Sezione suinicola, il punto sul comparto

Nel corso di una partecipata assemblea, parte in presenza e parte in streaming, la Sezione suini di Confagricoltura, riunitasi a Piacenza, sotto la guida del presidente Rudy Milani, ha esaminato i diversi argomenti sul tavolo. Presenti attivamente i due vicepresidenti di Confagricoltura Lombardia: Giovanni Favalli e Davide Berta.

Il problema principale oggi è rappresentato dalla questione della genetica, o meglio delle linee genetiche dei suini escluse dalla produzione dei prosciutti del circuito del Parma. Argomento esploso nel corso dell’estate, estremamente sottovalutato, e ancora irrisolto. E probabilmente resterà tale se, come ha detto Milani, pare che l’unica proposta che attualmente viene presa in considerazione da parte del Mipaaf sia quella di fare slittare i tempi per la regolarizzazione delle linee genetiche delle scrofe da 12 a 36 mesi. Decisamente troppo poco, gli allevatori si aspetterebbero qualche intervento più incisivo in grado di tutelare le loro produzioni. Considerando poi che alle spalle di questo pasticciaccio della genetica vi è l’ombra dell’Anas, anche se non con azioni dirette, una delle soluzioni che gli allevatori possono intraprendere, almeno per evitare guai simili in futuro, è quella di lavorare per dotarsi di un Libro genealogico alternativo.

Oggi questa possibilità esiste ed è concreta. La legge 30 sulla riproduzione animale, che di fatto avallava il monopolio di Aia sul settore, è stata superata dalla legge 52/2018 che tende a liberalizzare il settore del miglioramento genetico accettando la presenza di più enti selezionatori; in pratica coloro che gestiscono i Libri Genealogici, come avviene in molti paesi evoluti dal punto di vista zootecnico. Qualche esempio in Italia comincia già a comparire, nonostante i molti tentativi di affossarli e le diffcoltà burocratiche ed economiche per costituirli, come nel caso della Frisona o della bufala.

Il primo passo è quello del riconoscimento giuridico da parte della Prefettura con l’attivazione di un iter che comporta una spesa di circa cinquantamila euro; poi occorre il riconoscimento quale ente selezionatore da parte del Mipaaf e quindi la presentazione dei piani selettivi e la loro approvazione per poter poi operare. Il tutto comporta almeno un anno di tempo. Possibilità che, nella specie suina, presenta maggiori difficoltà rispetto ai bovini perché si partirebbe da una unica base di scrofe, ma anche perché, chi detta le regole per gli obiettivi di selezione da perseguire per poter accedere alla produzione dei prosciutti Dop, sono i consorzi di tutela. Ad oggi due sono gli indirizzi principali che vengono forniti: il grasso di copertura e l’attitudine alla stagionatura delle carni. Da questo punto di vista sarebbe utile già riuscire ad ottenere la possibilità di indirizzarsi su uno dei due come alternativa anziché perseguirli in contemporanea.

Una considerazione a margine degli obiettivi di selezione e di produzione, ma con importanti risvolti economici: in Italia si producono 8 milioni di suini, 16 milioni di cosce di cui circa 11 milioni diventano prosciutti DOP. Devono essere tutte di prima scelta? Forse converrebbe differenziare la produzione delle DOP con una gamma più ampia di prodotti. Con questa operazione si potrebbe entrare in concorrenza ai prodotti non DOP e occupare nuove fasce di mercato.

Altri temi toccati nel corso dell’incontro sono stati la regolarizzazione delle partite fuori peso al macello e la corretta alimentazione dei suini con il rispetto dei limiti che devono essere calcolati sulla sostanza secca dei singoli alimenti ed i relativi rapporti con gli Istituti di controllo. Poi il benessere animale con il problema delle code integre, l’adesione a Classyfarm e le deleghe per la rappresentatività del comparto in relazione al rinnovo delle nomine in ambito Cun.

Fonte: Confagricoltura Lombardia