Alle prime luci dell’alba, nel porto di Istanbul, i rimorchiatori spostavano lentamente navi cariche di grano mentre, a poche miglia, squadre congiunte salivano a bordo per le ispezioni. Era il cuore pulsante di un meccanismo creato in emergenza e costruito su fiducia millimetrica: la Black Sea Grain Initiative. Oggi, con lo Stretto di Hormuz sotto pressione e la prospettiva evocata dalla premier estone Kaja Kallas di “pensare a un’iniziativa internazionale Onu” simile a quella del Mar Nero, quell’esperienza torna centrale: non come formula da copiare, ma come cassetta degli attrezzi da adattare per prevenire uno shock su petrolio, gas e fertilizzanti che colpirebbe soprattutto l’Asia e, a cascata, la sicurezza alimentare globale. Il riferimento di Kallas è di oggi, 16 marzo 2026, dopo un colloquio con il segretario generale Antonio Guterres; l’allarme tocca anche i fertilizzanti e le conseguenze nel medio periodo.
Che cosa fu, davvero, il “corridoio del grano” del Mar Nero
L’iniziativa ufficialmente denominata “Initiative on the Safe Transportation of Grain and Foodstuffs from Ukrainian Ports” fu firmata a Istanbul il 22 luglio 2022 da Ucraina, Federazione Russa, Turchia e Nazioni Unite. Prevedeva l’uso di tre porti ucraini (Odesa, Chornomorsk, Yuzhny/Pivdennyi) e la creazione a Istanbul di un Joint Coordination Centre (JCC) con rappresentanti dei quattro attori e segretariato Onu. Le navi percorrevano un corridoio umanitario concordato e venivano ispezionate all’ancoraggio di Istanbul da team misti per verificare carichi e crew in linea con le notifiche. L’accordo iniziale di 120 giorni fu rinnovato due volte, poi non prorogato: è scaduto il 17 luglio 2023. In un anno circa, attraverso l’iniziativa transitarono oltre 32 milioni di tonnellate di derrate, di cui più di 725.000 tonnellate di frumento destinate a operazioni umanitarie del World Food Programme (WFP).
L’architettura operativa poggiava su alcuni concetti chiave: ispezione congiunta a Istanbul, tracking AIS continuo, rotte e zone d’attesa predefinite, e un buffer di sicurezza mobile attorno alle navi in transito; i mercantili dovevano restare nel corridoio o nelle holding areas indicate. Il JCC autorizzava i movimenti, monitorava rotta e incidenti, e poteva richiedere ispezioni addizionali. Queste regole, fissate in procedure scritte e coordinate geografiche, furono l’elemento tecnico che rese assicurabili i viaggi.
Nei primi mesi i ritmi di ispezione crebbero (fino a una media di circa 10,6 al giorno nell’ottobre 2022), poi rallentarono per attriti politici e strozzature operative, con code e tempi d’attesa in aumento. Alla vigilia della scadenza di luglio 2023, il JCC contabilizzava 1.003 viaggi e 32,8 milioni di tonnellate di esportazioni; il giorno della cessazione l’Onu ribadì l’effetto calmierante dell’iniziativa sui prezzi alimentari globali (oltre -23% dall’indice FAO rispetto a marzo 2022).
Un tassello poco citato ma cruciale: in parallelo alla rotta ucraina, l’Onu lavorò su un Memorandum per facilitare l’export di alimenti e fertilizzanti russi (inclusa l’ammoniaca). Stati Uniti e Unione europea emisero chiarimenti e carve-out umanitari per cibo e fertilizzanti, per togliere alibi di “over‑compliance” bancaria e assicurativa. Sono precedenti normativi utili oggi per Hormuz.
I risultati (e i limiti) del modello Mar Nero
Sul piano logistico, il corridoio riattivò gradualmente i porti ucraini, con volumi crescenti da agosto 2022 a dicembre 2022 (poi calati), e spedizioni WFP verso aree affamate come Corno d’Africa, Yemen e Afghanistan. Soprattutto, funzionò la politica del rischio: standard chiari, ispezioni neutrali, e trasparenza tramite dashboard pubbliche consentirono a armatori e assicuratori di valutare e prezzare il transito.
Il limite strutturale fu la dipendenza dalla volontà politica delle parti belligeranti: rallentamenti nelle ispezioni, minacce di sospensione, attacchi ai porti ucraini e infine l’uscita russa il 17 luglio 2023. Morale: il meccanismo funziona finché tutti hanno incentivi e garanzie concrete, incluse quelle su fertilizzanti e pagamenti.
