Prezzi dei mangimi ora fuori controllo

Italia ed Europa sono vittime di pluridecennali errori strategici e si espongono al rischio di severe lezioni sull’agroalimentare.

Talvolta anche le più raffinate analisi degli economisti possono nascondere trappole con cui si rischia di fare i conti in futuro. Ciò perché le dinamiche globali non sono esclusivamente economiche, bensì anche politiche, sociali, culturali e talvolta belliche. Gli indirizzi di business consigliabili oggi potrebbero cioè rivelarsi degli harakiri domani.

A conferma, una ventina di anni fa alcuni economisti nostrani ipotizzavano enormi potenzialità di crescita se gli italiani avessero adottato la predisposizione americana all’acquisto rateale. L’italiano, più sparagnino, tendeva infatti a comprare quando aveva i soldi per farlo, in tutto o almeno in parte. L’americano dell’epoca no: rateizzava e acquistava. L’economia d’Oltreoceano pareva quindi florida ed espansiva, a partire dal mercato immobiliare. Solo pochi economisti, fra cui Luigi Zingales, avvertirono dei rischi di quelle bolle speculative. Pochi anni dopo, nel 2007, in molti dovettero dare ragione al professore padovano, poiché fu in quell’anno che iniziò la più catastrofica crisi finanziaria del Dopoguerra. Fare debiti è infatti una leva interessante per alimentare l’economia solo se nell’immediato futuro si hanno i soldi per tapparli, quei debiti. E molti americani quei soldi non li avevano, cadendo nella trappola micidiale di avere più rate da pagare che soldi con cui pagarle. In Italia ciò impattò meno, grazie proprio a quella natura risparmiatrice che fece sì che a fronte di un grande debito pubblico esistesse un discreto risparmio privato.

Quella lezione, però, non sembra aver reso più saggi i decisori politici nostrani su molteplici faccende, agricoltura in primis, né pare che la pessima esperienza americana abbia indotto a maggiore prudenza alcuni economisti del settore primario. Nel corso dell’ultimo ventennio si sono infatti moltiplicati articoli che spingevano l’agricoltura nazionale verso attività più redditizie, anche se di nicchia, abbandonando le colture meno remunerative come per esempio mais e cereali. E fin qui parrebbe pure consiglio logico e razionale. Peccato che per far ciò si sia finiti con l’importare sempre più commodities da altri Paesi. Abbiamo cioè gonfiato nel tempo un pericoloso debito in termini di autosufficienza alimentare, a fronte di profitti tanto appetitosi quanto momentanei. Coerenti con questo storytelling, anche i sussidi pubblici all’agricoltura sono cambiati negli anni, passando dal premiare le produzioni a incentivarne la riduzione. Il set-aside, per esempio, prevedeva specifici contributi a chi lasciasse incolti i terreni, salvo essere abolito, guarda caso, nel 2008 a crisi finanziaria ormai deflagrata. Nel frattempo si erano moltiplicate le normative europee, sempre più restrittive, che insieme ai disciplinari di produzione hanno drasticamente ridotto l’arsenale fitosanitario e i fertilizzanti a disposizione degli agricoltori. Infine il Greening, con sussidi specifici che premiano l’ecologia a scapito della produttività. Ottime quindi le intenzioni verso l’ambiente, sebbene i risultati non siano stati all’altezza dei sacrifici chiesti in cambio. Disastrose infatti le conseguenze per la produttività agricola, tanto che sono andati moltiplicandosi i terreni abbandonati. In pratica, un set-aside definitivo causa disperazione. Notevoli si sono infine rivelati anche gli adempimenti burocratici, lievitati senza pietà a carico di agricoltori e allevatori. Questi si sono perciò trovati di fronte a una scelta opprimente: abbandonare o adeguarsi, moltiplicando la caccia ai sussidi e al taglio dei costi fino a divenire strettamente dipendenti dai sussidi stessi. Ed è proprio in questi scenari che si è realizzata anche la crescita del biologico e dei prodotti cosiddetti «tipici», quelli cioè venduti a caro prezzo sui mercati, riconoscendo però agli agricoltori poche briciole in più. Poi vennero i grani antichi, le varietà autoctone dimenticate, le razze animali pressoché estinte da recuperare, nonché molteplici colture alla moda. Tutto con il fine di vendere magari poca merce, ma a prezzi più alti, tappando con le importazioni i crescenti buchi agroalimentari. E a chi manifestava preoccupazione per tale rischioso sbilanciamento veniva risposto «È il mercato, bellezza»! Infatti, perché produrre mais da insilare, quando conviene coltivare altro, dando al proprio bestiame granturco importato? Perché mai continuare a spingere le rese delle commodities, quando il mercato non ripaga i costi e si ricava più denaro correndo dietro a qualche coltura-capriccio? Esempio di ciò la Regione Lazio che per il 2022 avrebbe concesso 600 euro all’ettaro di contributi a chi coltivi quinoa biologica. Peccato che stando ai dati Fao la resa media della quinoa sia intorno ai nove quintali per ettaro, spaziando da un minimo di 2-3 quintali fino a picchi, rari, di venti se coltivata in modo moderno e intensivo. Di grano duro si possono invece toccare in Italia rese di 50 quintali per ettaro (34 di media) e di grano tenero perfino i 90 (media 62). Di certo, la moda della quinoa, specie se bio, ne ha fatto lievitare i prezzi oltre che i contributi. Nel 2005 veniva infatti prezzata 400 dollari la tonnellata, contro i 2.500 dollari del 2018 dopo aver toccato addirittura i seimila nel 2013. Forti di tali numeri, sulla stampa di settore impazzarono quindi gli articoli che ne incentivavano la semina, spacciandola come ghiotta opportunità di mercato. Questo fino a un paio di anni fa.

