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Agricoltura italiana tra dazi e nuove intese: la rotta di Giansanti per un export più forte

Multilateralismo con regole e reciprocità, investimenti in logistica e costi di produzione più leggeri: la strategia per blindare il Made in Italy agroalimentare tra USA, Asia e il dossier Mercosur

Massimiliano Giansanti — presidente di Confagricoltura e del Copa

Massimiliano Giansanti — presidente di Confagricoltura e del Copa

Una mattina gelida a Berlino, 4 febbraio 2026: padiglioni stracolmi, cassette di mele lucide, agrumi profumati, stand italiani affollati dove si parla di catene del freddo, packaging sostenibile e contratti che si chiudono con una stretta di mano. È la cartolina di Fruit Logistica, la fiera che ogni anno misura il polso dell’ortofrutta mondiale. Eppure, dietro i banconi tirati a lucido, l’altra metà della storia è fatta di noli altalenanti, costi energetici tornati a mordere e dazi che rischiano di rimettere in discussione i conti delle imprese. È in questo contesto che l’appello di Massimiliano Giansanti — presidente di Confagricoltura e del Copa — suona come un’agenda operativa più che come uno slogan: servono “politiche commerciali basate sul multilateralismo e su regole certe, con al centro il principio di reciprocità”, insieme a interventi su costi di produzione e logistica per sprigionare il potenziale del Made in Italy. .

Un’Europa che riposiziona l’export: USA primo orizzonte extra-UE, Asia da presidiare

Nei mesi scorsi, l’Unione europea ha dovuto riallineare rapidamente la propria bussola commerciale. Il mercato statunitense resta il riferimento extra-UE più prezioso: nel 2024 le esportazioni agroalimentari europee verso gli USA sono cresciute di circa +12%, confermando gli Stati Uniti come secondo sbocco per valore dopo il Regno Unito, con vini, oli e prodotti cerealicoli tra i trainanti. Ma le frizioni sui dazi non sono cessate e il tema continua a tenere in allerta le filiere. .

L’appello alla fermezza — con il ricorso agli strumenti WTO qualora necessario — è stato esplicito da parte di Giansanti già nel 2025, quando ribadì che l’Europa deve difendere l’accesso al mercato americano e tutelare i comparti più esposti, a partire da pasta, conserve e vino nella fascia medio-prezzo. . Sul fronte statunitense, il messaggio politico non è meno netto: il vice-presidente JD Vance ha chiesto che i mercati europei restino “aperti ai prodotti USA”, con un dialogo in corso con Bruxelles su barriere e standard. .

Accordi che funzionano (Giappone e Canada) e il tassello indiano che cambia il gioco

La traiettoria “apri-mercati con tutele” evocata da Giansanti trova riscontri concreti in alcuni accordi commerciali. Con il Giappone, l’EPA ha ridotto drasticamente i dazi su prodotti-chiave: vino a dazio zero all’entrata in vigore, suino premium a 0% in dieci anni, manzo dal 38,5% al 9% in 15 anni, pasta e cioccolato verso lo zero in 10 anni, e canali preferenziali per i formaggi europei. Risultato: un mercato storicamente protetto che si è aperto anche all’agroalimentare di qualità. ; .

Con il Canada, il CETA in applicazione provvisoria dal 2017 ha sostenuto l’interscambio: nei primi cinque anni le esportazioni di beni dall’UE verso il mercato canadese sono salite di circa +26%, con +44% di PMI esportatrici rispetto al pre-CETA e un forte contributo anche all’accesso a materie prime (metalli, minerali, fertilizzanti) cruciali per le filiere agroalimentari e i costi di produzione. Restano nodi politici in alcuni Stati membri — in Francia il Senato ha respinto la ratifica nel 2024 — ma i dati di scambio indicano benefici economici tangibili. ; .

Il vero spartiacque del 2026 è però il capitolo India: l’UE e Nuova Delhi hanno concluso a fine gennaio 2026 i negoziati del free trade agreement, un’intesa definita la più ampia per entrambe le parti, con potenziali effetti sistemici sull’export europeo, anche agroalimentare. Tra i punti-chiave, una forte riduzione dei dazi su macchinari, chimica, farmaceutica e un miglior accesso per vini, olio d’oliva e trasformati; sul fronte indiano, maggiore competitività per tessile, calzature e pelle grazie al taglio dei dazi UE fino al 12–17%. Il percorso formale di approvazione è in corso, ma la cornice è fissata: un’area di libero scambio che vale circa un quarto del PIL mondiale e 2 miliardi di persone. ; ; .