Perché Hormuz è più complesso (e più pericoloso)
Lo Stretto di Hormuz convoglia circa 20–21 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti, oltre un quarto del petrolio trasportato via mare e quasi un quinto dei consumi mondiali; l’80–85% dei flussi va in Asia (Cina, India, Giappone, Corea del Sud). Nel 2025 sono transitati oltre 110 miliardi di metri cubi di GNL, in gran parte dal Qatar, che non ha rotte alternative. Le pipeline di bypass esistono solo per Arabia Saudita e Emirati e sommano, nelle stime, 3,5–5,5 milioni b/g, ben lontane dai volumi che passano ogni giorno per lo stretto.
Non c’è solo energia: dal Golfo transita una quota rilevante di fertilizzanti. Analisi di mercato indicano che nel 2024–2025 fino a circa un terzo del commercio mondiale di urea e oltre un quinto di ammoniaca hanno origine in Iran, Qatar, Arabia Saudita, Emirati e Bahrain, con l’India tra i più esposti. Una chiusura o forte rischio su Hormuz potrebbe togliere dal mercato 3–4 milioni di tonnellate al mese di fertilizzanti, con effetti ritardati ma pesanti sui raccolti e sui prezzi del cibo. È il pericolo che Kaja Kallas ha esplicitamente legato alla “sicurezza alimentare nel medio termine”.
Nel quadro politico attuale, la richiesta del presidente francese Emmanuel Macron al G7 di “riaprire la navigazione a Hormuz il prima possibile” ( 11 marzo 2026 ) fotografa la posta in gioco: la libertà di navigazione su Hormuz è un interesse collettivo.
Lezioni operative dal Mar Nero per un’iniziativa Onu su Hormuz
1) Mandato chiaro, con “pacchetto gemello” su sanzioni e pagamenti
Il doppio binario Mar Nero (corridoio + facilitazione per cibo e fertilizzanti russi) va tradotto su Hormuz in un pacchetto che includa:
un impegno multilaterale sulla sicurezza del transito di petrolio, GNL e fertilizzanti;
chiarimenti vincolanti su pagamenti, assicurazioni e trasporto per merci essenziali, estendendo le eccezioni umanitarie già previste in ambito OFAC e UE. È cruciale per ridurre l’over‑compliance bancaria e assicurativa che paralizza i flussi.
2) Centro di Coordinamento Congiunto “esteso” e davvero neutrale
Il JCC di Istanbul fu l’elemento che rese “assicurabile” la rotta: per Hormuz servirebbe un JCC regionale (ad esempio in Oman o Qatar) con:
sala operativa h24 e partecipazione di Nazioni Unite, Stati rivieraschi, principali importatori asiatici e osservatori per assicuratori e classificatori;
procedure pubbliche su piani di viaggio, punti d’attesa, regole di comunicazione e ispezioni non intrusivamente disegnate per il contesto di Hormuz;
un meccanismo di allerta e de‑escalation per incidenti, con canali dedicati alle forze navali presenti nell’area.
3) Standard di ispezione e reporting per abbattere i premi di rischio
Nel Mar Nero la trasparenza (liste navi, carichi, ispezioni) consentì di stabilizzare i premi war risk. Su Hormuz, dove i premi sono già quadruplicati in pochi giorni e arrivati fino a 1–1,5% del valore nave per copertura war, servono:
verifiche congiunte “leggere” per categorie di merci critiche e reporting pubblico giornaliero;
un canale assicurativo dedicato con sottoscrittori e P&I Clubs, più eventuale backstop pubblico temporaneo per shock estremi, sul modello di altri teatri di crisi.
4) Corridoi di priorità e finestre temporali
Per ridurre congestione e rischio, l’esperienza del Mar Nero suggerisce finestre riservate a:
GNL del Qatar (data la non sostituibilità),
greggio e derivati per Asia,
fertilizzanti in periodi agricoli sensibili. Rotte e holding areas andrebbero mappate con regole dinamiche in funzione della minaccia, come avvenne nel Mar Nero.
5) Coinvolgere gli “utilizzatori finali” asiatici
Poiché oltre l’80% dei flussi di petrolio e GNL via Hormuz è destinato all’Asia, è strategico che Cina, India, Giappone e Corea del Sud siedano al tavolo come stakeholder economici e co‑garanti finanziari di strumenti assicurativi e di risk‑sharing. È un tratto nuovo rispetto al Mar Nero, ma coerente con la geografia dei flussi.
