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“La più grande fattoria di Francia” senza muggiti: il Salone dell’Agricoltura apre l’edizione 62 in tono dimesso e iper-controllato

Padiglione-icona senza bovini per la dermatite nodulare, un salone che si reinventa tra vaccinazioni di massa, hologrammi, ring equestre e un Hall 1 ripensato, mentre il settore cerca voce e fiducia

“La più grande fattoria di Francia” senza muggiti: il Salone dell’Agricoltura apre l’edizione 62 in tono dimesso e iper-controllato

L’odore di fieno e di stalla che di solito accoglie i visitatori all’ingresso del Padiglione 1 non c’è. Al suo posto, odore di vernice fresca, moquette tirata a lucido e cartelli di “configurazione speciale”. Sulla pedana centrale, non la classica sfilata di limousine e charolaise, ma un ring equestre dove cavalli da tiro si alternano a dimostrazioni tecniche. Siamo a Parigi, alla Porte de Versailles, sabato 21 febbraio 2026, giorno d’apertura della 62ª edizione del Salon International de l’Agriculture: la più grande vetrina dell’agroalimentare francese apre i battenti in un’atmosfera calma, quasi asettica, priva del suo suono guida – il muggito – e sotto un apparato di sicurezza che ridisegna i flussi dei visitatori.

Un’assenza che fa storia: niente bovini per la prima volta in 62 edizioni

Per la prima volta in oltre sei decenni, nessun bovino calca i corridoi del Salone. La decisione, maturata tra metà gennaio e inizio febbraio 2026, nasce dal principio di precauzione di fronte alla diffusione della dermatite nodulare contagiosa dei bovini (DNC/BLD), nota a livello internazionale come lumpy skin disease. Gli organismi di selezione delle razze hanno comunicato che non avrebbero trasferito gli animali a Parigi; gli organizzatori – guidati dal presidente del Salone Jérôme Despey e dal direttore del CENECA, Arnaud Lemoine – hanno preso atto, parlando di un “coup dur” per l’evento. Anche l’égérie 2026, la brahman Biguine proveniente dalla Martinica, è rimasta a casa: al suo posto, un hologramma e contenuti digitali per non cancellarne il ruolo simbolico. Diverse testate francesi hanno rimarcato l’inedito della scelta, ricordando che nel 2025 i visitatori furono circa 607.503 e interrogandosi su come l’assenza delle “star” bovine influirà sull’affluenza complessiva.

Sul piano sanitario, il quadro si è evoluto rapidamente nelle ultime settimane: secondo ricostruzioni giornalistiche basate su dati ufficiali, in Francia il picco dell’emergenza si è concentrato tra l’estate 2025 e l’autunno, con un’intensa campagna vaccinale nell’area sud-occidentale e in alcuni dipartimenti alpini. La stampa di riferimento ha indicato che l’ultimo caso noto risalirebbe al 2 gennaio 2026, e che i focolai attivi sono stati azzerati, con il progressivo smantellamento delle zone regolamentate. Ma la macchina del Salone non può permettersi “scommesse”: per ragioni di biosicurezza, e per rispetto della posizione degli allevatori, il 2026 resta l’anno “senza vacche”.

Hall 1, anatomia di un vuoto: come rinasce il cuore del Salone

Il Padiglione 1, di norma il cuore pulsante dedicato ai bovini e al Concours Général Agricole (CGA), è stato ridisegnato. Al centro, il grande ring ospita dimostrazioni e spettacoli equestri, mentre ovini e suini trovano spazio in nuovi ring tematici. L’obiettivo dichiarato dagli organizzatori è evitare l’“effetto deserto” e mantenere animazione continua per il pubblico. Alcune fonti parlano di circa 3.400–3.500 animali complessivi presenti nell’intero salone – tra cavalli, capre, pecore, suini, oltre a cani e gatti nei padiglioni dedicati – numeri allineati al riposizionamento forzato dell’offerta zootecnica.

Il ripensamento logistico tocca anche il Padiglione 2, trasformato in spazio di “agri’culture” con cinema, libreria, performance e contenuti educational per famiglie e scuole; mentre la parte vegetale e le aree innovazione mettono in mostra macchine agricole, robotica, AgriTech e soluzioni per la transizione ecologica. L’ambizione è chiara: mostrare che il Salone resta una vetrina di filiere e di saperi anche quando mancano le sue icone.

