Prati stabili e grande siccità: La «strategia» da seguire

L’analisi di Vincenzo Tabaglio, docente di agronomia all’Università Cattolica di Cremona

La siccità – record di questi mesi ha creato forti difficoltà anche ai prati stabili, ‘tesoro’ della nostra agricoltura con un’importante produzione di fieno che alimenta i bovini da latte, ed è per questo anche alla base della filiera di prodotti dop straordinari come il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano. Un’emergenza che nei giorni scorsi è stata al centro di un incontro in videoconferenza organizzato da Confagricoltura Lombardia, con i presidenti e i direttori delle Unioni provinciali, il presidente regionale Riccardo Crotti e Vincenzo Tabaglio, docente di agronomia presso l’Università Cattolica di Cremona ed esperto di sistemi foraggeri. «E’ stata naturalmente un’annata particolarmente sofferta per l’agricoltura in generale e la foraggicoltura in particolare, dato che quello fra acqua e foraggio è un binomia inscindibile. Pur a fronte di un quadro non omogeneo, è piovuto circa il 60% in meno rispetto alle medie climatologiche; e questo fenomeno – accompagnato da un considerevole incremento delle temperature medie – ha dato vita alla classica ‘tempesta perfetta’», ha premesso Tabaglio. Le conseguenze per i prati sono comunque differenti: a seconda della loro diversa natura (e dunque capacità di ritenzione idrica) e della provenienza dell’acqua. Per esempio, la zona del Cremasco – solitamente privilegiata grazie alla presenza di risorgive – quest’anno è andata in forte difficoltà perché le risorgive si sono seccate molto presto, e ci sono quindi stati grossi problemi di disponibilità idrica». Un’altra discriminante da considerare riguarda ovviamente il tipo di coltivazione: una cosa sono i prati stabili, altra i prati avvicendati. «Nel nostro incontro abbiamo concentrato l’attenzione sui prati stabili. Se sono secchi, bruciati, cosa è bene fare? Prima di tutto bisogna analizzare la situazione, tenendo sempre ben presente il loro grande valore agroambientale». Dunque, no ad interventi drastici. «Meglio aspettare la prima pioggia o un’eventuale maggiore disponibilità di acqua, cercando di capire se il prato ha in sè la capacità di riprendersi. Diversamente, l’intervento può riguardare tutto l’appezzamento o solo una sua parte. Senza mettere mano all’aratro o alle minime lavorazioni, ma puntando invece sulla trasemina di un nuovo miscuglio per infittire il cotico che in qualche modo era stato risparmiato». Una trasemina di infittimento, parziale o totale, per la quale «è fondamentale l’attenzione alla qualità del miscuglio da seminare. In quella fase, bisogna inoltre provvedere con particolare cura sia alla concimazione che all’irrigazione di supporto, garantendo il giusto equilibrio ai primi stadi della rigenerazione del prato. Tutte operazioni per le quali consiglio agli imprenditori di affidarsi alla consulenza di un agronomo, che di volta in volta potrà consigliare loro la scelta migliore». «Va detto anche che, per i prati stabili, adattarsi a determinati livelli di cambiamento climatico è sostanzialmente impossibile: o piove o si irriga, ma senza acqua non possono stare. Detto questo, un paio di accorgimenti vanno tenuti in considerazione: gestire in modo ottimale gli sfalci, che non devono essere troppo ravvicinati, e utilizzare qualche essenza un po’ più ‘resistente’ alla siccità nel miscuglio delle sementi scelte per infittire il prato. Ad esempio, aumentare un po’ le leguminose rispetto alle graminacee prative può favorire una maggior tolleranza alla decurtazione idrica».

Fonte: Giornale La Provincia di Cremona