Le differenze che impediscono il “copia‑incolla”
Nel Mar Nero il valore era soprattutto agroalimentare; su Hormuz la leva è energetica e chimica (con le ricadute agricole dei fertilizzanti). Blocchi prolungati a Hormuz toglierebbero anche la capacità di riserva globale di petrolio, in gran parte in Arabia Saudita, aggravando la volatilità.
Le vie alternative: all’epoca, ai porti ucraini si affiancarono i corridoi di solidarietà via Danubio e terra; su Hormuz, bypass terrestri esistono in misura insufficiente (pipeline saudita e emiratina fino a 5,5 milioni b/g contro oltre 20 milioni b/g di transito tipico). La non sostituibilità del GNL qatariota è un vincolo duro.
L’ecosistema assicurativo: nel Mar Nero, le regole JCC e l’ombrello politico Onu/Turchia ridussero il premio di rischio; oggi a Hormuz i Joint War Committee a Londra rivedono rapidamente le aree di rischio e i premi: negli ultimi giorni molte polizze sono state riallineate al rialzo, con differenziali per navi con “nexus” USA/UK/Israele che pagano fino a tre volte. Una cornice Onu con trasparenza operativa è precondizione per ridare prevedibilità ai broker.
Il nodo fertilizzanti: l’effetto “ritardato” che preoccupa Kallas
Il prezzo del pane non dipende solo dal petrolio; dipende anche dall’urea e dall’ammoniaca che alimentano i raccolti. Se a marzo 2026 alcune stime indicano che fino al 30–34% dei flussi mondiali di urea origina dall’area Golfo e transita da Hormuz, ogni settimana di fermo può comprimere l’offerta nei mesi successivi, proprio quando i cicli agricoli richiedono input. Per paesi importatori come l’India, altamente dipendente dal GNL e dall’urea del Qatar, il colpo sarebbe fiscale e inflazionistico. Ecco perché l’avvertimento di Kaja Kallas sul “rischio fertilizzanti” parla già oggi di sicurezza alimentare nel medio periodo.
Quale “design” per un’iniziativa Onu su Hormuz
Obiettivo: garantire la libertà di navigazione per carichi energetici e fertilizzanti con un rischio residuo assicurabile e monitorato.
Strumenti:
JCC regionale con regole pubbliche su piani di viaggio e notifiche, ispezioni mirate e reporting quotidiano;
canale finanziario protetto per pagamenti legati a beni essenziali, facendo leva su general licenses e eccezioni umanitarie già esistenti, per ridurre l’over‑compliance;
schema assicurativo con impegni crowding‑in (partecipazione di importatori asiatici e IFIs) e calcolo del premio ancorato a metriche di rischio pubbliche (numero incidenti, aderenza alle rotte, allerte).
Governance: leadership Onu, ruolo di Oman come facilitatore, co‑garanzie asiatiche; canali di de‑confliction con le marine presenti.
Sequenza: partire da finestre di priorità (GNL e fertilizzanti), espandere a greggio/prodotti con step di validazione dati.
È una cornice più larga e più finanziaria di quella del Mar Nero, ma la logica è la stessa: regole chiare che trasformino un mare ad alto rischio in un rischio calcolabile.
La politica necessaria: interessi allineati, non simpatie
L’iniziativa del Mar Nero funzionò non perché le parti si piacessero, ma perché ciascuna intravide benefici concreti: Ucraina che riapriva l’export, Russia che vedeva facilitati i fertilizzanti, Turchia e Onu che consolidavano un ruolo di mediazione utile, i mercati che scendevano di nervosismo. Su Hormuz, il linguaggio deve essere lo stesso: interessi materiali e garanzie verificabili, non “buona volontà” astratta. Le parole di Kaja Kallas con Antonio Guterres spingono in questa direzione; ma la rapidità sarà decisiva, come ricordano anche gli appelli politici degli ultimi giorni.
Conclusione: il valore del precedente
Il Mar Nero ci consegna tre lezioni:
senza regole scritte e trasparenza operativa non c’è assicurabilità, quindi non c’è commercio;
senza pacchetti gemelli su pagamenti e eccezioni umanitarie, i corridoi si inceppano per over‑compliance;
senza incentivi per tutti, i meccanismi si logorano e si spengono alla prima crisi.
Applicarle a Hormuz non sarà semplice. Ma è l’unico modo per evitare che un collo di bottiglia da cui passa ogni giorno più di un quinto dell’energia mondiale e fino a un terzo dei fertilizzanti si trasformi in un capestro per la sicurezza alimentare che, qualche mese dopo, presenta sempre il conto.