Mercosur, il dossier più sensibile: perché l’agro europeo (e italiano) frena

Sul Mercosur, la posizione di Giansanti è netta da tempo: l’accordo — così com’è — non garantisce reciprocità su standard sanitari, ambientali e sociali, e rischia di scaricare costi su comparti fragili come riso, pollame, zucchero e bovini, con una tutela insufficiente e senza risorse dedicate per eventuali shock. . A gennaio 2026, lo stesso Giansanti ha ribadito il “no ad accordi sbagliati” e chiesto “più risorse alla PAC” per accompagnare la transizione del settore, dal Parlamento europeo di Strasburgo. .

Il tema è tanto più attuale dopo l’annuncio della presidente Ursula von der Leyen di procedere alla “applicazione provvisoria” dell’intesa, mossa che ha spaccato le capitali europee: Francia critica, Germania favorevole, dibattito acceso al Parlamento europeo e possibili ricorsi. Per l’agroalimentare italiano, le incognite riguardano volumi e condizioni di accesso alle nostre piazze, con il rischio di competizione su costi e pratiche agricole non allineate ai nostri standard. In una stagione di proteste agricole, la parola-chiave resta reciprocità. ; .

Lato Italia: numeri in crescita, ma la forbice import/export del 2025 preoccupa alcune filiere

Mentre l’export complessivo dell’Italia ha chiuso il 2025 con +3,3% in valore e un surplus commerciale di oltre +50,7 miliardi di euro, l’agroalimentare ha tenuto bene a 72–73 miliardi secondo diverse rilevazioni, ma con segnali meno uniformi tra comparti. L’Istat ha certificato l’avanzo record dell’interscambio totale, dovuto interamente ai mercati extra-UE, e una flessione dei prezzi all’import su base annua, con l’energia in attenuazione ma acquisti più elevati per agricoltura e alimentari. ; .

Nel quadro delineato da Giansanti, il 2025 avrebbe visto l’Italia tornare “importatore netto di cibo”, con un disavanzo attorno a 760 milioni e importazioni in aumento “di oltre 10%”, dato che riflette anche rincari su caffè e cacao lungo tutta l’UE. Il dato — citato nel suo intervento — va letto accanto ai report europei che segnalano, per il 2024, un surplus agroalimentare UE e un aumento delle importazioni per prezzi delle commodities tropicali, fattore che impatta la nostra bolletta alimentare. Tradotto: bene l’export ma vulnerabilità su input e materie prime. ; ; .

Il tallone d’Achille: logistica e costi di produzione

Nell’elenco delle priorità, logistica e costi di produzione vengono prima ancora del marketing. Dopo l’emergenza Mar Rosso/Suez, con rotte allungate e container rincarati, i noli hanno vissuto nel 2025 una fase di oscillazione: indice Drewry WCI sceso in autunno fino a circa 1.650–1.800 dollari/FEU, poi un recupero a fine anno su alcune direttrici Asia–Europa fino a oltre 3.400 dollari sulla Shanghai–Genoa, a riprova di una volatilità che penalizza soprattutto i deperibili e chi lavora su margini stretti. ; ; .

Non stupisce che le organizzazioni di filiera abbiano sollecitato il governo a intervenire su costi di trasporto e rotte ritenute artificiosamente allungate nonostante il parziale rientro dell’allerta nel Canale di Suez. Il timore: un “dazio occulto” che erode competitività, soprattutto verso i mercati asiatici dove il mare incide fino all’85% delle nostre spedizioni agroalimentari, e le Americhe dove si sale al 96%. .

Sul fronte energia, resta strategico comprimere il prezzo effettivo per le imprese energivore e per chi gestisce catene del freddo e trasformazione alimentare: strumenti come la cosiddetta gas release sono stati rilanciati dal mondo industriale per calmierare i picchi dei costi in una fase di alta incertezza. .

Fiere, promozione e “sistema Paese”: quando ICE fa la differenza

La promozione all’estero non è un di più: è un moltiplicatore dell’export quando la logistica non rema contro. A Fruit Logistica 2026 l’Italia si è presentata come primo Paese espositore con circa 380 aziende su 2.458 partecipanti, con il supporto dell’Agenzia ICE e dei desk Invest in Italy dedicati anche alle opportunità nel settore logistico. La presenza italiana — tra stand regionali, OP e consorzi — ha confermato che la domanda internazionale di ortofrutta di qualità resta solida, ma chiede affidabilità nelle consegne e servizi post-vendita. ; ; .

