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16.03.2026 - 16:15
Un varco di mare largo poco più di 29 miglia nautiche si è trasformato, in pochi giorni, nel metronomo dell’economia mondiale. Nel cuore del Golfo, tra Iran e Oman, lo Stretto di Hormuz ha rallentato fino quasi a fermarsi: petroliere e metaniere in attesa, premi di rischio assicurativi alle stelle, rotte deviate verso il Capo di Buona Speranza, prezzi dell’energia che schizzano verso l’alto. Il 16 marzo 2026, da Bruxelles, la responsabile della politica estera dell’UE Kaja Kallas ha rivelato di aver parlato con il segretario generale ONU António Guterres per valutare una possibile iniziativa “sul modello del Mar Nero” che consenta passaggi sicuri nello stretto, citando esplicitamente il rischio di carenze di fertilizzanti e, a cascata, di cibo. Un’idea urgente, perché la chiusura — di fatto o dichiarata — di Hormuz minaccia non solo il petrolio e il gas naturale liquefatto (LNG), ma anche il calendario dei raccolti e la spesa quotidiana di centinaia di milioni di famiglie importatrici.
Secondo l’EIA statunitense e l’IEA, attraverso Hormuz transita in media circa il 20–25% del commercio marittimo mondiale di petrolio e “circa un quinto” del commercio globale di LNG. In valori assoluti, parliamo di flussi vicini ai 20 milioni di barili al giorno per il greggio e derivati, con una quota preponderante diretta verso l’Asia. Questo rende lo stretto il più importante chokepoint energetico del pianeta: bloccarlo significa colpire simultaneamente forniture, capacità produttiva di riserva concentrata nel Golfo e fiducia dei mercati. Non a caso, tra fine febbraio e inizio marzo 2026, i prezzi del greggio hanno registrato scatti a doppia cifra e i future sul gas europeo (TTF) hanno mostrato forti rialzi.
Il rischio non si ferma agli idrocarburi. Secondo un’analisi citata dalla stampa francese, dal Golfo parte anche una quota rilevante di materie prime per fertilizzanti: circa il 27% delle esportazioni globali di ammoniaca, il 22% dei fosfati e il 45% dello zolfo. E la filiera dell’azoto dipende a sua volta dal gas naturale come feedstock: se le metaniere non escono da Ras Laffan (Qatar) o da altri terminal della regione, la pressione sui fertilizzanti nitrogenati si trasmette in tempi rapidi ai listini agricoli.
Il richiamo di Kaja Kallas a un’iniziativa ONU “come nel Mar Nero” rimanda all’esperienza dell’Initiative on the Safe Transportation of Grain and Foodstuffs from Ukrainian ports, firmata il 22 luglio 2022 a Istanbul e non rinnovata dopo il 17 luglio 2023. Quel meccanismo, coordinato dalle Nazioni Unite e dalla Turchia, stabiliva corridoi marittimi sicuri, ispezioni e una cabina di regia (Joint Coordination Centre) per far uscire il grano ucraino e facilitare, in parallelo, l’export di alimenti e fertilizzanti russi. Replicarne lo spirito a Hormuz significherebbe definire “finestre di sicurezza” per petroliere, metaniere e rinfusiere di fertilizzanti, alzando uno scudo diplomatico e tecnologico (scorte, scorte navali, ispezioni, tracciamento) in un’area oggi saturata da minacce, mine navali e attacchi con droni e missili. L’alternativa è lasciare che la spirale di prezzi e rischi sfugga al controllo.
A due settimane dall’escalation di fine febbraio 2026, le principali agenzie internazionali descrivono un traffico “quasi al punto di stallo” nello stretto, con conseguenze immediate: aumento dei premi di guerra assicurativi (sul modello Mar Rosso), navi che cercano riparo o allungano la rotta, e rialzi dei prezzi di petrolio, gas e derivati della petrochimica (come polietilene e urea). L’Asia — che acquista la maggior parte dei carichi dal Golfo — è l’anello più esposto. In parallelo, gli analisti avvertono che un blocco prolungato potrebbe spingere il Brent sopra quota 100 dollari/barile, una soglia psicologica che si tradurrebbe in inflazione importata per molti Paesi.
