:
Introduzione
Sostenibilità: quale ruolo gioca l’allevamento
Filiera lattiero casearia
Obiettivo Specifico 1: Sostenere un reddito agricolo sufficiente e la resilienza in tutta l’Unione per migliorare la sicurezza alimentare
Obiettivo Specifico 2: Migliorare l’orientamento al mercato e aumentare la competitività
Obiettivo Specifico 3: Migliorare la posizione degli agricoltori nella catena del valore

Introduzione

Partendo dall’analisi dei dati di contesto delle principali filiere zootecniche, l’obiettivo del rapporto “L’Italia e la PAC post 2020: contributo all’analisi di contesto per gli Obiettivi Specifici dell’OG1. Approfondimenti settoriali: filiere zootecniche”, pubblicato da Rete Rurale Nazionale, è quello di fornire una prima lettura degli interventi necessari, delle opportunità e delle possibili scelte che potranno essere assunte con nuovo il Piano strategico nazionale della PAC.

La zootecnia assume oggi una rilevanza significativa per l’apporto alla formazione del valore dell’agricoltura nazionale – con un’incidenza pari a poco meno di un terzo sulla produzione agricola a prezzi correnti – e per il suo contributo alla sicurezza alimentare; si fa quindi sempre più necessario definire una strategia per rafforzare la competitività del settore e per l’adeguamento alle sfide della sostenibilità, che tenga conto delle differenze e specificità settoriali.  L’obiettivo di questo primo documento di analisi che riguarda in particolare le 4 filiere zootecniche del latte bovino, della carne bovina, della carne suina e del settore ovicaprino, è quello di promuovere un settore agricolo intelligente, resiliente e diversificato che garantisca la sicurezza alimentare, attraverso il conseguimento di 3 obiettivi specifici:

  • Sostenere un reddito agricolo sufficiente e la resilienza in tutta l’Unione per migliorare la sicurezza alimentare.
  • Migliorare l’orientamento al mercato e aumentare la competitività
  • Migliorare la posizione degli agricoltori nella catena del valore

In questo primo articolo, dopo un’analisi del ruolo della sostenibilità e del benessere animale, prenderemo in considerazione i risultati emersi per il settore lattiero caseario.

Sostenibilità: quale ruolo gioca l’allevamento

Considerando l’importanza sempre maggiore delle questioni legate ai cambiamenti climatici e alla sostenibilità delle produzioni, non solo rispetto agli impegni internazionali assunti in tema di emissioni di gas serra e ammoniaca, ma soprattutto nel quadro strategico degli obiettivi che l’Unione stessa si è posta con il New Green Deal, le aziende zootecniche sono chiamate a giocare un ruolo sempre più importante nel viaggio verso la sostenibilità. Affinché la competitività, l’efficienza e la sostenibilità della zootecnia nazionale siano mantenute e migliorate è indispensabile concepire una strategia multivariata e coordinata, che tenga conto delle Raccomandazioni della Commissione per il piano strategico della PAC dell’Italia. Bisogna inoltre considerare che il settore zootecnico è fortemente chiamato in causa non solo per quanto riguarda la resilienza e la competitività del settore agricolo, ma anche per il contributo al conseguimento degli obiettivi dell’Unione in materia di ambiente, clima, benessere animale e di riduzione dell’uso di antimicrobici. La riduzione di questi ultimi entra, peraltro, a far parte dei target definiti dal NewGreen Deal – specificatamente nella Strategia Farm to Fork – cioè una riduzione del 50% delle vendite di antimicrobici per gli animali negli allevamenti e nell’acquacoltura. Nell’impianto strategico della nuova PAC è stato dedicato un obiettivo specifico, il 9.

