Terza tappa: gli agricoltori sommergono di “pesticidi” il terreno e le loro coltivazioni

Continua il nostro viaggio nelle menzogne che sempre più spesso attaccano il mondo agricolo senza lasciare spazio di interazione e di dibattito. L’uso delle parole in questo scenario gioca un ruolo importantissimo, quello di plasmare una neutralità, formata da dati e concetti, in verità parziali, frettolose e superficiali, atte a colpire la paura ed impressionare la sensibilità del consumatore. È di per sé emblematica la stessa parola “pesticida” tradotta dall’inglese “pesticides”, che richiama alla mente una sostanza tossica che dilaga e che infetta, lontana invece dal suo reale compito. Perché non chiamarli semplicemente Fitosanitari?

Ecco che allora si usano termini o associazioni come: contaminazione, tossico, veleno, terreni impregnati di pesticidi, quando invece occorre sapere che la quantità di principio attivo fitofarmaceutico è un volume pari ad una lattina di coca cola diluito in 300/400 litri d’acqua e distribuiti su 10.000 mq.

La ricerca e l’innovazione sono al servizio dell’agricoltura moderna, che oggi ci permette sia di parlare, per i prodotti fitofarmaceutici più evoluti, di quantità dell’ordine di qualche decina di grammi per ettaro, sia di utilizzare macchine irroratrici gestite da appositi software che, agendo ad altissima pressione, possono distribuire con precisione piccolissime quantità di soluzione.

Per quanto riguarda la tossicità su cui tanto si insiste è utile ricordare che non esiste più nessun fitofarmaco acutamente tossico per l’uomo come lo erano quelli di 40 o 50 anni fa; la ricerca continua a compiere enormi passi avanti. Quando si parla di frutta e verdura “contaminata” colpendo la sfera emotiva del consumatore, bisognerebbe invece specificare che si tratta di residui tutti ben al di sotto del limite massimo; limite che è fissato in modo molto prudenziale (tramite analisi di laboratorio) da cui si ricava la NOAEL (No Observed Adverse Effect Level). Dividendo poi la NOAEL per un fattore tra 100 e 1000 si ottiene la ADI e cioè la quantità di sostanza, espressa in mg per kg di peso corporeo, assumibile quotidianamente per l’intero arco di vita dell’individuo senza che si manifestino effetti tossici.

Ma chi si occupa di controllare tutto questo sistema? Chi verifica i livelli massimi di residui?

Per tutelare la salute delle persone coprendo tutti i settori della catena alimentare “dalla fattoria alla tavola”, sono eseguiti, nell’ambito di programmi nazionali, controlli ufficiali tramite prelievi a campione di vari alimenti rappresentativi del mercato che tengono in considerazione anche gli esiti dei controlli dei precedenti anni. In Italia, chi coordina e definisce i piani in materia di residui di prodotti fitosanitari negli alimenti è il Ministero della Salute. I risultati del controllo vengono pubblicati sul sito del ministero dandone comunicazione a tutte le autorità coinvolte. Il ministero trasmette all’autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) tali risultati.

Ad Aprile 2020 l’EFSA ha pubblicato il suo rapporto annuale sui residui di pesticidi rilevati negli alimenti nell’Unione Europea relativo all’anno 2018: sono stati analizzati complessivamente 91.050 campioni, il 95,5% dei quali rientrava nei livelli ammessi dalla legge.