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Mercosur e carne: numeri, scenari e impatto sulla filiera italiana entro il 2040

Quanto conteranno le nuove quote di carne dal Sudamerica? Un viaggio tra dati, clausole di salvaguardia e prezzi al consumo per capire cosa può accadere all’Italia

Mercosur e carne: numeri, scenari e impatto sulla filiera italiana entro il 2040

La sera del 20 gennaio 2026, nel buio tagliente di Strasburgo, le fiammate dei fumogeni disegnavano sagome di trattori davanti all’Europarlamento. Nella città dell’Alsazia, circa 5.000 agricoltori hanno scandito un messaggio semplice: paura di una carne che arriva da lontano e viaggia su nuove quote e dazi ridotti. Ventiquattr’ore dopo, l’Eurocamera ha sorpreso tutti: voto risicato, 334 a 324, e rinvio dell’intesa UE–Mercosur alla Corte di giustizia per una verifica legale, rimandando la ratifica e aprendo un cantiere politico destinato a durare. Nel frattempo, però, il quadro commerciale è già scritto: quote precise, soglie di allarme più basse e clausole di salvaguardia con tempi rapidi. E in Italia? La filiera bovina è fragile sul fronte dell’autoapprovvigionamento e teme l’effetto prezzo. Eppure la dimensione dei numeri racconta un equilibrio più stretto di quanto la piazza lasci intendere.

Che cosa prevede l’accordo sul capitolo carni

Nel pacchetto agroalimentare del negoziato UE–Mercosur c’è la chiave del contendere: la quota aggiuntiva per la carne bovina sudamericana è di 99.000 tonnellate (in equivalenti carcassa), 55% fresca/raffreddata e 45% congelata, con dazio intra-quota al 7,5%, da introdurre per gradi in cinque/sei anni. Per il pollame, la quota è di 180.000 tonnellate a dazio zero, anch’essa scaglionata nel tempo; per il suino, 25.000 tonnellate con un dazio fisso di 83 €/t. Si azzera inoltre, all’entrata in vigore, il 20% di dazio sulla storica Hilton Quota di 10.000 tonnellate di “high quality beef”. Numeri che, secondo la Commissione europea, equivalgono a circa l’1,3–1,6% della produzione UE di bovino e a l’1,3–1,4% della produzione UE di avicolo: quote “piccole” a livello macro, ma molto “visibili” in specifici distretti.

Per chiarire le paure dei produttori, Consiglio e Parlamento europeo hanno definito un regolamento “paracadute” che rende più rapide e automatiche le misure di salvaguardia. La soglia che fa scattare l’avvio delle indagini su prodotti “sensibili” (come la carne bovina) è stata abbassata dall’8% al 5%: basta cioè un –5% di prezzo (undercut) combinato con +5% di volumi preferenziali o –5% dei prezzi all’import, calcolati su media triennale, per aprire il dossier. I tempi d’inchiesta non superano i 4 mesi e, nei casi urgenti, possono scattare misure provvisorie in 21 giorni. Un segnale politico che vale pure per import sotto TRQ (quote con dazio ridotto), per la prima volta esplicitamente coperti dal “salvagente”.

Il giorno prima del voto, la cronaca ha registrato circa 5.000 manifestanti e l’arrivo di centinaia di trattori fino alle sedi istituzionali. Un clima teso, con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nel mirino dei fischi. Ma la decisione dell’Europarlamento di inviare il dossier alla CGUE rimanda il braccio di ferro di mesi e, secondo alcune stime, anche anni. Nel frattempo la Commissione può valutare forme di applicazione provvisoria dell’intesa, se e quando matureranno le condizioni giuridiche.

Il quadro dei numeri: import, quote e impatto atteso a livello UE

Il Joint Research Centre della Commissione ha quantificato l’incremento potenziale delle importazioni di bovino fino al +22–24% rispetto allo scenario “base” al 2032 qualora si sommino i principali accordi (in primis Mercosur). In parallelo, le importazioni UE di pollame salirebbero fino al +28,3%, mentre la produzione europea calerebbe di 1–2% a seconda del settore carne. Tradotto in valore, il deficit commerciale UE sulla carne bovina verso il Mercosur salirebbe a circa 1,4 miliardi di euro nel 2032 (da 1,0 nel 2023). Numeri che, per la Commissione, vanno letti accanto ai benefici netti sugli export agroalimentari europei (vino, lattiero-caseario, trasformati) e alle clausole di salvaguardia.

Gli stessi factsheet della DG Trade ribadiscono che la nuova quota bovini (99.000 t) rappresenta circa l’1,5% della produzione europea ed è “meno della metà” degli attuali flussi di carne dal Mercosur (oltre 200.000 t), mentre la quota pollame (180.000 t) vale circa l’1,3–1,4% della produzione UE: un’iniezione “misurata”, secondo Bruxelles, e controbilanciata da safeguard e standard SPS invariati per le importazioni.