Nonostante la questione ambientale risulti sempre più rilevante e urgente, le risposte dal mondo agricolo alla richiesta di cambiamento del paradigma produttivo e di innovazione verso soluzioni a minor impatto ambientale sono ancora parziali;  secondo un’indagine realizzata da Ismea-RRN nel mese di dicembre 2019 sull’approccio ai cambiamenti climatici da parte delle aziende zootecniche, un imprenditore su tre ha dichiarato di non aver introdotto misure di mitigazione e/o adattamento per motivi di carattere economico. In particolare, circa la metà degli imprenditori ha dichiarato che gli investimenti necessari per l’implementazione di azioni di mitigazione e/o adattamento sono troppo onerosi e i vantaggi attesi si realizzano solo nel lungo termine. La seconda motivazione (1 caso su 5), sempre di natura economica, è la mancanza di risorse finanziarie o la difficoltà di accesso al credito.

Benessere animale e consumo di farmaci

Il benessere animale rappresenta una sfida decisiva, non solo per la transizione ecologica definita dalle strategie europee future, ma anche per la competitività delle aziende che attuano specifici investimenti e che si confrontano con il mercato e con le richieste degli acquirenti intermedi e finali della filiera zootecnica.      

La redditività economica del comparto agro-zootecnico, la produttività delle aziende e la valorizzazione delle produzioni risultano strettamente legate al livello di benessere degli allevamenti, che dal 2007 costituisce uno dei criteri di gestione obbligatori di condizionalità dei Pagamenti diretti5 in ambito PAC e l’oggetto specifico di una misura dello sviluppo rurale. Ciononostante, la Misura 14 specificamente dedicata al benessere degli animali non è stata impiegata in maniera diffusa né in Italia né a livello europeo, secondo l’audit della Corte dei Conti Europea. Tra gli impegni relativi al miglioramento delle condizioni di stabulazione per i bovini, tuttavia, l’Italia è al momento tra i Paesi più attivi con oltre 30 interventi finanziati in 6 Regioni, in particolare per quanto riguarda interventi di miglioramento nelle aree di riposo, con un ricambio più frequente della paglia e la dotazione di pavimentazioni morbide per il riposo, l’aumento delle superfici a disposizione dei capi interventi per l’accesso temporaneo a stabulazione libera. Per quanto riguarda, invece, le condizioni di stabulazione, i principali interventi attuati riguardano la numerosità delle mangiatoie e degli abbeveratoi e l’igiene e la pulizia di locali e attrezzature. In alcuni contratti di riferimento a livello nazionale relativi al settore dell’allevamento bovino da latte, ad esempio, il benessere animale costituisce già un requisito per la definizione del livello di remunerazione del latte crudo ceduto alle industrie di trasformazione. Il non raggiungimento del livello minimo di benessere animale stabilito nel contratto può comportare, infatti, una riduzione del prezzo alla stalla.

La sostenibilità ambientale e il benessere animale rappresentano la sfida emergente in cui far convergere le strategie e le risorse della prossima programmazione nazionale per la zootecnia, ma vanno a intersecarsi con altri fattori e criticità che, nello specifico, influenzano la competitività, in termini di redditività, orientamento al mercato e posizionamento nella catena del valore lungo le singole filiere. A questo proposito, il Piano Nazionale del Benessere Animale (PNBA) cerca di rispondere all’esigenza di ottemperare alle disposizioni previste dalle norme nazionali e comunitarie, e di rendere uniformi la programmazione e le modalità di esecuzione dei controlli a livello nazionale. In particolare, il Mipaaf e il Ministero della Salute hanno presentato all’inizio del 2021 il “Sistema di qualità nazionale benessere animale” (SQNBA), sistema di certificazione supportato da Accredia (Ente Italiano di Accreditamento) per definire uno schema base di produzione di carattere nazionale mirato a rafforzare la sostenibilità ambientale, economica e sociale delle produzioni di origine animale. Il requisito di base per il rilascio della certificazione SQNBA è rappresentato dall’adesione, comunque volontaria, al sistema ClassyFarm. Il sistema ClassyFarm definisce la categoria di rischio dell’allevamento in base alla raccolta e l’elaborazione dei dati relativi alle diverse aree di valutazione (biosicurezza, benessere animale, parametri sanitari, parametri produttivi, alimentazione animale, consumo di farmaci, lesioni rilevate al macello). I dati di base sono riferiti agli allevamenti censiti nella Banca dati nazionale dell’Anagrafe Zootecnica del ministero della Salute (BDN). L’obiettivo del SQNBA è quello di promuovere l’adozione di idonei manuali di buone pratiche e di corretta gestione degli animali, favorendo un recupero di competitività dell’attività di allevamento e garantendo la trasparenza del processo produttivo nei confronti dei consumatori

