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Italia, spreco da record: un chilo ogni due settimane. E il 2030 si avvicina

Siamo ultimi in Europa per cibo buttato in casa, ma qualcosa si muove: leggi, nuove app, progetti locali e obiettivi UE indicano la rotta. Riusciremo a dimezzare gli sprechi entro il 2030?

Italia, spreco da record: un chilo ogni due settimane. E il 2030 si avvicina

Una ciotola di insalata rimasta sul ripiano del frigo. Accanto, tre pere punteggiate di bruno e mezza pagnotta diventata “dura come il marmo”. È martedì, e in molte cucine italiane la scena si ripete quasi identica. Sommate quella ciotola, quelle pere e quel pane alla settimana tipo di una famiglia: fanno in media 555,8 grammi di cibo buttato a testa, ogni sette giorni. Più che in Francia (459,9 g), Spagna (446,5 g), Paesi Bassi (469,6 g) e Germania (512,9 g). È il ritratto, poco lusinghiero, dell’Italia scattato dal Cross Country Report 2025 di Waste Watcher International, diffuso oggi, 5 febbraio 2026, in occasione della 13ª Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare. Un dato che ci consegna la “maglia nera” europea, mentre l’obiettivo ONU e UE per il 2030 impone di dimezzare lo spreco domestico.

Italia fanalino di coda: cosa dicono i numeri

  • Lo spreco settimanale pro capite nelle case italiane è di 555,8 g, un valore che ci colloca ultimi tra i principali Paesi UE considerati dal report comparato. La distanza con i più virtuosi è nell’ordine di oltre 100 grammi a persona ogni settimana rispetto a Francia e Spagna.
  • La buona notizia: dal 2015 ad oggi il trend è in calo. Siamo scesi da circa 650 g a 555,8 g a settimana per persona, segno che alcune abitudini stanno cambiando e che la sensibilizzazione produce effetti.

Questo passo in avanti, tuttavia, non basta. Anche i dati del dossier “Il caso Italia 2026” dell’Osservatorio Waste Watcher International confermano il miglioramento, rilevando 554 g a settimana e una flessione di circa il 10% rispetto al 2025; tradotto in economia domestica e nazionale, lo spreco vale ancora 7,3 miliardi di euro l’anno. È una montagna di risorse, spesso gettate nella pattumiera per pianificazione carente, conservazione errata o confusione su scadenze e etichette.

L’onda lunga del problema: il contesto globale

Il fenomeno non riguarda solo l’Italia. Secondo il Food Waste Index 2024 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), nel 2022 il mondo ha sprecato 1,05 miliardi di tonnellate di cibo: circa il 19% del cibo disponibile a livello di famiglie, ristorazione e retail. Il 60% degli sprechi avviene in casa, il 28% nella ristorazione e il 12% nel commercio al dettaglio. È un macigno che pesa sul clima (tra 8% e 10% delle emissioni globali di gas serra) e sulla sicurezza alimentare: mentre 783 milioni di persone soffrono la fame, ogni giorno nel mondo si buttano oltre un miliardo di pasti.

Obiettivi europei: bersagli vincolanti e scadenze precise

Sul fronte delle politiche pubbliche, l’Unione europea ha compiuto un passo chiave: dal 2025 sono stati fissati target vincolanti di riduzione dello spreco alimentare a livello nazionale entro il 31 dicembre 2030: -10% in lavorazione e trasformazione e -30% pro capite tra retail, ristorazione e famiglie (baseline 2021–2023). Il percorso normativo è stato completato nel settembre 2025 e ora gli Stati membri devono tradurre gli impegni in piani attuativi. Per l’Italia, questi obiettivi si sommano al traguardo SDG 12.3 dell’Agenda 2030.

L’Italia tra ritardi e buona volontà: leggi e strumenti che funzionano

C’è un asset fondamentale di cui l’Italia dispone: la Legge 166/2016, nota come “Legge Gadda”, che semplifica donazioni e redistribuzione delle eccedenze alimentari (e farmaceutiche), introducendo incentivi e procedure snelle per recuperare ciò che sarebbe altrimenti scartato. Dal 2016 ad oggi, la norma ha favorito protocolli tra Comuni, grande distribuzione, imprese e Terzo settore per far uscire il cibo ancora buono dai magazzini e rimetterlo in circolo, prima a beneficio delle persone in difficoltà, poi – se non più idoneo – per alimentazione animale o compostaggio in una logica di economia circolare.