È il tipo di “vivacità” che Giansanti riconosce come frutto anche di una “rinnovata capacità di ascolto” delle istituzioni e di una regia più coesa tra MAECI, ICE, SACE, SIMEST e territori. Obiettivo: rendere strutturale l’internazionalizzazione delle PMI agroalimentari e accompagnarle su mercati lontani, dall’Indo-Pacifico all’America del Nord. ; .

Multilateralismo sì, ma con “paletti” chiari: reciprocità e clausole di salvaguardia

Quando Giansanti invoca il multilateralismo, la bussola è operativa: non un’apertura ingenua, ma scambi regolati da standard equivalenti e meccanismi di salvaguardia rapidi. L’accordo con l’India — che prevede, secondo i documenti di sintesi, audit rafforzati e controlli di frontiera per tutelare la sicurezza alimentare UE — indica la strada: accesso ai mercati in cambio di regole e trasparenza, inclusa la consultazione preventiva su eventuali export duties sensibili. ; .

Dove la reciprocità non è garantita — come sottolineato per il Mercosur — crescono le resistenze politiche e di filiera. Non a caso anche il mondo cooperativo italiano ha invocato “livelli di reciprocità” per proteggere i sistemi europei: segno che la faglia tra apertura e tutela attraversa più sigle e più comparti. .

Che cosa serve adesso: una check-list per l’agroalimentare italiano

  • Tagliare i colli di bottiglia nella logistica:
    • accelerare gli investimenti in porti e interporti;
    • sostenere intermodalità e catena del freddo;
    • vigilare sulla trasparenza delle rotte e dei noli su tratte strategiche (Mar Rosso/Suez), scoraggiando eventuali extraprofitti a danno dei deperibili. ; .
  • Alleggerire i costi di produzione:
    • strumenti pro-energia per ridurre il gap competitivo (anche tramite gas release o equivalenti);
    • credito d’imposta su innovazione di processo e efficientamento nella trasformazione e nel freddo. .
  • Spingere sugli accordi “buoni”:
    • capitalizzare Giappone e Canada dove la domanda è premium e i dazi sono in gran parte abbattuti;
    • entrare sull’India con piani-mercato dedicati per vino, olio, pasta e trasformati, sfruttando finestre tariffarie e regole più chiare;
    • valutare con prudenza il Mercosur, chiedendo safeguard rapide e dotate di risorse per eventuali impatti su riso, avicolo, zucchero, bovino. ; ; ; .
  • Rafforzare la promozione:
    • stabilizzare budget per ICE e azioni in fiera e GDO estera;
    • integrare supply chain e promozione per garantire servizio e continuità di consegna (requisito essenziale per buyer extra-UE). .
  • Gestire i rischi-Paese:
    • assicurazioni all’export mirate (tramite SACE/SIMEST), soprattutto nei mercati “nuovi” ad alto potenziale ma con volatilità logistica o regolatoria.

Conclusione: la bussola di Giansanti, tra realismo e ambizione

Nella stagione in cui l’Europa discute di dazi, clausole verdi, standard e geopolitica del cibo, il pragmatismo di Massimiliano Giansanti mette in fila le priorità senza giri di parole: regole e reciprocità nel commercio, multilateralismo che apra mercati ma li renda anche prevedibili, logistica e costi sotto controllo per non bruciare margini. Le fondamenta ci sono: con Giappone e Canada il modello funziona, con l’India si spalanca una porta gigantesca, mentre il Mercosur resta un terreno minato che chiede garanzie vere.

La fotografia scattata a Berlino a inizio febbraio 2026 racconta un’Italia dell’ortofrutta desiderosa di correre. Perché corra davvero, bisogna però lisciare la pista: porti, interporti, noli trasparenti, energia a prezzi sostenibili e una diplomazia commerciale capace di negoziare, controllare e — quando serve — dire di no. Solo così il Made in Italy agroalimentare potrà trasformare l’onda lunga degli accordi “giusti” in quote di mercato durature, senza lasciare indietro i settori più esposti. È la differenza tra fare export e fare politica industriale dell’export: quella che mette insieme chi semina, chi trasforma e chi vende al mondo intero, con la certezza che le regole valgano per tutti.

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