FILIERA LATTIERO CASEARIA

Obiettivo Specifico 1: Sostenere un reddito agricolo sufficiente e la resilienza in tutta l’Unione per migliorare la sicurezza alimentare

Grado di dipendenza dall’estero e vulnerabilità alle oscillazioni dei prezzi internazionali

Il settore lattiero caseario nazionale è caratterizzato da una strutturale dipendenza dall’estero, anche se negli ultimi anni si evidenzia una sostanziale contrazione delle importazioni di materia prima. La produzione nazionale soddisfa circa l’80% dei fabbisogni interni, come evidenziato dall’indice di autoapprovvigionamento mentre il restante 20% è soddisfatto dalle importazioni di latte (sfuso e confezionato) e derivati (formaggi, burro, yogurt, ecc.).

Fonte: “L’Italia e la PAC post 2020: contributo all’analisi di contesto per gli Obiettivi Specifici dell’OG1. Approfondimenti settoriali: filiere zootecniche”, pubblicato da Rete Rurale Nazionale

 

In particolare, le importazioni di latte in cisterna e semilavorati (tipo cagliate) incidono per il 12% circa sul totale delle materie prime impiegate nella trasformazione industriale e questa dipendenza dall’estero fa sì che il prezzo del latte nazionale – soprattutto la quota non destinata a produzioni che si fregiano di una Indicazione Geografica – sia particolarmente soggetto alle oscillazioni dei prezzi esteri e alla pressione competitiva dei principali fornitori di materia prima, Germania e Francia.

Deficit competitivo in termini di costi di produzione

Rispetto ai principali produttori europei di latte bovino, gli allevamenti nazionali sono caratterizzati da costi di produzione mediamente più elevati (10-15% in più rispetto alla media UE), a causa della notevole incidenza delle spese per l’alimentazione del bestiame sostanzialmente basata su mangimi (semplici e concentrati), contrariamente alla rilevanza dell’utilizzo del pascolo su cui possono contare gli allevamenti del Nord Europa. Da aggiungere che la produttività del lavoro, oltre a essere estremamente influenzata a livello territoriale dalle caratteristiche strutturali in termini di dimensione e organizzazione del lavoro, nelle aziende italiane è decisamente più bassa rispetto alla media europea, considerato che l’impiego della manodopera è molto più intenso negli allevamenti confinati.

Secondo i dati di monitoraggio Ismea, in Italia i costi di alimentazione incidono mediamente per il 65-70% sui costi di produzione del latte bovino e possono subire significative variazioni a seconda delle dimensioni aziendali e della disponibilità di superfici agricole e della conseguente possibilità di autoproduzione degli alimenti.  Anche a livello regionale sono state osservate sostanziali differenze nella struttura dei costi, che sono legate alle condizioni pedoclimatiche e alla zona altimetrica in cui è localizzata l’azienda oppure alla destinazione del latte. Nelle aree montane, ad esempio, la presenza dei pascoli può favorire la limitazione dei costi di alimentazione, ma possono essere maggiori i costi del lavoro, soprattutto a causa della difficile meccanizzazione delle attività aziendali; diversamente, se il latte è destinato a produzioni che si fregiano di una Indicazione Geografica e, quindi, sussistono vincoli derivanti dai disciplinari di produzione (per esempio limitazioni specifiche nell’alimentazione delle bovine) i costi di produzione possono risultare più elevati.

Fonte: “L’Italia e la PAC post 2020: contributo all’analisi di contesto per gli Obiettivi Specifici dell’OG1. Approfondimenti settoriali: filiere zootecniche”, pubblicato da Rete Rurale Nazionale

In Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte si localizza oltre la metà degli allevamenti e circa l’80% del patrimonio nazionale di bovini da latte.

