All’ingresso di Palazzo della Valle, nel cuore di Roma, il brusio è diverso dal solito. Non è la platea di una conferenza, ma il corridoio dove due tasselli del “Sistema Paese” agricolo si parlano a porte quasi chiuse: da una parte Massimiliano Giansanti, dall’altra Matteo Zoppas. Presiedono rispettivamente Confagricoltura e ICE-Agenzia: due funzioni, una traiettoria comune. L’obiettivo è chiaro e, per una volta, misurabile: trasformare un risultato già robusto – l’export agroalimentare italiano che nel 2025 ha superato quota 72 miliardi di euro su 643 miliardi di vendite complessive all’estero – in una base di lancio per i prossimi dodici mesi, fra volatilità dei cambi, dazi a geometria variabile e concorrenza più aggressiva su scaffali fisici e marketplace globali. È il senso dell’incontro che ha “sigillato” una piena convergenza su consolidamento dell’export e rafforzamento delle strategie di internazionalizzazione.
Un record che chiede manutenzione
Il dato messo sul tavolo è di quelli che fanno titoli: secondo Askanews, il food italiano ha chiuso il 2025 “sopra 72 miliardi”, mentre il totale export ha raggiunto 643 miliardi. Un primato che conferma la centralità dell’agroalimentare nella bilancia commerciale e nella “diplomazia del gusto” che l’Italia esprime nel mondo. Ma c’è un corollario: numeri così alti non vivono di rendita. Vanno “manutenuti” con politiche commerciali coerenti, presidio dei canali distributivi e una lettura lucida dei rischi macro. È il messaggio che filtra dall’intesa Confagricoltura–ICE e che dialoga con altri riscontri pubblici: più di una fonte, fra cui Cia–Agricoltori Italiani e Coldiretti, colloca la chiusura 2025 tra “oltre 72” e “quasi 73 miliardi”, a fronte però di import in accelerazione e di un quadro competitivo che muta mercati e gerarchie di sbocco.
Già a inizio anno, le stime di Ismea indicavano un flusso in crescita (+5% nei primi undici mesi del 2025) e una chiusura “intorno ai 73 miliardi”, con una lista di campioni noti: caffè, bakery & pastry, formaggi, prosciutti e frutta fresca. Una fotografia che conferma la “resilienza qualitativa” del Made in Italy ma che non cancella i nodi di contesto.
La scena e i protagonisti: perché questo incontro conta
L’appuntamento è andato in scena a Roma, nella sede storica di Confagricoltura a Palazzo della Valle – luogo simbolico dove la rappresentanza agricola intreccia da decenni istituzioni e impresa – e ha visto riaffermare un principio operativo: ICE-Agenzia e Confagricoltura, “ciascuna nel proprio ambito”, lavoreranno in parallelo per accompagnare le imprese verso una maggiore capacità competitiva sui mercati. Giansanti ha scandito un concetto politico-industriale: serve una “strategia complessiva” per la valorizzazione del Made in Italy e la tutela delle produzioni, facendo leva anche su una “rinnovata capacità di ascolto del governo” e su una promozione all’estero più capillare, dalle grandi fiere ai business meeting verticali. Zoppas, dal canto suo, ha legato il posizionamento dell’export italiano a due variabili chiave del 2026: l’evoluzione del quadro dei dazi e l’andamento del cambio euro-dollaro, invitando a diversificare su mercati capaci di compensare eventuali frizioni commerciali.
Il perimetro macro: numeri, trend e vulnerabilità
- Secondo la Farnesina, nei primi 7 mesi del 2025 l’Italia ha esportato beni per 384,2 miliardi di euro (+2,9% sul 2024), con saldo commerciale positivo ma in attenuazione. Segnale: la dinamica globale resta favorevole ma meno “facile” che in passato.
- Le elaborazioni dell’ICE indicano che nel primo semestre 2025 l’export è arrivato a 322,6 miliardi (+2,1%), con farmaceutica e agroalimentare fra i driver, a compensare i rallentamenti di altri comparti. Per i mercati, spiccano ancora una volta USA, Germania, Francia e Regno Unito, con aperture crescenti in Asia-Pacifico.
- L’agroalimentare, in particolare, ha toccato nel 2024 quota 67,5 miliardi (quasi 11% del totale export), trampolino per il balzo 2025. La progressione di lungo periodo (crescita media annua dal 2010) mostra un settore in costante espansione, ma sempre più esposto alle politiche commerciali delle destinazioni extra-UE.