Oggi, con le bombe che fischiano in Ucraina e le navi di grano, mais e olio di girasole che non arrivano più nei porti, i contenuti degli articoli sono di tutt’altro tenore, lanciando grida di dolore per la mancanza di approvvigionamenti di materie prime e di mangimi per le stalle, con la minaccia di dover abbattere il bestiame entro poche settimane se non arriveranno in fretta forniture sostitutive dall’estero. Ma non di quinoa biologica, bensì di cereali e soia. Soprattutto il mais, pilastro degli allevamenti nostrani, è calato vistosamente negli ultimi anni. Secondo Istat, in Italia se ne produceva poco meno di cento milioni di quintali fra il 2006 e il 2008, contro i 61 milioni del 2021. Troppe restrizioni, troppi costi e pochi ritorni economici. Meglio quindi correre dietro ai trend del momento, spesso opportunistici, che tener duro e salvare le fondamenta dell’agricoltura e della zootecnia italiana. La crisi ucraina ha poi usato come sveglia grandi secchiate di acqua gelida, spazzando via in un lampo gli innumerevoli storytelling delle produzioni scarse, sì, ma furbe, poiché più remunerative. Purtroppo, a suon di tarlare le travi portanti del Paese, incalzando gli agricoltori verso imprudenti obiettivi modaioli, oggi la realtà suona alla porta e presenta il conto, con un mais il cui costo sarebbe aumentato del 60-70% rispetto al 2020 (fonte Federalimentare), seguito dappresso dalla soia usata per l’alimentazione degli animali e quindi per la produzione di formaggi e salumi. Peccato che l’Italia ne debba importare oltre il 70% e che oggi il suo prezzo sia aumentato del 30-40% in un solo anno. Senza peraltro dimenticare le speculazioni: in soli tre giorni il prezzo del mais per nutrire il bestiame sarebbe passato da 35 a 60 euro al quintale, prezzo rilevato il 10 marzo (fonte Cia). Non va certo meglio per il farinaccio, altro prodotto utilizzato negli allevamenti, salito da 12 a 30 euro in pochi giorni. Quasi raddoppiati anche i mangimi a base di favino e pisello proteico. A queste condizioni, stando agli stessi allevatori, il rischio è appunto di chiudere e di portare al macello il bestiame prima che deperisca per mancanza di nutrimento.

Sono bastate cioè poche settimane di guerra per mettere definitivamente in ginocchio le già fragili potenzialità produttive di un’Italia troppo dipendente dall’estero per non ricevere la fatidica spallata finale, cioè quella variabile extra-economica cui mai si pensa finché non arriva come un meteorite, spazzando via ogni spicciolo opportunismo. Ora si cerca di correre ai ripari in extremis, con Stefano Patuanelli, Ministro delle politiche agricole, che ha sollecitato lo sblocco delle importazioni di ibridi di mais ogm anche se non ancora autorizzati dalla Ue per il consumo. Peccato che di poterli coltivare in Italia ancora non se ne parli. Nel frattempo in diverse aree italiane si cambia orientamento produttivo, sconfinando talvolta nella fantascienza. Per esempio, in provincia di Foggia, regina del pomodoro da industria, molti agricoltori si starebbero orientando alla semina del mais. Un’eventualità da ritenersi impossibile solo un mese fa. Non che la storia non abbia dato in passato lezioni in tal senso. Dai porti del Mar Nero arrivò infatti quel grano russo e ucraino che nel 1861 contribuì a sedare le rivolte popolari che presero vita nel Meridione post-unificazione italiana. All’epoca avevamo sì tanta terra, ma raccoglievamo di grano un po’ meno di quanto oggi si raccolga di quinoa. Invece, usando le moderne tecnologie potremmo raccogliere molto di più, di tutto, ammorbidendo quindi l’inevitabile dipendenza dall’estero su livelli meno impattanti per l’economia italiana. Quella stessa economia drogata per decenni dalle troppe euforie supposte furbe, salvo poi scoprire che senza alcuni ben precisi pilastri viene giù il palazzo interno. Sarebbe cioè giunto il momento di guardare ancora alla produttività interna come a un bene sacro da promuovere a ogni costo, anziché correre dietro a molteplici gatti e volpi che promettono di raccogliere zecchini d’oro semplicemente seppellendone un po’ nel campo. Il loro, di campo, ovviamente.

Fonte: La Provincia – Rubrica “Balle di paglia” a cura di Donatello Sandroni