Alimentazione del bestiame

Per quanto riguarda l’alimentazione del bestiame, è importante sottolineare come i costi aziendali possano essere influenzati dalle fluttuazioni del mercato globale delle materie prime, soprattutto mais e soia, in considerazione della forte dipendenza dalle importazioni. Ad esempio per il mais, che costituisce una quota preponderante della componente amidacea della razione delle vacche da latte, l’autoapprovvigionamento si è significativamente ridotto nell’ultimo decennio, a causa della consistente contrazione della superficie investita (-33% tra il 2009 e il 2017) e la produzione nazionale copre meno della metà del fabbisogno interno, esponendo le filiere zootecniche alle oscillazioni legate al mercato internazionale (principali fornitori Ucraina, Ungheria, Romania).

A queste considerazioni si aggiungono anche gli effetti negativi del cambiamento climatico, che hanno un impatto non trascurabile sull’attività produttiva poiché, nella maggior parte dei casi, l’imprenditore deve far fronte a un esborso economico imprevisto.

Sulla base dell’ultima rilevazione censuaria (Istat, 2010) le aziende con vacche da latte localizzate in montagna rappresentano ben il 44% del totale (22.129 a fronte di un totale di 50.337 aziende), ma in termini di capi allevati rappresentano poco meno di un quinto (307 mila a fronte di 1,6 milioni di capi).

Fonte: “L’Italia e la PAC post 2020: contributo all’analisi di contesto per gli Obiettivi Specifici dell’OG1. Approfondimenti settoriali: filiere zootecniche”, pubblicato da Rete Rurale Nazionale

Gli allevamenti bovini da latte di montagna, oltre ad essere caratterizzati da dimensione molto ridotte (al di sotto dei 50 capi), presentano generalmente livelli di produttività piuttosto contenuti anche per l’impiego di razze (per esempio Bruna, Grigio Alpina, Valdostana.) contraddistinte da un maggiore grado di rusticità e adattabilità alle condizioni pedoclimatiche della montagna, ma con una resa inferiore. Le aziende che allevano bovini da latte in aree di montagna presentano un deficit di competitività di costo: i costi di produzione possono essere superiori del 50% e arrivare addirittura al 70% in più rispetto agli allevamenti di pianura di grandissime dimensioni. Le condizioni pedoclimatiche legate alla zona altimetrica impattano in primo luogo sulla diponibilità degli alimenti nei periodi in cui gli animali non sono al pascolo, poiché l’integrazione delle razioni alimentari avviene generalmente attraverso l’approvvigionamento di mangimi a condizioni di mercato. Nelle aree montane, inoltre, si possono riscontrare maggiori costi del lavoro, soprattutto a causa della difficile meccanizzazione delle attività aziendali.

Obiettivo Specifico 2: Migliorare l’orientamento al mercato e aumentare la competitività

Frammentazione del sistema produttivo e forte disparità regionale e territoriale

L’attività di allevamento, pur trovando concentrazione nelle aree vocate di pianura del Nord, è diffusa in tutto il territorio nazionale pur essendo caratterizzata da un’elevata eterogeneità, sia in termini di dimensione economica e strutturale delle aziende sia in termini di destinazione produttiva e commerciale del latte munto. Le razze bovine da latte maggiormente diffuse in Italia sono la Frisona (presente in tutte le aree del Paese), la Bruna (presente soprattutto nelle zone montane per la maggiore capacità di adattamento) e la Pezzata Rossa (razza a duplice attitudine presente soprattutto in Friuli e in Veneto). In base ai dati dell’Anagrafe Zootecnica Nazionale, nel 2019 sono censiti 26.530 allevamenti a orientamento produttivo latte con una consistenza complessivamente pari a 2,6 milioni di capi. Negli ultimi dieci anni il numero di allevamenti di bovini da latte si è ridotto di oltre 12 mila unità, a un ritmo medio annuo del 4,7%. Le relative consistenze di bovini sono, invece, rimaste piuttosto stabili, facendo registrare un significativo fenomeno di concentrazione delle strutture produttive, con la dimensione media aziendale passata da 70 capi/azienda del 2010 a 98 capi/azienda del 2019. Il fenomeno di concentrazione si è ulteriormente accelerato dopo la fine del regime delle quote latte e le aziende più grandi, con oltre 500 capi, rappresentano attualmente un quarto del patrimonio bovino da latte contro il 19% del 2015 e il 15% del 2010.