Il Qatar resta tra i primi esportatori mondiali di LNG (oltre 80 milioni di tonnellate nel 2025 secondo diverse stime di settore). Quasi tutte le sue metaniere devono imboccare Hormuz: quando il traffico si ferma o viene minacciato, i listini del gas in Europa e in Asia si tendono immediatamente, perché l’offerta “spot” si assottiglia e gli operatori sono costretti a riposizionare le rotte o rinviare i carichi. In questi giorni, più fonti segnalano interruzioni o riduzioni temporanee delle esportazioni qatariote e il congelamento di alcuni transiti di metaniere. È l’altra faccia — meno visibile, ma cruciale — della crisi.
Sulla sponda dei fertilizzanti, la regione del Golfo ospita campioni industriali come Ma’aden (fosfati), SABIC-Agri Nutrients (ammoniaca/urea), QAFCO in Qatar (urea, ammoniaca) e diversi produttori in Iran e Oman. L’arresto o il rallentamento dei flussi via Hormuz — oltre a gonfiare i noli e i premi assicurativi — sottrae al mercato spot tonnellaggi chiave di ammoniaca, urea e DAP/MAP, con riverberi immediati nei grandi Paesi importatori: India (urea, fosfati), Marocco (ammoniaca per la sua filiera), Corea del Sud e, in parte, l’UE. Nelle ultime ore, fonti di mercato e stampa specializzata in India segnalano già l’allarme per una possibile “soft underbelly” della crisi: la dipendenza dai fornitori GCC potrebbe tradursi in gare deserte, ritardi nelle consegne e rialzi dei prezzi CIF.
Il canale di trasmissione è duplice:
L’indice FAO dei prezzi alimentari ha interrotto a febbraio 2026 la discesa dei mesi precedenti, risalendo a 125,3 punti (+0,9% su gennaio). È un segnale debole, ma coerente con un contesto in cui il rischio geopolitico torna a pesare su cereali e oli vegetali. Se Hormuz restasse instabile, la probabilità che la curva si incurvi verso l’alto crescerebbe, specie nei Paesi importatori netti di grano, mais, riso e oli.
Per i consumatori di Paesi importatori netti di energia e alimenti, la combinazione di carburanti più cari, fertilizzanti scarsi e trasporti onerosi si traduce in un’inflazione “a spinta” su generi di base: pane, pasta, latte, olio da cucina. Le fasce a basso reddito e le aree urbane più dipendenti dall’approvvigionamento extra-locale sono le più esposte. Le misure possibili (voucher, tagli temporanei alle accise, crediti d’imposta per le imprese agroalimentari, acquisti congiunti di fertilizzanti) vanno calibrate per evitare effetti collaterali sui conti pubblici. Intanto, l’indice FAO e gli indicatori di insufficienza alimentare nelle aree vulnerabili restano fari accesi: la storia recente insegna che gli shock su energia e fertilizzanti si riflettono nei prezzi del cibo con un lag, ma con effetti duraturi.
La telefonata del 16 marzo 2026 tra Kaja Kallas e António Guterres apre una finestra politica tanto stretta quanto decisiva. Mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz con un dispositivo multilaterale ispirato al Mar Nero non è un’operazione semplice né “a costo zero”, ma rappresenta oggi la leva più credibile per arginare una crisi che minaccia di spostarsi dai terminal del Golfo agli scaffali dei supermercati. Nella gerarchia delle urgenze globali, garantire il passaggio di petrolio, LNG e fertilizzanti significa difendere non solo la sicurezza energetica, ma anche la sicurezza alimentare. E il tempo, come gli spazi a Hormuz, è limitato.
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