Sicurezza e percorsi: quando l’inaugurazione presidenziale ridisegna la mappa del pubblico

Come da tradizione, la giornata d’apertura è stata segnata dalla presenza del presidente Emmanuel Macron. Un passaggio istituzionale che, in un contesto ancora sensibile – tra crisi sanitarie per le filiere, attese sull’accordo UE–Mercosur e tensioni sui redditi agricoli – è stato accompagnato da un rafforzamento straordinario delle misure di sicurezza: un dispositivo con numerosi agenti, anche in abiti civili, e regole più stringenti per le delegazioni politiche.

Queste scelte hanno avuto un impatto immediato sull’esperienza dei visitatori: nella fascia mattutina, alcune aree sono risultate temporaneamente impercorribili e i flussi sono stati deviati per consentire gli spostamenti del corteo presidenziale e dei rappresentanti istituzionali. Testimonianze raccolte sul posto hanno descritto percorsi alternativi, attese e l’impressione di un’apertura “a singhiozzo”. In particolare, nel Padiglione 1, secondo quanto documentato dalla stampa francese, in alcuni momenti d’avvio gli ingressi e le uscite sarebbero stati chiusi a chiave, creando interrogativi sulla gestione di un’eventuale evacuazione. Non risultano al momento comunicazioni ufficiali del Comité d’organisation su questo specifico punto, né segnalazioni d’incidenti: ma l’episodio evidenzia come la sicurezza – fisica e sanitaria – sia diventata la vera regia invisibile dell’edizione 2026.

La malattia che ha cambiato il Salone: cos’è la dermatite nodulare bovina

La dermatite nodulare (DNC/BLD) è una malattia virale che colpisce i bovini, caratterizzata da lesioni cutanee, febbre, calo di produzione lattiera e, nei casi più gravi, da complicanze sistemiche. Non è considerata una zoonosi rilevante per l’uomo, ma ha un impatto economico pesantissimo per le aziende. La sua trasmissione è facilitata da vettori ematofagi (insetti) e dai movimenti di animali. In Francia, i primi cluster significativi sono stati rilevati nel 2025, con una progressione che ha interessato una decina di dipartimenti: la risposta ha combinato tracciamento, zone di restrizione e soprattutto vaccinazione di massa, che alcune fonti indicano abbia coperto oltre il 95% dei capi nelle aree target e su più del 75% delle aziende, raggiungendo una immunità di gregge sufficiente a spegnere la curva dei contagi.

Sebbene lo scenario appaia in miglioramento – con l’assenza di nuovi casi segnalati da inizio gennaio 2026 e la graduale riapertura degli scambi intra-UE per gli animali vaccinati, in particolare verso Spagna e Italia – il rischio residuo non è nullo: il virus può persistere nell’ambiente e la copertura nei vitelli sotto i tre mesi richiede attenzione. Le autorità sanitarie francesi hanno programmato una rivaccinazione di circa 2 milioni di capi (circa un ottavo della mandria nazionale), con un investimento stimato in 40 milioni di euro, per consolidare la protezione in vista della monticazione estiva e del ritorno al pieno status sanitario (procedura che può richiedere fino a 14 mesi). In questo contesto, il “no” agli spostamenti verso il Salone è stato ritenuto una garanzia indispensabile.

Un Salone che si reinventa: contenuti, format, messaggi

  • Nuovi format per “sentire” le vacche anche senza vacche: nel Padiglione 1 scorrono filmati, collegamenti live da stalle e allevamenti, mostre fotografiche e perfino installazioni con statue a grandezza naturale e realtà aumentata. L’idea è tenere agganciata la platea più giovane con esperienze immersive e giochi educativi, come escape game tematici sull’igiene in stalla o sulla biosicurezza.
  • Più equini e ring dedicati a ovini e suini: il calendario delle mostre e dei concorsi è stato ripensato per dare ritmo alle giornate. La coreografia è diversa, ma l’obiettivo resta quello di valorizzare le filiere, non solo mostrarle.
  • Un Hall 2 “culturale” per integrare formazione, letteratura rurale, cinema documentario e i saperi dell’agricoltura: un invito a leggere il settore in chiave economica, sociale e ambientale, oltre l’iconografia degli animali in passerella.