Fonte: “L’Italia e la PAC post 2020: contributo all’analisi di contesto per gli Obiettivi Specifici dell’OG1. Approfondimenti settoriali: filiere zootecniche”, pubblicato da Rete Rurale Nazionale,

Le aziende grandi si concentrano nella Pianura Padana e attualmente la dimensione media aziendale è significativamente superiore a quella nazionale in Lombardia (195 capi/azienda), Piemonte (160 capi/azienda), Emilia-Romagna (134 capi/azienda). Queste realtà sono caratterizzate da una elevata produttività, da una notevole specializzazione e una forte presenza di tecnologie per il controllo e la gestione della stalla; si tratta di aziende che si avvalgono di manodopera salariata e la cui destinazione della materia prima prodotta è prevalentemente rappresentata da Grana Padano, latte alimentare e altri formaggi DOP. In Emilia Romagna e Lombardia (provincia di Mantova) sono presenti, inoltre, aziende che producono il latte per il Parmigiano Reggiano che sono caratterizzate da dimensioni medio-piccole; tali aziende presentano una minore produttività media per capo e sono tenute al rispetto del disciplinare della DOP, in particolare per quanto concerne l’alimentazione delle bovine (autoproduzione di almeno il 35% dei foraggi utilizzati e divieto di impiego di insilati). Nelle zone di montagna – soprattutto lungo l’arco alpino – sono presenti allevamenti a conduzione familiare che trasformano il latte prodotto direttamente in azienda per l’ottenimento di formaggi tipici locali o che conferiscono alle latterie sociali; nella maggior parte dei casi si tratta di aziende di piccole dimensioni, che utilizzano il pascolo estivo e che svolgono un importante ruolo nella conservazione delle risorse naturali e paesaggistiche e dei sistemi di produzione locali. Nelle regioni centro-meridionali, infine, persiste un’elevata frammentazione delle aziende di allevamento: in totale le aziende di piccole dimensioni(con meno di 50 capi) continuano a rappresentare oltre la metà del totale nazionale e sono caratterizzate da un livello di produttività medio. In particolare, la dimensione media degli allevamenti è contenuta in alcune regioni come Puglia, Campania, Veneto e Lazio, nonostante l’importanza che tali aree rivestono nel panorama produttivo, anche per la presenza di rilevanti strutture di trasformazione del latte.

Dinamica dei consumi di prodotti lattiero caseari

Nel 2020, come conseguenza dell’emergenza Covid, le famiglie italiane hanno impresso una forte spinta agli acquisti domestici di prodotti alimentari, incluso latte e derivati, (+8,2% in valore rispetto al 2019).Per il settore lattiero caseario continua a essere particolarmente penalizzante la contrazione dei consumi di latte fresco (-8% in volume tra il 2019 e il 2015 e -6% in volume tra il 2020 e il 2019), imputabile in parte ad alcuni cambiamenti socio-demografici, come la riduzione del numero di bambini per nucleo familiare e il minor tempo da dedicare alla colazione e alla spesa (preferendo prodotti a maggiore shelf life come UHT), in parte a questioni di salute, come la diffusione di intolleranze e/o allergie. In controtendenza i consumi di yogurt, grazie alle caratteristiche nutrizionali e alla continua innovazione che hanno caratterizzato questo segmento al fine di soddisfare le esigenze e i nuovi stili di vita degli italiani.

Fonte: “L’Italia e la PAC post 2020: contributo all’analisi di contesto per gli Obiettivi Specifici dell’OG1. Approfondimenti settoriali: filiere zootecniche”, pubblicato da Rete Rurale Nazionale

Dinamica delle esportazioni e propensione all’export

Negli ultimi anni il saldo della bilancia commerciale per quanto riguarda i prodotti lattiero caseari è significativamente migliorato grazie a una contrazione delle importazioni di materia prima e contemporaneamente, all’incremento delle esportazioni di formaggi, cresciute del +39% in valore tra il 2019 e il 2015, rappresentando quasi il 90% del valore complessivo delle esportazioni del settore lattiero caseario.

