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Dl Bollette e agroenergie: tagliare oggi per pagare domani? Perché l’Italia non può permettersi di perdere biogas e biomasse

Il nuovo decreto sulle bollette ridisegna gli incentivi e azzera i prezzi minimi garantiti entro il 2031. Agricoltori e filiere energetiche: “Così si indebolisce un pilastro della transizione e dell’autonomia nazionale”. Cosa c’è davvero nel testo, chi vince, chi rischia, e quali correttivi sono sul tavolo

Dl Bollette e agroenergie: tagliare oggi per pagare domani? Perché l’Italia non può permettersi di perdere biogas e biomasse

È notte fonda in una stalla del Cremonese. Un cogeneratore ronza costante: trasforma reflui zootecnici in elettricità e calore, tiene accese le mungitrici, scalda l’acqua, alleggerisce la bolletta. È il cuore di un impianto a biogas che, insieme a migliaia di altri, fornisce una quota non trascurabile della produzione rinnovabile italiana. Proprio qui, dove l’economia circolare si fa quotidianità, arriva la notizia che agita la filiera: l’articolo 5 del nuovo Dl Bollette avvia la riduzione dei prezzi minimi garantiti (PMG) per biogas, biomasse e bioliquidi dal 2026, fino all’azzeramento dal 1° gennaio 2031. Un décalage che, denuncia Confagricoltura, “cancella un lavoro faticoso” e rischia di comprimere un asset strategico per energia, ambiente e territori.

Cosa prevede il Dl Bollette 2026, al netto degli slogan

Il decreto-legge n. 21 del 20 febbraio 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 febbraio 2026. Al centro: misure per ridurre le bollette di famiglie e imprese e intervenire sugli oneri generali di sistema, con un mix di contributi diretti e rimodulazioni tariffarie. Tra le novità principali: un contributo straordinario di 115 euro per i beneficiari del bonus sociale elettrico nel 2026; risorse per le imprese destinate a ridurre la componente ASOS (oneri a sostegno delle rinnovabili e della cogenerazione), finanziate anche da un +2% dell’IRAP su specifici comparti energetici a partire dal periodo d’imposta successivo al 31 dicembre 2025. Contestualmente, il Governo annuncia la volontà di “rimodulare i meccanismi di incentivazione delle rinnovabili” e semplificare installazione e connessione di nuovi impianti.

Dietro le formule, il messaggio politico è chiaro: ridurre il costo dell’energia intervenendo su quelle voci di spesa di cui lo Stato ha maggiore presa, senza perdere di vista la competitività industriale e la decarbonizzazione. Ma è sul rapporto tra taglio degli oneri e tenuta delle filiere bioenergetiche che si gioca la partita più delicata.

L’allarme di Confagricoltura: “Non possiamo rinunciare al contributo delle rinnovabili nazionali”

Per Confagricoltura la direzione assunta dall’art. 5 non è coerente con l’obiettivo, ribadito in sede europea e nazionale, di aumentare l’autosufficienza energetica valorizzando le risorse interne. La Confederazione ricorda che biogas e biomasse rappresentano circa l’11% della produzione elettrica rinnovabile italiana e che il meccanismo dei PMG – pensato per coprire i costi di esercizio e stabilizzare i ricavi di impianti piccoli o non convertibili al biometano – ha sorretto finora la sostenibilità economica di molte aziende agricole. Con il décalage verso lo “zero” al 2031, il rischio è quello di uno spegnimento progressivo, con impatti su energia, gestione dei residui agricoli e forestali, qualità di acqua, suolo e aria. Palazzo della Valle chiede correttivi, fino a ipotizzare un rinvio dell’applicazione.

Sulla stessa linea anche Cia–Agricoltori Italiani, che prende di petto il tema: “Non si faccia pagare il conto al biogas agricolo”. La Cia chiede di mantenere i Prezzi Minimi Garantiti e rassicurare le imprese sul plafond delle risorse, per evitare un colpo alla “continuità aziendale” soprattutto nelle aree zootecniche.

PMG, come funzionano davvero e perché contano per le agroenergie

Nati nell’alveo del ritiro dedicato del GSE, i prezzi minimi garantiti sono stabiliti annualmente dall’ARERA e si applicano entro determinate soglie di energia e potenza, differenziate per fonte. Nel caso di biogas e biomasse, storicamente i PMG hanno coperto i primi 2 milioni di kWh/anno per impianto, con valori aggiornati in base all’inflazione e ai costi di esercizio. La logica è semplice: quando i prezzi di mercato scendono sotto la soglia, il PMG “fa rete di protezione” per coprire i costi variabili e mantenere in attività impianti diffusi e utili al sistema.

