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28.02.2026 - 11:57
Massimiliano Giansanti — presidente di Confagricoltura e del Copa
Una mattina gelida a Berlino, 4 febbraio 2026: padiglioni stracolmi, cassette di mele lucide, agrumi profumati, stand italiani affollati dove si parla di catene del freddo, packaging sostenibile e contratti che si chiudono con una stretta di mano. È la cartolina di Fruit Logistica, la fiera che ogni anno misura il polso dell’ortofrutta mondiale. Eppure, dietro i banconi tirati a lucido, l’altra metà della storia è fatta di noli altalenanti, costi energetici tornati a mordere e dazi che rischiano di rimettere in discussione i conti delle imprese. È in questo contesto che l’appello di Massimiliano Giansanti — presidente di Confagricoltura e del Copa — suona come un’agenda operativa più che come uno slogan: servono “politiche commerciali basate sul multilateralismo e su regole certe, con al centro il principio di reciprocità”, insieme a interventi su costi di produzione e logistica per sprigionare il potenziale del Made in Italy. .
Nei mesi scorsi, l’Unione europea ha dovuto riallineare rapidamente la propria bussola commerciale. Il mercato statunitense resta il riferimento extra-UE più prezioso: nel 2024 le esportazioni agroalimentari europee verso gli USA sono cresciute di circa +12%, confermando gli Stati Uniti come secondo sbocco per valore dopo il Regno Unito, con vini, oli e prodotti cerealicoli tra i trainanti. Ma le frizioni sui dazi non sono cessate e il tema continua a tenere in allerta le filiere. .
L’appello alla fermezza — con il ricorso agli strumenti WTO qualora necessario — è stato esplicito da parte di Giansanti già nel 2025, quando ribadì che l’Europa deve difendere l’accesso al mercato americano e tutelare i comparti più esposti, a partire da pasta, conserve e vino nella fascia medio-prezzo. . Sul fronte statunitense, il messaggio politico non è meno netto: il vice-presidente JD Vance ha chiesto che i mercati europei restino “aperti ai prodotti USA”, con un dialogo in corso con Bruxelles su barriere e standard. .
La traiettoria “apri-mercati con tutele” evocata da Giansanti trova riscontri concreti in alcuni accordi commerciali. Con il Giappone, l’EPA ha ridotto drasticamente i dazi su prodotti-chiave: vino a dazio zero all’entrata in vigore, suino premium a 0% in dieci anni, manzo dal 38,5% al 9% in 15 anni, pasta e cioccolato verso lo zero in 10 anni, e canali preferenziali per i formaggi europei. Risultato: un mercato storicamente protetto che si è aperto anche all’agroalimentare di qualità. ; .
Con il Canada, il CETA in applicazione provvisoria dal 2017 ha sostenuto l’interscambio: nei primi cinque anni le esportazioni di beni dall’UE verso il mercato canadese sono salite di circa +26%, con +44% di PMI esportatrici rispetto al pre-CETA e un forte contributo anche all’accesso a materie prime (metalli, minerali, fertilizzanti) cruciali per le filiere agroalimentari e i costi di produzione. Restano nodi politici in alcuni Stati membri — in Francia il Senato ha respinto la ratifica nel 2024 — ma i dati di scambio indicano benefici economici tangibili. ; .
Il vero spartiacque del 2026 è però il capitolo India: l’UE e Nuova Delhi hanno concluso a fine gennaio 2026 i negoziati del free trade agreement, un’intesa definita la più ampia per entrambe le parti, con potenziali effetti sistemici sull’export europeo, anche agroalimentare. Tra i punti-chiave, una forte riduzione dei dazi su macchinari, chimica, farmaceutica e un miglior accesso per vini, olio d’oliva e trasformati; sul fronte indiano, maggiore competitività per tessile, calzature e pelle grazie al taglio dei dazi UE fino al 12–17%. Il percorso formale di approvazione è in corso, ma la cornice è fissata: un’area di libero scambio che vale circa un quarto del PIL mondiale e 2 miliardi di persone. ; ; .
Sul Mercosur, la posizione di Giansanti è netta da tempo: l’accordo — così com’è — non garantisce reciprocità su standard sanitari, ambientali e sociali, e rischia di scaricare costi su comparti fragili come riso, pollame, zucchero e bovini, con una tutela insufficiente e senza risorse dedicate per eventuali shock. . A gennaio 2026, lo stesso Giansanti ha ribadito il “no ad accordi sbagliati” e chiesto “più risorse alla PAC” per accompagnare la transizione del settore, dal Parlamento europeo di Strasburgo. .
Il tema è tanto più attuale dopo l’annuncio della presidente Ursula von der Leyen di procedere alla “applicazione provvisoria” dell’intesa, mossa che ha spaccato le capitali europee: Francia critica, Germania favorevole, dibattito acceso al Parlamento europeo e possibili ricorsi. Per l’agroalimentare italiano, le incognite riguardano volumi e condizioni di accesso alle nostre piazze, con il rischio di competizione su costi e pratiche agricole non allineate ai nostri standard. In una stagione di proteste agricole, la parola-chiave resta reciprocità. ; .