Le esportazioni di formaggi e latticini italiani hanno raggiunto, nel 2019, il livello record di 3,1 miliardi di euro di vendite sui mercati esteri con 45 0mila tonnellate di prodotti che hanno varcato le frontiere nazionali (rispettivamente +11,2% e +6,3% rispetto al 2018).

Non solo buoni risultati economici; Il made in Italy caseario gode di un’ottima reputazione all’estero e ciò consente ai formaggi italiani di avere un posizionamento nella fascia alta di mercato in tutti i paesi di destinazione. Tale posizionamento è, tuttavia, minacciato dalla contraffazione e dal fenomeno dell’Italian sounding. In particolare, l’utilizzo su etichette e confezioni di denominazioni, riferimenti geografici, immagini, combinazioni cromatiche e marchi che evocano l’Italia colpisce alcuni dei prodotti emblematici della filiera (dal Parmigiano alla mozzarella), e risulta diffuso in alcuni mercati strategici come Stati Uniti, Canada, Australia e America latina, ma anche in alcuni mercati europei. Oltre a determinare un danno economico rilevante per le imprese italiane, questo fenomeno può comportare problemi legati alla qualità e alla sicurezza alimentare. Una delle forme più efficaci per contrastare queste frodi arriva dalla tracciabilità e da tutte quelle soluzioni che il digitale mette a disposizione delle filiere agroalimentari italiane (es. blockchain). Produzioni di qualità certificata

La filiera lattiero casearia nazionale è caratterizzata dall’elevata incidenza delle produzioni a Indicazione Geografica, per un totale di 52 riconoscimenti (di cui 50 DOP e 2 IGP) pari al 22% dei riconoscimenti in ambito UE. I formaggi si confermano la categoria più rilevante del Food IG a livello nazionale con un valore alla produzione di 4,5 miliardi di euro (pari al 59% di tutto il Food IG). In Emilia-Romagna e Lombardia si concentrano quasi i due terzi del valore complessivo.

Le principali denominazioni − Grana Padano, Parmigiano Reggiano e Gorgonzola − rappresentano da sole quasi il 74% della produzione di formaggi a denominazione e fanno da traino soprattutto per ciò che riguarda le esportazioni, che costituiscono lo sbocco per oltre un terzo dell’offerta. Circa la metà del latte prodotto in Italia è destinato a formaggi IG (di cui 38 a base di latte vaccino), che in parte giustifica il livello mediamente alto dei costi di produzione degli allevamenti nazionali e in parte ne influenza la remunerazione.

Nell’accezione di “qualità”, strettamente legata a questi prodotti, rientrano non solo i concetti di tradizione, tipicità e origine dei prodotti alimentari ma, soprattutto se si parla di produzioni zootecniche, per i consumatori sono sempre più pregnanti gli aspetti ambientali ed etici, come uso di pesticidi e antibiotici, emissione di gas effetto serra e benessere degli animali. I consumatori chiedono più trasparenza sull’intera catena di approvvigionamento, per essere sicuri di acquistare “cibo sano” in cui sia minima o nulla la presenza di residui di antibiotici, pesticidi, conservanti, e, in generale, di sostanze dannose per la propria salute e per l’ambiente. In tale direzione si muove la maggiore richiesta da parte dei consumatori di prodotti con certificazione di metodo biologico. Nel settore lattiero caseario la certificazione bio rappresenta una leva competitiva importante, soprattutto in alcuni segmenti merceologici: infatti, in controtendenza rispetto al latte fresco convenzionale, il cui consumo risulta in progressiva e strutturale contrazione, il latte fresco biologico evidenzia una dinamica decisamente positiva (+6,4% nel 2020 che fa seguito al +4,5% del 2019 per le vendite in volume presso la GDO). Dal punto di vista della struttura produttiva, tuttavia il numero di capi bovini allevati secondo il disposto del Regolamento (UE) 2018/848, relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici, costituisce una percentuale ancora piuttosto esigua del patrimonio nazionale (390 mila bovini, pari a circa il 7% del totale bovini).