Negli ultimi anni, inoltre, una norma nata con il Dl 57/2023 (cosiddetto “Decreto Rigassificatori”) e la successiva delibera ARERA hanno perfezionato un regime di integrazione dei ricavi proprio per biogas e biomasse in esercizio e non convertibili a biometano, riconoscendo il carattere “infrastrutturale” di molti impianti agricoli. Tagliare rapidamente quel cuscinetto rischia di rendere non bancabili manutenzioni e revamping, con effetti a catena su produzioni e redditività.

Cosa dicono le bozze tecniche: tetti di spesa decrescenti e rimodulazioni

Nelle bozze circolate sul Dl Bollette, una delle chiavi di lettura è la riforma dei PMG per le bioenergie con tetti di spesa decrescenti fino al 2030: per i bioliquidi sostenibili si scenderebbe da 700 milioni nel 2026 a 300 milioni nel 2030; per biogas e biomasse da 350 milioni nel 2026-2027 fino a 200 milioni nel 2030. L’art. 5 affida poi all’ARERA una rimodulazione delle componenti tariffarie per il gas usato nelle centrali da 1° gennaio 2027, mentre per i PMG l’orizzonte è il citato azzeramento al 1° gennaio 2031. Sono cornici che, se confermate in conversione, ridisegnano il perimetro di sostegno.

L’equilibrio da trovare: oneri in bolletta vs. resilienza del sistema

L’obiettivo di alleggerire la spesa energetica è legittimo, specie per le famiglie vulnerabili e le PMI. Il decreto mette sul tavolo oltre 100 euro di beneficio diretto per i più fragili nel 2026 e prevede riduzioni della componente ASOS per un ampio perimetro di utenze non domestiche, finanziate anche dal citato +2% IRAP ai settori energetici. Ma quando si tagliano in modo lineare i sostegni a filiere che assicurano flessibilità, gestione dei rifiuti organici, riduzione delle emissioni e stabilità dei prezzi in aree non interconnesse o a rete debole, si rischia di spostare il costo nel tempo: meno elettricità rinnovabile programmabile disponibile nei picchi, più dipendenza dal gas o da importazioni.

Nel 2024 le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico nazionale: un record storico alimentato da idroelettrico e fotovoltaico, mentre l’eolico ha segnato il passo. È un dato strutturale che testimonia l’avanzata delle FER, ma anche la necessità di “riempire i vuoti” lasciati dall’intermittenza con soluzioni programmabili: qui biogas e biomasse svolgono un ruolo di nicchia ma cruciale nella stabilità di rete e nella valorizzazione dei residui agricoli.

Perché quell’“11%” conta più di quanto sembri

La quota di circa 11% della produzione rinnovabile elettrica attribuita ad agricoltura, biogas e biomasse non è solo un numero: rappresenta migliaia di impianti diffusi, spesso di piccola e media taglia, integrati con allevamenti e filiere legno-energia. In provincia, dove la rete è talvolta più fragile, questi impianti forniscono servizi ancillari di fatto (riduzione dei picchi locali, autoconsumo in filiera, calore di processo) e favoriscono pratiche virtuose su digestato, fertilità del suolo, economia circolare. Spegnerli o renderli economicamente precari significa aumentare la volatilità di breve termine e perdere competenze sedimentate.

Norme ambientali più stringenti: non è solo questione di incentivi

Dal 1° gennaio 2026 sono pienamente operative le nuove regole sulla certificazione di sostenibilità per i biocombustibili previsti dal DM 7 agosto 2024, in attuazione del d.lgs. 199/2021 (RED II). Per impianti a biogas sopra determinate soglie, il rispetto di criteri ambientali diventa condizione per accedere o mantenere gli incentivi GSE. Dunque la filiera sta già affrontando costi di adeguamento e tracciabilità: in questo contesto, comprimere i PMG troppo in fretta rischia di fare attrito con un percorso normativo che chiede più qualità e investimenti.

Le proposte sul tavolo: correzioni mirate, gradualità e criteri performance-based

Quali correttivi possono conciliare l’obiettivo di “bollette più leggere” con la sopravvivenza delle agroenergie?