Politica, filiere e opinione pubblica: cosa c’è in gioco

Ogni anno, il Salone è agorà politica oltre che fiera. Nel 2026 il dossier sanitario si intreccia con altre partite calde: la tenuta dei redditi agricoli, la competizione globale e i vincoli/regole legati agli accordi commerciali come l’UE–Mercosur, la gestione delle crisi faunistiche (dalla DNC all’influenza aviaria, che continua a limitare la presenza delle volatili in fiera dal 2019), il ricambio generazionale e la sovranità alimentare europea.

Il presidente Emmanuel Macron – che già nel 2025 aveva cercato un equilibrio tra rassicurazione interna e agenda geopolitica – si muove in un perimetro prudente: pochi bagni di folla, passaggi rapidi, confronto con i sindacati agricoli in spazi contingentati. L’impressione generale, raccolta lungo i corridoi, è di un dialogo non ostile ma sospeso, in cui gli impegni dell’Eliseo e del Governo restano sotto la lente dei coltivatori e degli allevatori, specie nelle regioni che hanno pagato un costo più alto per la DNC.

Sicurezza prima (di tutto): porte chiuse, code e controlli

La gestione dell’ordine pubblico imprime un segno distintivo a questa edizione: all’esterno, file più lente del solito per via dei controlli; all’interno, perimetri delimitati al passaggio delle autorità e corridoi temporaneamente chiusi. Nel Padiglione 1, testate presenti hanno segnalato – nelle primissime ore – ingressi e uscite serrati con chiusura a chiave, un fatto che, se confermato, pone un tema di sicurezza antincendio e evacuazione. Al momento non risultano incidenti né note ufficiali di Prefettura o organizzatori su questo specifico punto, ma la circostanza merita chiarimenti: in un’epoca in cui la fiducia del pubblico nell’evento fieristico passa anche dalla trasparenza sulle misure di safety, spiegare procedure e catene di comando è una forma di servizio al visitatore.

Più in generale, permane il dilemma tra accoglienza di massa (oltre 600.000 presenze in annate “normali”) e sicurezza a prova di crisi, sanitarie o d’ordine pubblico. È un equilibrio delicato, che il SIA – anche a costo di una percezione di freddezza – sta scegliendo di maneggiare in senso prudenziale.

Cosa perde (e cosa può guadagnare) il Salone 2026

  • Perde il suo simbolo: la vacca in carne e ossa, attrazione per bambini e media, magnete per sponsor e vetrina per il CGA.
  • Guadagna un laboratorio: la possibilità di testare format che potrebbero integrare (non sostituire) la presenza animale in futuro – in caso di nuove ondate epidemiche o di necessità di ridurre i rischi logistici.
  • Mette al centro il messaggio: la biosicurezza non è un tecnicismo da addetti ai lavori, ma una garanzia di continuità produttiva e di benessere animale.

Se, come ipotizzano diversi analisti, la DNC francese ha imboccato la discesa grazie a vaccini e monitoraggio, il 2026 rischia di essere ricordato come l’anno della vulnerabilità resa visibile. Una vulnerabilità che impone investimenti in dati epidemiologici, interoperabilità dei sistemi veterinari e formazione diffusa su protocolli di prevenzione. Su questo, il Salone può diventare palestra: parlare il linguaggio della scienza applicata e della gestione del rischio davanti a un pubblico non specialistico è servizio pubblico, prima ancora che comunicazione.

La prova del pubblico e la cartina di tornasole del post-salone

Resta la domanda-chiave: quanti visitatori varcheranno i tornelli entro il 1° marzo 2026? Il benchmark 2025607.503 presenze – è alto, ma gli organizzatori puntano sul mix: famiglie attratte dalle aree educational, appassionati richiamati da equini e macchine, professionisti interessati a innovazione e mercati. Il verdetto arriverà a conti fatti. Ma la vera cartina di tornasole sarà un’altra: come e quando i bovini torneranno a presidiare il Padiglione 1. L’orizzonte, nelle parole di allevatori e fonti organizzative, è il 2027: con Biguine che – dicono – potrebbe ricandidarsi come simbolo dell’orgoglio allevatoriale, stavolta in presenza.

Nel frattempo, il Salone 2026 chiede al pubblico uno sforzo di immaginazione: vedere l’agricoltura oltre i suoi totem, ascoltare i racconti di filiera, cogliere nelle misure di sicurezza e nella sobrietà dell’allestimento non un’aridità, ma la volontà di proteggere chi produce cibo. Non è poco, in un’Europa che scopre – tra guerre, clima e mercati instabili – quanto possa essere fragile la nostra sovranità alimentare.

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