L’Italia, anello debole sull’autoapprovvigionamento

Qui il quadro cambia. I dati Ismea indicano che il grado di autoapprovvigionamento italiano per la carne bovina si è ridotto al 38,9% nel 2024 (era sopra il 48% nel 2020–2022): l’Italia resta dunque strutturalmente dipendente dall’estero, sia per carne sia per ristalli (giovani bovini da ingrasso), con forte concentrazione sulla Francia. Nel 2025 Ismea registra un aumento della produzione, ma conferma la “vulnerabilità” della filiera: nel primo semestre 2025, calano le importazioni complessive di carne –2% (fresche –3,6%, congelate +7,2%) e, per le congelate, crescono i volumi da Argentina e Uruguay, mentre scendono dal Brasile, che resta comunque primo fornitore (oltre 50% delle congelate).

Sul piano delle imprese, il numero di allevamenti da carne è sceso da 89.680 (2022) a 80.229 (2024); la consistenza bovina totale cala da 5,49 a 5,33 milioni di capi nello stesso arco, mentre il fatturato dell’industria bovina vale 6,8 miliardi nel 2024. La dipendenza dall’estero si riflette nel consumo apparente (circa 905 mila t.e.c. nel 2024) e in un saldo import-export di carne sostanzialmente negativo in volume. È un contesto che amplifica l’effetto di qualunque shock sui prezzi e sui margini.

Nuove quote dal Mercosur: quanto pesano davvero in Italia?

Un dato spesso trascurato: nella mappa UE dei flussi di bovino da Mercosur, l’Italia figura stabilmente fra i principali importatori. Una rielaborazione TESEO–CLAL stima che nei primi nove mesi del 2024 l’Italia sia stato il secondo Paese UE per import di carne bovina dal Mercosur (circa 30.000 t), dietro ai Paesi Bassi (oltre 36.800 t). In prevalenza si tratta di disossato fresco/refrigerato e disossato congelato. Se si considera che la nuova TRQ UE di 99.000 t verrà ripartita fra i quattro Paesi Mercosur e i 27 Stati membri con regole ancora da definire, l’effetto diretto sui volumi destinati all’Italia potrebbe essere “porzionato”, ma non trascurabile per il segmento delle congelate dove il Brasile pesa già sopra il 50%.

Prezzi e margini: tre scenari fino al 2040

Di fronte a quote europee numericamente “limitate” ma concentrate su comparti sensibili, l’impatto sull’Italia dipenderà da come si combineranno tre fattori: la ripartizione della quota UE tra Stati membri, la tempistica di phasing-in (cinque/sei anni), e l’uso effettivo delle clausole di salvaguardia. Alla luce degli studi JRC e dei dati Ismea, e senza forzare previsioni oltre l’evidenza disponibile, si possono delineare tre profili di scenario al 2040.

  • Scenario 1 – “Assorbimento ordinato”: la quota bovini (99.000 t) si distribuisce principalmente su mercati UE con grande capacità logistica e di trasformazione (Benelux, Germania), con un aumento “modesto” dei flussi diretti in Italia. In questo quadro, i prezzi alla stalla italiani risentono di una lieve pressione al ribasso nelle congelate e in alcune categorie di fresche standardizzate, assorbita però dalla domanda del fuori casa e da un parziale spostamento di mix verso tagli premium e Igp. L’impatto su margini e redditività per gli allevamenti rimane “gestibile” ma costringe a ulteriori efficienze (alimentazione, benessere animale certificato, contratti di filiera). Questo esito è compatibile con l’evidenza JRC di cali produttivi UE contenuti (–1/–2%) e incrementi d’import controllati da safeguard.
  • Scenario 2 – “Pressione selettiva”: la quota UE viene utilizzata in misura significativa su congelate dirette ai Paesi mediterranei, includendo l’Italia su alcune linee industrial–foodservice. In assenza di safeguard tempestive, il differenziale di costo genera sconti alla macellazione e lungo la IV gamma di trasformazione carne, con un riflesso sui prezzi all’ingrosso e, a cascata, sulla Gdo. In questo caso, l’Italia subisce il combinato disposto della bassa autonomia (autoapprovvigionamento 38,9%) e dell’indebolimento della base allevatori (–9.400 aziende in due anni), con rischi su occupazione territoriale e capacità di ingrasso nazionale.
  • Scenario 3 – “Freno regolatorio”: l’utilizzo delle soglie 5% e la disponibilità di misure provvisorie in 21 giorni spingono Commissione e Stati membri ad attivare con frequenza la clausola di salvaguardia su segmenti in sofferenza. Il messaggio di policy riduce l’appetito per esportazioni aggressive su alcune linee di prodotto; i flussi si stabilizzano sotto la TRQ, con effetti prezzo marginali. È l’esito più favorevole per i margini degli allevatori italiani, ma richiede monitoraggio dati continuo e istruttorie ben documentate da parte di Roma e della filiera.

In tutti e tre gli scenari, il fattore tempo conta: la piena attuazione della quota richiede anni; la domanda interna italiana oscilla; e la competizione per i ristalli con la Francia resta un vincolo. Per il consumatore, l’effetto al banco potrebbe oscillare fra “impercettibile” e “leggero” in funzione della categoria di taglio e del canale: il grosso del ribasso, se ci sarà, tenderà a emergere sulle linee standard e congelate più esposte alla concorrenza internazionale. Gli studi JRC non indicano shock sui prezzi al consumo, ma una pressione sui valori alla produzione che richiede misure di mitigazione.