Obiettivo Specifico 3: Migliorare la posizione degli agricoltori nella catena del valore

Rapporti di filiera e catena del valore

La filiera lattiero casearia nazionale si presenta piuttosto articolata, sia in termini di struttura che di organizzazione. La fase di allevamento con la presenza di 26.530 allevamenti risulta evidentemente compressa tra i fornitori a monte, rappresentati essenzialmente dalle aziende mangimistiche che hanno una connotazione prevalentemente industriale (418 industrie), e la fase più a valle costituita dalle imprese di trattamento e trasformazione del latte (1.957 unità produttive). A fronte della presenza di grandi gruppi industriali, anche di dimensione internazionale, la fase di trasformazione è comunque caratterizzata da un elevato grado di polverizzazione in alcune aree del Paese, soprattutto al Centro-Sud, e ne consegue per queste realtà, oltre a una scarsa propensione all’innovazione di processo e di prodotto, la difficoltà a rispondere alla pressione esercitata dalla Grande Distribuzione Organizzata sia in termini di volumi di fornitura sia in termini di prezzo. La debolezza della fase primaria si evidenzia soprattutto nella contrattazione dei prezzi alla stalla, almeno per quanto riguarda il latte conferito dagli allevatori alle industrie private, che rappresenta oltre un terzo delle consegne totali (i restanti due terzi sono destinati a strutture cooperative). Tale debolezza è ulteriormente accentuata dalle caratteristiche di deperibilità del latte, continuità produttiva nel corso dei 365 giorni dell’anno e dall’oggettiva difficoltà nell’adeguamento della produzione in stalla a eventuali mutamenti repentini di mercato sia in senso positivo che negativo.

Attualmente, per l’intero settore è particolarmente influente l’accordo a livello industriale siglato in Lombardia (che rappresenta la principale regione produttiva con circa il 44% delle consegne nazionali), che àncora il prezzo del latte pagato agli allevatori per il 30% alle quotazioni mercuriali del Grana Padano e per il restante 70% al prezzo medio UE, determinato a sua volta come media ponderata dei prezzi alla stalla comunicati dai 27 Stati Membri sulla base del Reg. di esecuzione (UE) 2019/1746 della Commissione per la trasparenza dei mercati.

Il debole potere contrattuale della fase agricola si riflette anche nel posizionamento nella catena del valore lungo la filiera lattiero-casearia. Da una stima della distribuzione del valore complessivamente generato lungo la filiera lattiero casearia partendo dal cancello dell’azienda agricola fino all’acquisto da parte del consumatore finale emerge che la fase di allevamento rappresenta circa il 18%, a fronte del 32% costituito dalla fase industriale e del restante 50% costituito dalla distribuzione (elaborazione Ismea su fonti varie).

Tuttavia, la formazione del prezzo finale e la quota delle diverse fasi possono assumere connotazioni assai differenti a seconda del prodotto considerato. In particolare, il potere contrattuale degli allevatori è meno “squilibrato” nei confronti degli acquirenti industriali specializzati nella produzione di latte fresco alimentare odi formaggi DOP

Lo squilibrio contrattuale tra parte agricola e parte industriale appare molto meno marcato per gli allevatori soci di cooperative di trasformazione, i quali hanno la certezza di collocare il proprio prodotto e vengono remunerati, in parte, in funzione della profittabilità della vendita dei prodotti finiti. La filiera presenta un buon livello di aggregazione, considerando che quasi i due terzi del latte prodotto in Italia (il 62%) è conferito a strutture cooperative.

Fonte: “L’Italia e la PAC post 2020: contributo all’analisi di contesto per gli Obiettivi Specifici dell’OG1. Approfondimenti settoriali: filiere zootecniche”, pubblicato da Rete Rurale Nazionale