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Mercosur, Giansanti: «L’accordo va migliorato». Tre nodi aperti per l’agricoltura europea

Il presidente di Confagricoltura e Copa rilancia la mobilitazione del 20 gennaio a Strasburgo: Pac, reciprocità e semplificazioni «restano senza risposta»

Mercosur, Giansanti: «L’accordo va migliorato». Tre nodi aperti per l’agricoltura europea

Un sì politico, una domanda agricola

Il governo italiano ha dato il via libera al trattato Ue–Mercosur, ritenendo convincenti le nuove “tutele” annunciate dalla Commissione europea. Ma dal mondo agricolo la lettura è diversa: per Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e di Copa, le garanzie non sono ancora all’altezza di un accordo che rischia di spostare competitività e margini fuori dall’Europa, proprio mentre alle imprese agricole si chiede di correre sulla qualità, sulla sostenibilità e sulla tracciabilità.

Da qui la scelta di tornare in piazza: Copa e Cogeca hanno indetto una nuova giornata di protesta il 20 gennaio a Strasburgo, con l’obiettivo dichiarato di rimettere al centro le condizioni minime per rendere “praticabile” l’intesa sul piano agricolo.

«Tre richieste, nessuna risposta»

La posizione, nell’intervista, è sintetica e netta. Giansanti ricorda che durante la grande manifestazione del 18 dicembre a Bruxelles erano stati portati alla Commissione tre punti: riforma della Pac, reciprocità negli scambi commerciali (non solo sul Mercosur) e semplificazioni. «Nessuna di queste tre richieste è stata finora recepita», afferma.

Sono tre capitoli che, per un’associazione di imprese, si traducono in una domanda concreta: come si difende la competitività senza scaricare costi e burocrazia sulle aziende, e senza aprire il mercato a produzioni che non rispettano gli stessi vincoli?

Pac: più risorse, ma non (davvero) nuove e con un rischio “rinazionalizzazione”

Sul fronte Pac, Giansanti non nega l’attenzione politica, ma mette l’accento sul meccanismo. Nell’intervista spiega che l’eventuale disponibilità aggiuntiva non sarebbe “risorsa nuova”, perché si tratterebbe di fondi che «comunque sarebbero arrivati all’agricoltura dal 2031». Inoltre, sottolinea un punto decisivo per chi fa impresa: la facoltà degli Stati membri di destinare (o meno) quelle risorse all’agricoltura. Per questo parla di un rischio di “rinazionalizzazione” e chiede «risorse garantite all’interno di una politica comune europea».

In altre parole: senza certezze pluriennali e regole comuni, la programmazione aziendale diventa più fragile, e il campo di gioco europeo tende a spezzettarsi.

Reciprocità: standard come prerequisito, non come promessa

Il secondo nodo è la reciprocità. Giansanti la definisce un prerequisito per tutti gli accordi commerciali: l’Europa ha imposto negli anni obblighi e indirizzi stringenti alle proprie filiere, e questo – nella sua lettura – deve valere anche per ciò che entra nel mercato unico. «I nostri prodotti garantiscono i massimi standard per freschezza e genuinità», osserva, ma «non si può dire lo stesso di tutto quello che viene importato nella Ue».

Per le aziende agricole e agroalimentari, è un punto sostanziale: la competizione non è solo sul prezzo finale, ma sul costo di conformità, sulla gestione del rischio e sul valore della reputazione di filiera.

Semplificazioni: meno burocrazia, non meno sicurezza

Terzo capitolo: le semplificazioni. Nell’intervista, Giansanti chiarisce che non si tratta di deregolamentare né di arretrare sugli standard di sicurezza alimentare. Il problema, sostiene, è l’iper-vincolo burocratico: norme e procedure che «ci costringono a passare un terzo del nostro tempo ad assolvere pratiche burocratiche». E porta un esempio operativo: in uno scenario di costi in aumento, dice, si fatica a ottenere autorizzazioni per l’uso di fertilizzanti naturali e «siamo costretti a usare quelli chimici».

Qui il messaggio è diretto per chi guida un’azienda: la sostenibilità non si fa a colpi di moduli, e la transizione ha bisogno di strumenti pratici e tempi compatibili con la gestione quotidiana.

Geopolitica e impatti settoriali: «avvantaggia nettamente i Paesi sudamericani»

Alla domanda sul peso geopolitico dell’accordo, Giansanti riconosce la cornice, ma richiama l’analisi settoriale: «a parte qualche eccezione, come quella dei vini», dal punto di vista agricolo l’intesa «avvantaggia nettamente i Paesi sudamericani».

È il passaggio che riporta il tema a terra: per molte filiere la partita non è ideologica, ma industriale e competitiva.

L’ultima parola all’Europarlamento

Ora, il dossier passa al Parlamento europeo. Giansanti segnala “distinguo” nelle principali famiglie politiche (Ppe e S&D) e la contrarietà dichiarata di alcuni partiti; quindi anticipa l’intenzione di un confronto «chiaro e trasparente» con tutti, con un obiettivo: «migliorare il trattato».

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