Le incognite geopolitiche e l’effetto “campioni nazionali”

C’è un ulteriore elemento: il ruolo dei grandi player sudamericani. Analisi indipendenti ipotizzano, per gruppi come JBS, un beneficio potenziale cumulato fino a 1,7 miliardi di euro entro il 2040 se l’accordo decollasse, per effetto di dazi ridotti e maggiori volumi vendibili rientranti nelle TRQ. Stime da prendere con prudenza, ma che segnalano la capacità dei campioni nazionali di spingere in modo selettivo su linee ad alto value-for-money per il mercato europeo. Per questo la leva dei controlli e dei requisiti SPS (immobilizzati al livello UE) resta decisiva.

Cosa può fare la filiera italiana, da domani mattina

La politica europea ha messo sul tavolo strumenti “inediti” per contenere urti asimmetrici: safeguard applicabili anche sotto TRQ, soglie al 5%, istruttorie veloci e report semestrali di mercato. Ora tocca alla filiera italiana costruire difese industriali e commerciali. Almeno cinque mosse appaiono immediate:

  • Spingere su contratti di filiera pluriennali con indicizzazione trasparente dei costi alimentari e standard di benessere animale come asset competitivo.
  • Accelerare la diversificazione degli approvvigionamenti di ristalli (Cechia, Irlanda, Polonia in crescita), riducendo la dipendenza dalla Francia e la volatilità di prezzi e disponibilità.
  • Rafforzare la segmentazione di prodotto: filiere Igp/Qualità e tagli premium protetti da marchi e Gdo a scaffale, dove la concorrenza di congelate standard pesa di meno.
  • Supportare, tramite AGEA e strumenti regionali, programmi di efficienza zootecnica (miglioramento genetico, gestione alimentare, riduzione antibiotici), per comprimere i costi unitari senza abbassare gli standard.
  • Preparare, insieme al Mipaaf e alle Regioni, un cruscotto early warning per attivare rapidamente le safeguard quando i dati (volumi/prezzi) mostrano il superamento delle soglie 5%.

Un punto fermo: standard e reciprocità

Sul capitolo standard, l’accordo non abbassa di un millimetro i requisiti SPS europei: ciò che entra deve rispettare le regole UE in tema di sicurezza alimentare e tracciabilità. Qui si gioca la credibilità del sistema: viene ricordato che solo il 3% delle merci viene fisicamente verificato nei porti e chiede più ispezioni; si insiste su reciprocità e “zero tecnico” per i residui. La risposta europea, oltre alle safeguard, passa per l’implementazione rigorosa dei controlli e per i report semestrali della Commissione su import e rischi di squilibrio.

Cosa sappiamo oggi, cosa resta incerto

Il 21 gennaio 2026 il Parlamento ha scelto il rinvio alla Corte di giustizia e l’iter di ratifica si è complicato. Resta il quadro tariffario-quantitativo su cui tutti hanno già fatto i conti: 99.000 t di bovino al 7,5%, 180.000 t di pollame duty-free, 25.000 t di suino a 83 €/t, plus azzeramento della Hilton (10.000 t). Per la Commissione, gli effetti macro sono “limitati” e gestibili con le safeguard; per la base produttiva italiana, la combinazione di basso autoapprovvigionamento e concentrazione dei fornitori esteri rende concrete le preoccupazioni su prezzi e redditività. La verità, come spesso accade, sta nella gestione: tra quote e clausole, oggi il risultato non è scritto.

Entro il 2040: una rotta realistica per l’Italia

Guardando al 2040, la traiettoria più credibile per la filiera bovina italiana tiene insieme tre linee:

  • Consolidare la produzione interna — non tanto in volumi assoluti, quanto in valore: benessere animale, riduzione emissioni, nutrizione di precisione e certificazioni diventano il modo più efficace per difendere prezzi e margini da una concorrenza che gioca sul costo.
  • Ricomporre la dipendenza dagli input esteri: più fornitori alternativi per ristalli e più integrazione contrattuale lungo la catena per stabilizzare i prezzi.
  • Usare senza timidezze gli strumenti UE: monitoraggio dei prezzi all’import, safeguard su soglie 5%, e dossier tecnico pronti a dimostrare “pregiudizio serio” con dati Ismea ed Eurostat. È così che le quote Mercosur restano un’onda lunga gestibile, e non uno tsunami.

In controluce, un messaggio per la politica: il capitolo carni del dossier Mercosur non è un “tutto o niente”. È una politica industriale da scrivere, fatta di scelte operative su controlli, marchi territoriali, contratti, export di valore (formaggi e trasformati nei mercati sudamericani) e difesa intelligente del mercato interno. In una parola: governance.

Se la filiera italiana riuscirà a fare questo salto, nel 2040 l’effetto delle 99.000 tonnellate sarà ricordato più per come l’Italia avrà saputo trasformare un rischio in spinta al valore, che per i decimali di quota di mercato persi o guadagnati sugli scaffali.

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