In parallelo, il sistema camera e associazioni registra una realtà meno confortevole dietro il record: secondo Cia–Agricoltori Italiani, nel 2025 l’Italia sarebbe tornata importatore netto di cibo (import oltre 73 miliardi, disavanzo intorno a 769 milioni). Il monito: competitività all’estero e sovranità alimentare interna vanno tenute insieme, investendo su produttività, innovazione e filiere.
Dove si vince oggi: fiere, mercati e canali
La ricetta operativa – ed è qui che l’intesa Confagricoltura–ICE si fa concreta – passa per tre leve.
- Fiere e presidi fisici ad alta resaNon è un dettaglio se Zoppas ha scelto FoodEx Japan per rimarcare la “voglia di Made in Italy” nell’area Asia-Pacifico e se ICE ha messo in campo nel 2024 oltre 140 iniziative di promozione specializzata per il settore, coinvolgendo circa 3.500 aziende e oltre 1.200 buyer esteri. Il 2025 si è aperto con un calendario altrettanto fitto e un focus su mercati chiave dove la disponibilità a pagare il valore “premium” italiano resta alta: Giappone, Corea, Singapore, Emirati, USA. Qui, presidio e continuità fanno la differenza.
- Accordi con GDO e piattaforme digitaliIl Rapporto ICE 2024–2025 ricorda che l’Agenzia ha realizzato nel 2024 ben 914 iniziative in 109 mercati, dalle fiere agli accordi con GDO e e-commerce: un ponte essenziale per PMI agroalimentari che cercano sbocco senza rete commerciale propria. Nella guerra degli scaffali – fisici e online – chi impara il linguaggio del buyer internazionale e conosce le regole dei marketplace guadagna metri preziosi.
- Diplomazia economica e “squadra”La Farnesina, con ICE, SACE, SIMEST e CDP, continua a spingere l’agenda export, con l’obiettivo politico di lungo periodo di 700 miliardi complessivi entro legislatura. Per l’agroalimentare, la cabina di regia è cruciale quando si tratta di gestire shock regolatori – vedi dazi USA – o transizioni delicate nei mercati emergenti.
Dazi, cambio e nuove frizioni: la variabile americana
Il tema che incombe, più della contabilità di fine anno, è la normalizzazione del quadro tariffario statunitense dopo le pronunce della Corte Suprema USA. Se il primo impatto è apparso positivo, il vero punto – come ha ricordato Zoppas – è la certezza del diritto: capire se e come i dazi già pagati saranno restituiti, quali strumenti sostitutivi la Casa Bianca potrà tentare e in che misura il cambio euro/dollaro eroderà o rafforzerà i margini delle imprese italiane. Il messaggio operativo è doppio: difendere le posizioni negli Stati Uniti e, insieme, accelerare sulla diversificazione. Nel frattempo, le stime di filiera rilevano che nel 2025 le vendite alimentari in USA hanno risentito del clima tariffario, con un arretramento in valore secondo alcune analisi settoriali. Tutto ciò rafforza l’urgenza di una strategia Paese che aiuti soprattutto le PMI – più esposte agli shock – nelle fasi di rinegoziazione.
Cosa chiedono (e offrono) le imprese: cinque priorità condivise
- Presidio dei mercati maturi, apertura mirata nei “nuovi”Consolidare Germania, Francia, Regno Unito e Svizzera – che restano snodi di volumi e margini – e aumentare l’esposizione qualificata in Asia e Medio Oriente, dove la domanda per prodotti a valore aggiunto cresce anche in nicchie premium. La diplomazia economica e i desk ICE sul territorio sono la corsia preferenziale per fare scouting commerciale e ridurre i costi di ingresso.
- Filiera e standard: la “compliance” come vantaggio competitivoLe filiere italiane hanno imparato a trasformare qualità, tracciabilità e sostenibilità in narrazione commerciale e premium price. Ma la competizione intra-UE è salita: Paesi con costi industriali diversi spingono private label e first price. Qui, reggere significa investire su innovazione di processo, efficienza energetica, packaging intelligente e logistica a temperatura controllata.
- Formazione export e cultura del datoDalle etichette multilingua alla due diligence sui partner, fino alla pricing intelligence per mercati ad alta elasticità della domanda: competenze che non si improvvisano. ICE ha intensificato iniziative di formazione e matching B2B. L’intesa con Confagricoltura può amplificarne la portata, portando i servizi nelle sedi territoriali e nei distretti.