Mentre l’export complessivo dell’Italia ha chiuso il 2025 con +3,3% in valore e un surplus commerciale di oltre +50,7 miliardi di euro, l’agroalimentare ha tenuto bene a 72–73 miliardi secondo diverse rilevazioni, ma con segnali meno uniformi tra comparti. L’Istat ha certificato l’avanzo record dell’interscambio totale, dovuto interamente ai mercati extra-UE, e una flessione dei prezzi all’import su base annua, con l’energia in attenuazione ma acquisti più elevati per agricoltura e alimentari. ; .
Nel quadro delineato da Giansanti, il 2025 avrebbe visto l’Italia tornare “importatore netto di cibo”, con un disavanzo attorno a 760 milioni e importazioni in aumento “di oltre 10%”, dato che riflette anche rincari su caffè e cacao lungo tutta l’UE. Il dato — citato nel suo intervento — va letto accanto ai report europei che segnalano, per il 2024, un surplus agroalimentare UE e un aumento delle importazioni per prezzi delle commodities tropicali, fattore che impatta la nostra bolletta alimentare. Tradotto: bene l’export ma vulnerabilità su input e materie prime. ; ; .
Nell’elenco delle priorità, logistica e costi di produzione vengono prima ancora del marketing. Dopo l’emergenza Mar Rosso/Suez, con rotte allungate e container rincarati, i noli hanno vissuto nel 2025 una fase di oscillazione: indice Drewry WCI sceso in autunno fino a circa 1.650–1.800 dollari/FEU, poi un recupero a fine anno su alcune direttrici Asia–Europa fino a oltre 3.400 dollari sulla Shanghai–Genoa, a riprova di una volatilità che penalizza soprattutto i deperibili e chi lavora su margini stretti. ; ; .
Non stupisce che le organizzazioni di filiera abbiano sollecitato il governo a intervenire su costi di trasporto e rotte ritenute artificiosamente allungate nonostante il parziale rientro dell’allerta nel Canale di Suez. Il timore: un “dazio occulto” che erode competitività, soprattutto verso i mercati asiatici dove il mare incide fino all’85% delle nostre spedizioni agroalimentari, e le Americhe dove si sale al 96%. .
Sul fronte energia, resta strategico comprimere il prezzo effettivo per le imprese energivore e per chi gestisce catene del freddo e trasformazione alimentare: strumenti come la cosiddetta gas release sono stati rilanciati dal mondo industriale per calmierare i picchi dei costi in una fase di alta incertezza. .
La promozione all’estero non è un di più: è un moltiplicatore dell’export quando la logistica non rema contro. A Fruit Logistica 2026 l’Italia si è presentata come primo Paese espositore con circa 380 aziende su 2.458 partecipanti, con il supporto dell’Agenzia ICE e dei desk Invest in Italy dedicati anche alle opportunità nel settore logistico. La presenza italiana — tra stand regionali, OP e consorzi — ha confermato che la domanda internazionale di ortofrutta di qualità resta solida, ma chiede affidabilità nelle consegne e servizi post-vendita. ; ; .
È il tipo di “vivacità” che Giansanti riconosce come frutto anche di una “rinnovata capacità di ascolto” delle istituzioni e di una regia più coesa tra MAECI, ICE, SACE, SIMEST e territori. Obiettivo: rendere strutturale l’internazionalizzazione delle PMI agroalimentari e accompagnarle su mercati lontani, dall’Indo-Pacifico all’America del Nord. ; .
Quando Giansanti invoca il multilateralismo, la bussola è operativa: non un’apertura ingenua, ma scambi regolati da standard equivalenti e meccanismi di salvaguardia rapidi. L’accordo con l’India — che prevede, secondo i documenti di sintesi, audit rafforzati e controlli di frontiera per tutelare la sicurezza alimentare UE — indica la strada: accesso ai mercati in cambio di regole e trasparenza, inclusa la consultazione preventiva su eventuali export duties sensibili. ; .
Dove la reciprocità non è garantita — come sottolineato per il Mercosur — crescono le resistenze politiche e di filiera. Non a caso anche il mondo cooperativo italiano ha invocato “livelli di reciprocità” per proteggere i sistemi europei: segno che la faglia tra apertura e tutela attraversa più sigle e più comparti. .
Nella stagione in cui l’Europa discute di dazi, clausole verdi, standard e geopolitica del cibo, il pragmatismo di Massimiliano Giansanti mette in fila le priorità senza giri di parole: regole e reciprocità nel commercio, multilateralismo che apra mercati ma li renda anche prevedibili, logistica e costi sotto controllo per non bruciare margini. Le fondamenta ci sono: con Giappone e Canada il modello funziona, con l’India si spalanca una porta gigantesca, mentre il Mercosur resta un terreno minato che chiede garanzie vere.
La fotografia scattata a Berlino a inizio febbraio 2026 racconta un’Italia dell’ortofrutta desiderosa di correre. Perché corra davvero, bisogna però lisciare la pista: porti, interporti, noli trasparenti, energia a prezzi sostenibili e una diplomazia commerciale capace di negoziare, controllare e — quando serve — dire di no. Solo così il Made in Italy agroalimentare potrà trasformare l’onda lunga degli accordi “giusti” in quote di mercato durature, senza lasciare indietro i settori più esposti. È la differenza tra fare export e fare politica industriale dell’export: quella che mette insieme chi semina, chi trasforma e chi vende al mondo intero, con la certezza che le regole valgano per tutti.
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