  • Gradualità vera: rimodulare il décalage dei PMG con un profilo più dolce al 2031, introducendo “scalini” che tengano conto di taglia, veteranità dell’impianto e aree a rete debole.
  • Condizionalità ambientale e di rete: mantenere un PMG residuale oltre il 2030 per impianti che dimostrino contributo a flessibilità, riduzione emissioni, gestione di reflui e residui secondo i nuovi standard, allineandosi alla logica di “sostegno in cambio di servizi”.
  • Valorizzazione del calore: agganciare parte del sostegno a progetti di cogenerazione efficiente e reti di teleriscaldamento agricolo/di piccola comunità, moltiplicando l’impatto energetico a parità di sussidio.
  • Canali per il revamping: prevedere una finestra di revamping/repowering con criteri anti-rendita, orientata all’efficienza e alla sostenibilità certificata, così da trasformare l’uscita dagli incentivi in una transizione verso la competitività.
  • Sinergia con gli accumuli: dove la programmazione è più preziosa (ore serali/invernali), favorire la combinazione tra biogas/biomasse e sistemi di accumulo distribuiti per appiattire i picchi e stabilizzare la fornitura, coerentemente con la crescita della capacità d’accumulo nazionale registrata nel 2024-2025.

Il punto di caduta per il legislatore

La conversione del decreto offre uno spazio per limare gli effetti non intenzionali. La maggioranza punta a un risultato tangibile e rapido sulle bollette; le associazioni agricole temono un boomerang su costi e sicurezza energetica tra pochi anni. La via d’uscita passa per un approccio selettivo: tagliare le rendite dove esistono, ma salvaguardare gli impianti che svolgono una funzione di sistema e ambientale dimostrabile. In altri termini: la stessa ARERA che aggiorna annualmente i PMG sulla base dell’inflazione e dei costi può essere l’arbitro di criteri più fini, che ancorino il sostegno a prestazioni e servizi resi alla rete e ai territori, in coerenza con il mandato affidatole anche dall’art. 5 sulla rimodulazione delle componenti gas dal 2027.

Costi oggi, costi domani: l’autonomia energetica non è gratis

Gli anni 2024 e 2025 hanno mostrato quanto le rinnovabili possano spingere in alto la copertura della domanda – fino al 41,2% su base annua e picchi oltre il 55% in alcuni mesi – ma anche quanto sia necessario bilanciare solare ed eolico con fonti programmabili, accumuli e gestione della domanda. Le bioenergie non sostituiscono il grosso della capacità rinnovabile, ma possono ridurre costi di congestione, sostituire importazioni in ore critiche e stabilizzare mercati locali dell’energia. In un Paese che vuole puntare su autonomia e resilienza, la diversificazione ha un valore che non sempre si riflette nel prezzo MWh per MWh. Tagliare quel valore può apparire un risparmio immediato, ma presentare un conto differito in affidabilità e costi di sistema.

Che cosa chiedono le imprese agricole, in concreto

Le richieste che Confagricoltura e Cia stanno portando in Parlamento si condensano in tre punti:

  • mantenere il PMG con una traiettoria più lunga e un floor oltre il 2030 per gli impianti che rispettano requisiti ambientali e forniscono servizi di flessibilità;
  • garantire un plafond certo per la fase transitoria, onde evitare blocchi agli investimenti e alla manutenzione ordinaria;
  • riconoscere con chiarezza il valore pubblico della gestione dei reflui e dei residui agricoli/forestali, che altrimenti ricadrebbero su comunità e amministrazioni.

Il terreno comune possibile

In Parlamento la discussione può convergere su una soluzione che:

  • confermi la riduzione degli oneri in bolletta per famiglie e imprese nel 2026-2028;
  • limiti l’uso del PMG alle casistiche dove è realmente “ultima istanza” per la sicurezza energetica locale, la stabilità di rete e la gestione ambientale dei residui;
  • introduca una verifica annuale dei costi evitati di sistema grazie agli impianti sostenuti (importazioni, picchi di prezzo, congestioni), per misurare il beneficio pubblico;
  • acceleri le semplificazioni su connessioni e revamping e favorisca comunità energetiche in filiera agricola, rendendo meno necessario il sostegno diretto in prospettiva.

Così il Dl Bollette potrebbe raggiungere l’equilibrio che oggi manca: ridurre il peso della spesa energetica senza smontare pezzi di transizione che funzionano e generano co-benefici misurabili.

Tagliare con il bisturi, non con l’accetta

La scelta non è tra “bollette alte” e “agroenergie sussidiate”, ma tra un taglio intelligente e uno miope. L’Italia nel 2026 ha bisogno di mantenere in funzione tutto ciò che rende il sistema più resiliente, pulito e autonomo: biogas e biomasse fanno parte di questo mosaico, con un peso dell’11% sul rinnovabile elettrico che, nelle ore e nei luoghi giusti, vale più della sua media statistica. L’art. 5 così com’è rischia di erodere questo valore; una correzione di rotta – più graduale, mirata e performance-based – è non solo possibile, ma necessaria per non dover tornare, tra pochi anni, a “riaccendere” con urgenza ciò che avremo spento per fretta.

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