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Agricultura
05.02.2026 - 16:15
Una ciotola di insalata rimasta sul ripiano del frigo. Accanto, tre pere punteggiate di bruno e mezza pagnotta diventata “dura come il marmo”. È martedì, e in molte cucine italiane la scena si ripete quasi identica. Sommate quella ciotola, quelle pere e quel pane alla settimana tipo di una famiglia: fanno in media 555,8 grammi di cibo buttato a testa, ogni sette giorni. Più che in Francia (459,9 g), Spagna (446,5 g), Paesi Bassi (469,6 g) e Germania (512,9 g). È il ritratto, poco lusinghiero, dell’Italia scattato dal Cross Country Report 2025 di Waste Watcher International, diffuso oggi, 5 febbraio 2026, in occasione della 13ª Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare. Un dato che ci consegna la “maglia nera” europea, mentre l’obiettivo ONU e UE per il 2030 impone di dimezzare lo spreco domestico.
Questo passo in avanti, tuttavia, non basta. Anche i dati del dossier “Il caso Italia 2026” dell’Osservatorio Waste Watcher International confermano il miglioramento, rilevando 554 g a settimana e una flessione di circa il 10% rispetto al 2025; tradotto in economia domestica e nazionale, lo spreco vale ancora 7,3 miliardi di euro l’anno. È una montagna di risorse, spesso gettate nella pattumiera per pianificazione carente, conservazione errata o confusione su scadenze e etichette.
Il fenomeno non riguarda solo l’Italia. Secondo il Food Waste Index 2024 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), nel 2022 il mondo ha sprecato 1,05 miliardi di tonnellate di cibo: circa il 19% del cibo disponibile a livello di famiglie, ristorazione e retail. Il 60% degli sprechi avviene in casa, il 28% nella ristorazione e il 12% nel commercio al dettaglio. È un macigno che pesa sul clima (tra 8% e 10% delle emissioni globali di gas serra) e sulla sicurezza alimentare: mentre 783 milioni di persone soffrono la fame, ogni giorno nel mondo si buttano oltre un miliardo di pasti.
Sul fronte delle politiche pubbliche, l’Unione europea ha compiuto un passo chiave: dal 2025 sono stati fissati target vincolanti di riduzione dello spreco alimentare a livello nazionale entro il 31 dicembre 2030: -10% in lavorazione e trasformazione e -30% pro capite tra retail, ristorazione e famiglie (baseline 2021–2023). Il percorso normativo è stato completato nel settembre 2025 e ora gli Stati membri devono tradurre gli impegni in piani attuativi. Per l’Italia, questi obiettivi si sommano al traguardo SDG 12.3 dell’Agenda 2030.
C’è un asset fondamentale di cui l’Italia dispone: la Legge 166/2016, nota come “Legge Gadda”, che semplifica donazioni e redistribuzione delle eccedenze alimentari (e farmaceutiche), introducendo incentivi e procedure snelle per recuperare ciò che sarebbe altrimenti scartato. Dal 2016 ad oggi, la norma ha favorito protocolli tra Comuni, grande distribuzione, imprese e Terzo settore per far uscire il cibo ancora buono dai magazzini e rimetterlo in circolo, prima a beneficio delle persone in difficoltà, poi – se non più idoneo – per alimentazione animale o compostaggio in una logica di economia circolare.
Non è un dettaglio: la cornice normativa consente alle filiere di attivarsi. Basti citare l’azione capillare della Rete Banco Alimentare, che nel 2024 ha recuperato 93.745 tonnellate di alimenti – circa 187 milioni di pasti – sostenendo 1.755.857 persone. Una parte consistente sono eccedenze salvate grazie alla collaborazione con aziende, logistica e volontariato.
Uno dei motori occulti dello spreco domestico è la scarsa comprensione delle indicazioni di data in etichetta. Il confine tra “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro” resta poco chiaro: nel primo caso parliamo di sicurezza (oltre la data non si consuma), nel secondo di qualità (dopo la data il prodotto può perdere caratteristiche organolettiche ma, se integro e ben conservato, resta consumabile). Secondo stime europee, fino al 10% degli 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari prodotti ogni anno nell’UE è connesso proprio all’errata interpretazione delle date. EFSA e Commissione europea hanno messo a punto strumenti e linee guida per operatori e cittadini, ma il “salto di consapevolezza” deve ancora compiersi nelle nostre cucine.
Ridurre lo spreco alimentare è una tripla vittoria.
Perché, allora, restiamo la “maglia nera” nel confronto europeo del Cross Country Report 2025? Gli analisti indicano almeno quattro fattori ricorrenti nelle indagini:
Non servono rivoluzioni, ma routine consapevoli. Ecco una cassetta degli attrezzi basata sulle migliori pratiche di UE, EFSA e reti italiane:
Se i cittadini devono fare la loro parte, istituzioni e imprese sono chiamate a un salto di qualità:
Arrivare al -50% entro il 2030 significa, per l’Italia, scendere verso quota 369,7 g di spreco a settimana per persona. Il conto alla rovescia è già partito e i numeri raccontano che la traiettoria è possibile, a patto di accelerare. La combinazione di politiche pubbliche (dai target UE agli strumenti nazionali), innovazione sociale (app, piattaforme, banche alimentari), educazione e scelte quotidiane può cambiare il finale della storia. Altrimenti, quella ciotola d’insalata sul ripiano del frigo resterà l’emblema di un paradosso: buttare cibo in un Paese dove la povertà alimentare cresce e la transizione ecologica non può più attendere.
Sono azioni alla portata di tutti, replicabili e misurabili. E, numeri alla mano, valgono più di qualunque slogan.
I dati italiani citati in questo articolo provengono dal Cross Country Report 2025 di Waste Watcher International e dal dossier “Il caso Italia 2026”, diffusi in occasione della Giornata nazionale del 5 febbraio 2026. Alcune misure – come i grammi/settimanali pro capite – derivano da indagini su campioni rappresentativi con metodo CAWI e diari di famiglia: sono utili per le tendenze e i confronti, ma vanno letti quale stima e non come misurazione puntuale dello spreco reale in ogni casa. Il quadro europeo e globale è integrato con i dati UNEP e UE più aggiornati (2024–2025).
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