Non è un dettaglio: la cornice normativa consente alle filiere di attivarsi. Basti citare l’azione capillare della Rete Banco Alimentare, che nel 2024 ha recuperato 93.745 tonnellate di alimenti – circa 187 milioni di pasti – sostenendo 1.755.857 persone. Una parte consistente sono eccedenze salvate grazie alla collaborazione con aziende, logistica e volontariato.

Dove sbagliamo (ancora): il nodo delle etichette e delle abitudini

Uno dei motori occulti dello spreco domestico è la scarsa comprensione delle indicazioni di data in etichetta. Il confine tra “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro” resta poco chiaro: nel primo caso parliamo di sicurezza (oltre la data non si consuma), nel secondo di qualità (dopo la data il prodotto può perdere caratteristiche organolettiche ma, se integro e ben conservato, resta consumabile). Secondo stime europee, fino al 10% degli 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari prodotti ogni anno nell’UE è connesso proprio all’errata interpretazione delle date. EFSA e Commissione europea hanno messo a punto strumenti e linee guida per operatori e cittadini, ma il “salto di consapevolezza” deve ancora compiersi nelle nostre cucine.

L’istantanea 2026: quanto vale lo spreco in Italia

  • Valore economico: circa 7,3 miliardi di euro l’anno di cibo buttato, nonostante il -10% sul 2025.
  • Livelli pro capite: 554–556 g a settimana a persona, a seconda dei campioni considerati, con famiglie boomer più virtuose (circa 352 g/settimana).
  • Tendenza decennale: dal 2015 calo di quasi 100 g a settimana per persona. Obiettivo 2030: puntare a circa 369,7 g pro capite settimanali.

Oltre le cifre: perché ridurre lo spreco cambia il Paese

Ridurre lo spreco alimentare è una tripla vittoria.

  • È buona economia: significa soldi risparmiati per famiglie e imprese, meno costi di gestione rifiuti per i Comuni, più efficienza nella filiera.
  • È sociale: più cibo recuperato e redistribuito vuol dire meno povertà alimentare e fragilità.
  • È clima ed ambiente: meno metano dalle discariche, minori emissioni lungo il ciclo di vita degli alimenti, uso più sobrio di suolo e acqua.

Le leve che (già) funzionano

  • Il terzo settore come ponte tra eccedenze e bisogni. Gli esempi sono concreti: grandi eventi come TuttoFood hanno attivato raccolte a fine fiera, con recuperi nell’ordine delle decine di tonnellate in pochi giorni solo in Lombardia, reimmesse nella rete della solidarietà.
  • Le app antispreco. In testa Too Good To Go, che nel 2025 ha “salvato” in Italia 7,8 milioni di pasti, spingendo il totale storico oltre 30–32 milioni; un’accelerazione che, tra il 2024 e il 2025, ha quasi eguagliato i sei anni precedenti. Impatto non solo sociale, ma anche climatico: decine di migliaia di tonnellate di CO₂e evitate.
  • Le politiche locali. Dalla tariffazione puntuale dei rifiuti alla sperimentazione di sistemi di raccolta porta a porta con tracciamento, molte città italiane stanno lavorando per ridurre gli scarti domestici e valorizzare l’organico. L’esperienza di territori che hanno dichiarato “guerra” agli sprechi e ai rifiuti dimostra che, con governance e misure coerenti, si può cambiare.

Il tallone d’Achille italiano

Perché, allora, restiamo la “maglia nera” nel confronto europeo del Cross Country Report 2025? Gli analisti indicano almeno quattro fattori ricorrenti nelle indagini:

  • una spesa impulsiva (o troppo “abbondante”) che non dialoga con un menù settimanale;
  • la scarsa rotazione del frigo e della dispensa;
  • dubbi su conservazione e riciclo creativo degli avanzi;
  • e, come detto, etichette fraintese.Va da sé che incidenza, geografia e comportamenti variano: nel Centro Italia – rilevava Waste Watcher nel 2025 – i livelli risultavano più bassi (circa 490 g) rispetto al Sud (oltre 620 g), con differenze anche tra famiglie con figli e senza. Sono indizi utili per mirare gli interventi.

