Prezzo del latte, Crotti: «No a questo gioco. Pagano solo i produttori»

«Il prezzo del latte previsto nell’accordo di filiera dello scorso novembre, per quanto superato dall’incremento dei costi energetici e delle materie prime, va quantomeno rispettato: le aziende agricole sono in grave difficoltà, e in Italia la remunerazione alla stalla è largamente inferiore alla media europea, a fronte di costi di produzione più elevati». Lo ha ribadito Riccardo Crotti, presidente di Confagricoltura Lombardia e della Libera Associazione Agricoltori Cremonesi, intervenendo ieri pomeriggio al tavolo latte convocato a Milano dall’assessore regionale all’agricoltura Fabio Rolfi. Crotti ha anche proposto una serie di provvedimenti da mettere in campo quanto prima per ridurre i costi di produzione: tariffe agevolate per l’energia elettrica, come già avviene per il gasolio; fiscalizzazione degli oneri sociali per i dipendenti agricoli; aumento dell’Iva dal 10 al 15%, «anche a fronte del nostro significativo e mai abbastanza riconosciuto – contributo ambientale».

«È chiaro poi che bisogna trovare il modo per garantire una più equa ridistribuzione del valore tra i diversi anelli della filiera: non possiamo essere gli unici a pagare per tutti. Nel frattempo, verificheremo se le fatture in arrivo dalle aziende rispettano o meno l’accordo di novembre, segnalando alla Regione – come ci è stato chiesto dall’assessore Rolfi – eventuali situazioni di difformità. Formalizzeremo le nostre osservazioni in un documento per l’assessore, che si è impegnato a rappresentarle nella seduta monotematica sul tema latte della Conferenza Stato Regioni, in programma la prossima settimana», ha concluso Crotti, rilanciando il suo appello per una concreta sburocratizzazione.

«Nello scostamento di bilancio – ha sottolineato Rolfi – dovrà essere sostenuta la filiera del latte, che oggi si trova in grande difficoltà. Regione Lombardia si farà parte attiva di un documento di proposte per il governo: tra queste, la liberalizzazione del digestato come fertilizzante – come chiesto dalle parti agricole -, la sburocratizzazione del sistema con riferimento agli oneri a carico dei trasformatori, e un intervento sull’Iva nel breve periodo per sostenere con risorse fresche la filiera in un periodo segnato dall’aumento dei costi energetici. Servono interventi concreti, efficaci e strutturali».

«Va inoltre rivisto il sistema di contrattazione del latte per renderlo più moderno: occorre includere – ha proseguito Rolfi – tutti gli elementi di valore nella determinazione del prezzo e spalmare meglio i ricavi lungo la filiera. Lo scorso novembre è stato siglato un accordo nazionale su un prezzo di emergenza per il latte a 41 centesimi al litro, oggi certamente superato ma che va, almeno, rispettato».

Il tavolo del 17 marzo, al quale hanno partecipato esponenti del mondo sindacale agricolo e della cooperazione, dell’industria e della grande distribuzione organizzata, non ha comunque lasciato trapelare margini di ‘ricucitura’ tra posizioni profondamente diverse nella filiera, d’accordo solo nel riconoscere che l’accordo di novembre è rimasta largamente disatteso e che bisogna intervenire sui costi di produzione.

«Un accordo scritto ‘con i piedi’, palesemente inapplicabile e sottoscritto solo perché non se ne poteva fare a meno», ha precisato il direttore di Assolatte, Massimo Forino. «In realtà oggi non ci sono margini per intervenire in modo significativo sul prezzo: i costi di produzione e dell’energia sono aumentati per tutti, ed è sostanzialmente impossibile trasferirli al consumatore. A valle della filiera c’è un collo di bottiglia – o forse sarebbe meglio parlare di una diga – insuperabile», ha concluso, contestando come superficiale, troppo generico e dunque in larga parte inattendibile il dato appena diffuso da Ismea che parla di un costo di produzione alla stalla pari a 46 centesimi al litro.

La qualifica di ‘collo di bottiglia’ o ‘diga’- riferita implicitamente al mondo della grande distribuzione organizzata, è stata però respinta dai diretti interessati. «Troppo spesso veniamo additati come responsabili ultimi delle difficoltà degli allevatori; ma noi abbiamo rapporti solo con l’industria, dobbiamo fare i conti con margini in forte contrazione e con la crescente preoccupazione dei consumatori, molti dei quali vedono diminuire la loro capacità di spesa. C’è una sola coperta, ed è troppo corta per accontentare tutti come ciascuno vorrebbe: accapigliarsi per qualche centimetro in più non serve a nulla. Facciamo squadra, ragioniamo da filiera. Torniamo a concentrarci sui meccanismi fisiologici del mercato».

Un clima nel quale l’urgenza e la drammaticità dei problemi che toccano le aziende agricole («Se non riuscite a pagare neppure 41 centesimi al litro c’è qualcosa che non torna, nel giro di due o tre mesi non saremo più in grado di pagare i fornitori», hanno detto alcuni esponenti del settore primario) non sembra tuttavia riuscire a fare breccia. Così la palla torna a Roma, all’ipotesi di una differente gestione della leva fiscale, alla conferenza Stato-Regioni e al nuovo tavolo latte che il ministro Stefano Patuanelli ha preannunciato di voler convocare. Sperando che – almeno questa volta – la montagna non partorisca il topolino.

Fonte: articolo di Andrea Gandolfi – La Provincia di Cremona 18/02/22