Nelle ultime ore sono emerse ipotesi di intervento che, se confermate nel testo finale, riguarderebbero anche una parte del mondo agricolo: quello delle aziende che producono energia da biogas, biomasse e fotovoltaico. Il punto è semplice: ridurre le bollette è un obiettivo comprensibile, ma alcune scelte tecniche possono spostare l’equilibrio economico di impianti già esistenti e di investimenti fatti con piani pluriennali.
I due nodi sul tavolo
Il primo riguarda i Prezzi Minimi Garantiti (PMG) per gli impianti alimentati da biogas e biomasse. I PMG, in parole chiare, sono un meccanismo che può contribuire a garantire una remunerazione minima dell’energia prodotta quando il prezzo di mercato non basta a coprire i costi di esercizio. Per diverse aziende, soprattutto dopo la conclusione di precedenti regimi incentivanti, questo elemento è diventato una componente rilevante della sostenibilità economica dell’impianto. L’ipotesi allo studio sarebbe un ridimensionamento o un azzeramento graduale dei PMG: se diventasse norma, l’effetto più immediato sarebbe un aumento del rischio economico per chi produce e vende energia.
Il secondo nodo riguarda gli incentivi del fotovoltaico “in Conto Energia”, con l’ipotesi di una riduzione nel biennio 2026–2027. Qui la conseguenza non si misura solo in termini di euro: quando cambiano le condizioni economiche previste in origine, cambia anche la percezione di stabilità delle regole. E la stabilità, per investimenti che si ammortizzano in anni, è un pezzo essenziale del rapporto con il credito e della possibilità di programmare nuove scelte industriali.
Perché la questione non è “di settore”
Biogas, biomasse e fotovoltaico non sono una nota a margine dell’agricoltura moderna: in molte aree rappresentano filiere locali, occupazione, servizi connessi e — nel caso del biogas — anche un tassello della gestione dei sottoprodotti e dell’organizzazione aziendale. Se una misura alleggerisce le bollette nel breve periodo ma, allo stesso tempo, rende più fragile la sostenibilità economica di impianti esistenti, il rischio è di spostare il problema in avanti: meno investimenti, più incertezza e una filiera energetica rinnovabile meno solida.
Che cosa è certo e che cosa no
Il punto centrale, oggi, è che il testo definitivo del decreto non è ancora pubblico. Esistono indicazioni di calendario e ricostruzioni sulle ipotesi tecniche, ma la certezza arriverà solo con l’approvazione formale e la pubblicazione.
Quello che invece è già chiaro, sul piano pratico, è cosa conviene fare nell’attesa: non inseguire voci, ma prepararsi a leggere il provvedimento quando uscirà, con una mappa precisa del proprio caso.
Tre cose pratiche da controllare subito
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Inquadramento dell’impianto: biogas/biomasse con ricavi legati ai PMG? fotovoltaico in Conto Energia? fine di precedenti tariffe e passaggio a condizioni di mercato?
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Sensibilità economica: anche senza fare allarmismo, vale la pena stimare cosa succede ai conti se cambia la remunerazione dell’energia (scenario prudenziale).
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Documentazione in ordine: produzione, costi, contratti, piani finanziari e rapporti con banca/partner. Sono le informazioni che servono per qualsiasi valutazione tecnica.
I prossimi passaggi
Il decreto-legge, una volta approvato, entra in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e poi deve essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni. È in quell’arco temporale che possono arrivare correzioni, chiarimenti, norme transitorie e — se previste — salvaguardie per evitare effetti distorsivi sugli investimenti già in corso.
Appena sarà disponibile il testo ufficiale, si potrà passare dalle ipotesi ai punti verificabili: destinatari, decorrenze, eventuali esenzioni, criteri applicativi e impatto economico reale.