- Finanza per crescere fuori: garanzie e cofinanziamentiIn una stagione di tassi ancora non “bassi”, gli strumenti SACE e SIMEST possono ridurre rischio e costo del capitale per investimenti in export, e-commerce, certificazioni, depositi esteri. La logica: trasformare la promozione in penetrazione stabile.
- Narrativa, tutela e contrasto all’“Italian sounding”La “cucina italiana” come patrimonio immateriale UNESCO e il racconto delle DOP/IGP offrono un megafono autorevole. Ma l’“Italian sounding” resta un drenaggio di valore. La sinergia Confagricoltura–ICE può incrociare campagne educative nei mercati-chiave e azioni legali mirate, con l’appoggio di ambasciate e camere di commercio.
L’agenda 2026: cosa aspettarsi, settore per settore
- Vino: volumi di produzione in assestamento e necessità di riposizionare i listini dove l’inflazione “importata” ha compresso la domanda. Spinta su enoturismo e storytelling territoriale. Stima Ismea su 2025/26: produzione in risalita, primato mondiale in volume; sfida, tenere il valore.
- Dairy & latte: dopo il tavolo Masaf di fine 2025, riferimento prezzi primo trimestre 2026 fra 0,52–0,54 €/lt per il latte “entro quota”, con misure di sostegno alla promozione estera. Una cornice utile a pianificare export di formaggi stagionati e freschi ad alto valore.
- Conserve e derivati del pomodoro: raccolto 2025 positivo; domanda internazionale sostenuta. Opportunità su private label premium nei mercati nordeuropei e in Nord America, con contratti di lungo termine per stabilizzare margini.
- Bakery & pastry: il “dolce italiano” continua a essere porta d’ingresso per nuovi consumatori. Lavorare su shelf life, porzionamento e linee “better for you” apre spazi nella GDO internazionale, specie in Asia urbana a reddito medio-alto.
- Caffè: resilienza strutturale, ma volatilità del prezzo verde. Differenziazione fra specialty e mainstream, con maggiore integrazione a valle (brand e retail esperienziale) nelle metropoli target.
Palazzo della Valle, una regia storica che guarda avanti
Non è casuale che la regia di questa intesa si rinnovi a Palazzo della Valle, sede di Confagricoltura dal 1948 e crocevia costante di confronti su politiche agricole e strategie di filiera. Un luogo che, oltre al valore storico-artistico, è diventato negli anni un vero “hub” di relazione tra imprese, istituzioni e mondo della ricerca. Anche qui passa la credibilità del sistema che si vuole offrire ai buyer e ai partner esteri.
Dalla dichiarazione d’intenti al metodo di lavoro
Se c’è un rischio che l’intesa Confagricoltura–ICE vuole evitare è quello di ridursi a una foto di rito. Il passaggio richiesto dalle imprese è operativo e scandito da tre verbi:
- Identificare: mappare i mercati ad alta propensione al Made in Italy dove la disponibilità a pagare resta sostenuta nonostante la congiuntura (es. Giappone, Corea, Emirati, Canada) e i mercati dove recuperare terreno (es. USA) dopo la fase dei dazi.
- Supportare: attivare programmi B2B e incoming buyer su misura per categorie e territori, con focus su PMI e su microfiliere che faticano a scalare. Gli oltre 900 progetti ICE in un anno dimostrano che la macchina può marciare veloce quando i target sono chiari.
- Misurare: condividere indicatori semplici – nuovi listini attivi, nuovi distributori, scontrino medio per canale, sell-out nelle GDO partner – e ricalibrare in corso d’opera. È il modo per trasformare il racconto della promozione in politica industriale dell’export.
Un patto per competere
A ben vedere, la notizia non è che Confagricoltura e ICE s’incontrino – accade spesso – ma che la convergenza avvenga in un punto di curva del ciclo globale: il 2026 inizia con variabili instabili (geopolitica, dazi, cambio, costo del denaro) e con competitor che hanno imparato a “replicare” estetica e linguaggi del gusto italiano. In questo quadro, l’alleanza annunciata a Palazzo della Valle non promette miracoli, ma propone un metodo: fare squadra, anticipare i rischi, presidiare i canali e investire sulle competenze. È quello che il mercato chiede da tempo.
Il resto lo diranno i numeri. Ma una bussola, oggi, è riemersa chiara: la forza dell’agroalimentare italiano non è soltanto nella reputazione del marchio-Paese; è nella capacità di trasformare qualità, organizzazione e intelligence commerciale in contratti firmati, scaffali guadagnati e carrelli che scelgono – ancora – il gusto italiano.