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Hormuz si chiude, l’ortofrutta italiana trema: mele ferme, ordini cancellati e costi che tornano a salire

La guerra in Iran non pesa solo sul petrolio: il blocco dello Stretto di Hormuz e le limitazioni nei grandi hub del Golfo stanno colpendo anche il commercio agricolo. Confagricoltura lancia l’allarme su mele e IV gamma, mentre shipping e cargo aereo rallentano o si fermano

Hormuz si chiude, l’ortofrutta italiana trema: mele ferme, ordini cancellati e costi che tornano a salire

Hormuz si chiude, l’ortofrutta italiana trema: mele ferme, ordini cancellati e costi che tornano a salire

La guerra entra nelle filiere
La guerra torna a bussare anche alle porte dell’agricoltura. Non con i carri armati nei campi, ma con le navi ferme, gli aerei che non partono, i container deviati e gli ordini che saltano. La chiusura o il grave blocco operativo dello Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del commercio mondiale, sta infatti producendo effetti immediati anche sulle esportazioni agroalimentari, soprattutto su quelle più delicate e deperibili.

L’allarme di Confagricoltura
A lanciare l’allarme, in Italia, è stata Confagricoltura, che parla apertamente di ripercussioni sugli scambi di prodotti agricoli, «in particolare del fresco». Il nodo è doppio: da una parte l’aumento delle tensioni logistiche e dei costi energetici, dall’altra il blocco delle consegne già programmate verso i mercati del Golfo. Secondo il presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di Confagricoltura, Michele Ponso, ci sono già navi cariche di mele ferme e sono arrivate numerose disdette di ordini per le prossime settimane. Il quadro è stato ripreso anche da ANSA nelle stesse ore.

Le mele non sono un dettaglio
Il tema non è marginale. L’Italia ha chiuso il 2025 con una produzione di mele di circa 2,318 milioni di tonnellate, in linea con l’anno precedente, secondo i dati diffusi da Assomela e rilanciati da ANSA. Sempre Confagricoltura ricorda che l’Arabia Saudita rappresenta il terzo mercato di sbocco per le mele italiane, con un valore di circa 70 milioni di euro, mentre l’intero Medio Oriente supera i 151 milioni di euro. In altre parole: non stiamo parlando di una destinazione accessoria, ma di una piazza commerciale pesante, soprattutto in una fase della campagna in cui una parte rilevante del prodotto deve ancora essere collocata.

Le rotte che cambiano
A rendere più concreto l’allarme non sono solo le dichiarazioni di principio, ma quello che sta già accadendo nella logistica internazionale. MSC ha annunciato che scaricherà i carichi destinati al Golfo nel porto sicuro più vicino, applicando anche un sovrapprezzo di 800 dollari per container per coprire i costi aggiuntivi delle deviazioni. COSCO Shipping, invece, ha sospeso le nuove prenotazioni sulle rotte da e per il Medio Oriente. Sono segnali molto chiari: quando i grandi operatori rivedono le tratte o bloccano le prenotazioni, per gli esportatori il problema smette di essere teorico e diventa immediatamente operativo.

Anche i cieli si restringono
Il blocco non riguarda soltanto il trasporto marittimo. Anche il traffico aereo sta vivendo giornate difficili. Reuters ha documentato migliaia di voli cancellati e forti limitazioni nei grandi hub del Golfo, compresi Dubai, Doha e Abu Dhabi, con pesanti ricadute anche sulla logistica cargo. Ed è qui che entra in gioco un altro comparto sensibile per l’agroalimentare italiano: la IV gamma, che per alcuni mercati si muove proprio attraverso collegamenti aerei rapidi. Gli ordini verso Dubai, segnala Confagricoltura, sono stati annullati proprio per l’assenza di aerei disponibili o per la forte riduzione dell’operatività.

L’energia torna a pesare
C’è poi un secondo livello, forse meno visibile nell’immediato ma potenzialmente ancora più pesante per le imprese agricole: l’energia. Lo Stretto di Hormuz è uno snodo chiave per i flussi mondiali di petrolio e gas e il suo blocco o rallentamento sta producendo forti tensioni sui mercati energetici. Per le aziende agricole questo significa una minaccia diretta sui costi di gestione: refrigerazione, lavorazione, trasporti, irrigazione, serre e conservazione tornano sotto pressione.

Una crisi a tenaglia
Il rischio, quindi, è quello di una crisi a tenaglia. Da una parte si restringono o si inceppano i mercati di destinazione; dall’altra aumentano incertezza, tempi e costi per produrre e consegnare. Nel caso dell’ortofrutta fresca, dove il fattore tempo è decisivo, bastano pochi giorni di ritardo per trasformare una criticità logistica in una perdita commerciale piena. E quando i buyer iniziano a disdire o a congelare gli ordini, la catena si incrina ancora prima che la merce arrivi a destinazione.

Quando la geopolitica entra nei conti
Per l’agricoltura italiana la partita, insomma, non si gioca soltanto nelle campagne o nei mercati europei, ma anche in questi corridoi geopolitici che sembrano lontani e invece toccano da vicino i conti delle imprese. Il caso delle mele è il segnale più immediato, quello che si vede meglio e prima. Ma il messaggio che arriva da Hormuz è più ampio: in un sistema agroalimentare sempre più interconnesso, una guerra a migliaia di chilometri può fermare un container, cancellare un volo, alzare una bolletta e cambiare il destino commerciale di una stagione.

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