Cosa possiamo fare, subito

Non servono rivoluzioni, ma routine consapevoli. Ecco una cassetta degli attrezzi basata sulle migliori pratiche di UE, EFSA e reti italiane:

  • Compila un piano pasti di 7 giorni e una lista ragionata: compra secondo il menù, non secondo l’umore. Riduce acquisti d’impulso e scarti.
  • Applica il First In, First Out (FIFO): ciò che entra per primo in dispensa, esce per primo. Sposta in prima fila i prodotti vicini alla data.
  • Impara a leggere le date: “da consumarsi entro” = sicurezza; “preferibilmente entro” = qualità. Dopo il TMC, molti alimenti sono ancora commestibili se integri e ben conservati.
  • Usa il congelatore come salvagente: porziona, etichetta con data e contenuto, pianifica gli scongelamenti.
  • Trasforma gli avanzi: zuppe, polpette, panzanelle, frittate. La tradizione italiana è maestra di cucina del recupero.
  • Attiva le app antispreco e le reti locali di donazione: spesso il negozio sotto casa è partner di progetti di recupero.

Che cosa manca per centrare il 2030

Se i cittadini devono fare la loro parte, istituzioni e imprese sono chiamate a un salto di qualità:

  • Accelerare i Piani nazionali di prevenzione con target misurabili per famiglie, ristorazione e retail, in coerenza con i nuovi obiettivi UE.
  • Sostenere l’adozione di strumenti digitali per monitorare scorte e scadenze nella PA (mense, ospedali, scuole) e nella grande distribuzione.
  • Investire in campagne educative sulla lettura delle etichette e sulla corretta conservazione domestica, anche attraverso ASL e scuole.
  • Potenziare la logistica della donazione: dal freddo ai trasporti, fino all’infrastruttura digitale per incrociare offerta e domanda di eccedenze in tempo reale.

La posta in gioco

Arrivare al -50% entro il 2030 significa, per l’Italia, scendere verso quota 369,7 g di spreco a settimana per persona. Il conto alla rovescia è già partito e i numeri raccontano che la traiettoria è possibile, a patto di accelerare. La combinazione di politiche pubbliche (dai target UE agli strumenti nazionali), innovazione sociale (app, piattaforme, banche alimentari), educazione e scelte quotidiane può cambiare il finale della storia. Altrimenti, quella ciotola d’insalata sul ripiano del frigo resterà l’emblema di un paradosso: buttare cibo in un Paese dove la povertà alimentare cresce e la transizione ecologica non può più attendere.

Box pratico: cinque mosse per passare dai buoni propositi ai risultati

  • Scegli formati “giusti” e porzioni realistiche: niente maxi-pacchi se vivi da solo.
  • Conserva bene: frigo a 4°C, contenitori ermetici, etichette con data.
  • Pianifica il riuso: cucina in batch il weekend, congela porzioni singole.
  • Sfrutta le app e le reti del territorio per condividere o acquistare a prezzo ridotto l’invenduto del giorno.
  • Fai squadra in condominio o nel quartiere: scambi, mense solidali, food sharing.

Sono azioni alla portata di tutti, replicabili e misurabili. E, numeri alla mano, valgono più di qualunque slogan.

Metodologia e limiti: come leggere i dati

I dati italiani citati in questo articolo provengono dal Cross Country Report 2025 di Waste Watcher International e dal dossier “Il caso Italia 2026”, diffusi in occasione della Giornata nazionale del 5 febbraio 2026. Alcune misure – come i grammi/settimanali pro capite – derivano da indagini su campioni rappresentativi con metodo CAWI e diari di famiglia: sono utili per le tendenze e i confronti, ma vanno letti quale stima e non come misurazione puntuale dello spreco reale in ogni casa. Il quadro europeo e globale è integrato con i dati UNEP e UE più aggiornati (2024–2025).

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