Su allevamenti e alimentazione tante fake news

Dagli allevatori un’attenzione maniacale alla cura dei loro capi. Se maltrattati o malnutriti, gli animali producono poco e male

di Roberto Defez

Spesso, parlando e scrivendo di alimentazione, si corre il rischio di finire fuori strada e cadere negli stereotipi e nei preconcetti del secolo scorso. Uno dei rischi più frequenti – ad esempio – è quello di fare filippiche senza riscontri epidemiologici su malattie trasmesse all’uomo da specifici e ben caratterizzati allevamenti di polli avanzati. Purtroppo ancora una volta dobbiamo assistere a un meccanismo di pubblicità per alcuni prodotti di alta gamma (e sicuramente di alto costo) che si giustifica infamando altri onesti lavoratori e imprese corrette e responsabili che tirano la carretta per tutto il Paese, coprendo quest’ultime di dicerie, allusioni e accuse senza prove. Un approccio da sempre contrastato dalla Libera Associazione Agricoltori Cremonesi. Un recente articolo evoca delle zoonosi, ma finisce per parlare di salmonella o escherichia coli, che sono state da sempre le malattie più frequenti quando si prendeva l’uovo tiepido dal pollaio e, bucandone una estremità, si facevano bere crudi, incuranti degli escrementi che avvolgevano l’uovo.

Roberto Defez è primo ricercatore all’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR di Napoli, dove dirige il gruppo di ricerca di Biotecnologie microbiche

La realtà è esattamente all’opposto: gli alloggi individuali dei polli moderni hanno a disposizione 750 centimetri quadri di spazio ad animale, ognuno dotato di grattaunghie, trespolo e bagno di sabbia: un nido riservato dove non essere costretti a sciamare e beccarsi con migliaia di suoi simili. In questi alloggi individuali la carica batterica di coliformi è fino a 5 volte inferiore a quella che si trova sulle uova deposte da galline che razzolano a terra e che, pur avendo tanto spazio a disposizione, finiscono per stare l’una incollata all’altra, passandosi così ogni genere di malattia. Molto spesso quelle che sembrano frasi di buon senso o meglio di senso comune (dare tanto spazio alle galline) non corrispondono a misure di sicurezza sanitaria sia per la salute e il benessere animale che per quella di noi consumatori che mangiamo le loro uova. Addirittura, ignara di quale scheletro stia tirando fuori dall’armadio, certa stampa accusa gli allevamenti imprenditoriali e lega la presenza di escherichia coli come causa di coliti emorragiche e insufficienze renali. Basterebbe non essere a digiuno della materia per ricordare che la seconda più grave epidemia alimentare del continente (dopo mucca pazza di cui magari parleremo un’altra volta) dal dopoguerra ad oggi è legata alla coltivazione di germogli di soia biologica in Germania nel 2011, altro che allevamenti intensivi. Il 10 giugno 2011 La Stampa (https://www.lastampa.it/cronaca/2011/06/10/news/batterio-killer-l-annuncio-di-berlino-br-la-causa-sono-i-germogli-dei-fagioli-1.36955654 ) spiegava che erano state le carenti misure sanitarie su alimenti biologici a causare migliaia di casi di diarrea emorragica con 53 morti, e alcune centinaia di persone con permanenti danni renali: il tutto causato da un particolare ceppo di escherichia coli lasciato proliferare su cibo di alta gamma, appunto, e non dal sistema degli allevamenti imprenditoriali.

Questo approccio a problemi complessi fatto per slogan e dati scientificamente inconsistenti, serve solo ad aumentare le fobie alimentari di cui già troppi soffrono, soprattutto tra gli adolescenti come continuano a segnalare i pediatri italiani sulla loro rivista «Medico e Bambino». Legare l’uso di antibiotici (che non riguarda i nostri allevamenti) all’insorgenza di resistenze ospedaliere, fa finta di non vedere che la stragrande maggioranza di quegli antibiotici usati in passato, non servono per le cure mediche e gli abusi hanno origini molto diverse. Marchiare come buone e salutari le sole carni di bovini che scorrazzano su prati e montagne, non fa i conti con l’occupazione dei suoli, la riduzione della flora selvatica (ossia la vera biodiversità) che viene calpestata o brucata dalle mandrie e il fatto che le feci di questi animali vengono disperse in vaste aree e non possono essere raccolte e riciclate. Quei letami sarebbero dei preziosi fertilizzanti, che opportunamente fermentati, possono supplire ai prezzi più che triplicati oggi, a sei mesi dall’invasione russa dell’Ucraina. Solo in questi mesi in tanti hanno capito che da Russia, Ucraina e Bielorussia ci arriva la gran parte dei fertilizzanti necessari alla nostra agricoltura e i letami (che sono un pallido sostituto di quei fertilizzanti) possono essere raccolti e utilizzati solo se gli animali stazionano nelle stalle, non se vagano per prati e colline occupando ancora altri suoli. Ma non basta.

Dal 2003 facciamo i conti con l’influenza aviaria, ossia una malattia trasmissibile dagli uccelli all’uomo: quella sì una vera zoonosi. Non vi è dubbio che polli allevati al coperto sono molto più protetti dal passaggio di uccelli migratori che rilasciando escrementi possono infettare molto più facilmente altri volatili che stazionano a terra all’aperto su vaste aree. Per questo all’insorgere di eventuali nuove epidemie, sarebbe utile la certificazione in etichetta opposta a quella propagandata, ossia che quel pollo è stato allevato al coperto, in capannoni ben protetti e che non è andato a scorrazzare in luoghi esposti all’interesse di uccelli migratori che magari si sono posati a mangiare dalle stesse mangiatoie. Ma soprattutto i dati che ci vengono dall’economia e dalla spesa quotidiana degli italiani ci spiegano che la nostra spesa alimentare vede schizzare alle stelle i prezzi di frutta e verdura, con una contrazione di consumi di quegli alimenti salutari e della spesa in generale. In una tale fase di recessione e di inflazione che arriva ad essere a due cifre, il fatto che ancora le famiglie italiane possano trovare un pollo al supermercato al prezzo di 4 euro, è una vera salvezza per la tenuta sociale e l’alimentazione delle famiglie.

Quei prezzi si raggiungono solo con allevamenti, sani, industriali, efficienti, sicuri, controllati e moderni, non cercando di legare l’alimentazione del ceto medio a illusorie condizioni in cui i «bovini brucano all’aria aperta in tutta la bella stagione e ha trovato riparo in stalle ben arieggiate e illuminate con luce naturale in inverno»: condizioni che non si sa come sia possibile convertire in prezzi alla vendita accettabili, visto che poi le stalle vanno anche riscaldate in inverno. Gli imprenditori-allevatori hanno un’attenzione maniacale al benessere animale, perché animali maltrattati o malnutriti producono poco e male: ma non servono approcci ideologici o etichette posticce a spiegarglielo, lo sanno già da decenni senza trovare espedienti simili per innalzare il costo dell’alimentazione, finendo così per incoraggiare ulteriori importazioni di derrate estere. Ben vengano tutte le idee e iniziative imprenditoriali di chi vuole valorizzare le proprie produzioni, anche se di altissima gamma e dai prezzi elevati, ma non vi è alcun bisogno di farlo calpestando chi invece sta nutrendo con saggezza, perseveranza, moderazione e competenza oltre il 95% degli italiani.