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20.03.2026 - 14:00
In una stazione di servizio di provincia, il tabellone lampeggia due cifre che pesano come un giudizio: 1,744 €/l la benzina self, 1,867 €/l il diesel self. Sono medie nazionali rilevate a inizio marzo, non picchi isolati. Mentre gli automobilisti tirano un sospiro amaro, le imprese energivore fanno i conti con marginalità che si assottigliano giorno dopo giorno. In questa cornice, la richiesta del presidente degli agricoltori europei, Massimiliano Giansanti, suona meno come un titolo polemico e più come una diagnosi: servono misure “forti e radicali” da parte del Consiglio europeo, “analoghe a quelle prese durante il Covid”, per assorbire l’urto economico di un continente stretto tra due guerre ai suoi confini e un nuovo ciclo di caro energia.
L’andamento dei carburanti a inizio marzo in Italia mostra incrementi significativi: la benzina self oltre 1,72–1,74 €/l, il diesel self vicino a 1,82–1,87 €/l, con punte in autostrada ancora più elevate. Dati ufficiali della rete Osservaprezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), elaborati da fonti specializzate, fotografano una dinamica che si è accentuata nelle prime settimane del mese. La reazione del Governo, con la riunione d’urgenza della Cabina di regia della Commissione di allerta rapida sui prezzi, indica che la tensione sui listini non è giudicata un semplice rimbalzo tecnico. Nel frattempo, sul fronte delle utenze domestiche, ARERA certifica per il primo trimestre 2026 un calo della bolletta elettrica per i clienti vulnerabili in maggior tutela (−2,7%, con un prezzo di riferimento pari a 27,97 c€/kWh, tasse incluse), mentre il gas registra a febbraio 2026 un prezzo della materia prima in tutela vulnerabili pari a 35,21 €/MWh, in lieve flessione rispetto a gennaio. Numeri che mitigano, ma non annullano, l’effetto combinato di volatilità, incertezza e rincari su carburanti e produzioni.
La doppia crisi — la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e l’acutizzarsi delle tensioni in Medio Oriente, con riflessi sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulle rotte energetiche — ha riaperto la partita della sicurezza energetica europea. A Strasburgo, tra il 9 e il 12 marzo 2026, il Parlamento europeo ha messo all’ordine del giorno il dibattito sulla situazione in Medio Oriente e il Consiglio europeo di marzo, segnalando in chiaroscuro la necessità di una risposta coordinata su energia, competitività e sostegno a famiglie e imprese. A Bruxelles, nelle riunioni preparatorie di febbraio e marzo, i governi hanno spinto per affrontare il capitolo energia non come emergenza ricorrente, ma come dossier strutturale, con spazio per misure a breve termine — quelle che oggi reclamano con forza le categorie produttive — dentro un quadro di riforme più ampio.
L’appello di Giansanti — che guida Confagricoltura ed è alla presidenza del COPA, il coordinamento delle organizzazioni agricole europee — ha un obiettivo semplice: evitare che la somma di costi energetici, fertilizzanti, logistica e tassi spinga filiere già sotto pressione verso una nuova contrazione di investimenti e capacità produttiva. L’esempio richiamato è quello delle risposte Ue durante il Covid: strumenti rapidi, “orizzontali”, con massa critica finanziaria e capacità di arrivare a cittadini e imprese senza frizioni burocratiche. Nel 2020‑2021 l’Unione europea ha dimostrato che un’azione comune può essere più efficace di 27 interventi scollegati; oggi, sostiene il fronte delle imprese, occorre replicare quello schema in chiave energetica, adattandolo alle lezioni apprese dal 2022 in poi.
Negli ultimi dodici mesi l’Ue ha costruito tasselli importanti. Nel marzo 2025, il Consiglio europeo ha accolto l’Action Plan for Affordable Energy della Commissione (presentato a fine febbraio 2025), che combina azioni strutturali e misure a breve termine per alleviare l’impatto su famiglie e imprese, con l’obiettivo di accelerare una vera Unione dell’energia entro il 2030. Il piano dà copertura politica a interventi di emergenza mirati (ad esempio su fiscalità e oneri), invitando però a preservare l’integrità del mercato unico e a evitare distorsioni concorrenziali tra Stati membri.
Nel frattempo, è entrata nel vivo la riforma del mercato elettrico europeo, con l’obiettivo di rendere i prezzi al dettaglio meno dipendenti dalla volatilità dei combustibili fossili, potenziare i contratti per differenza (CfD), crescere nell’uso di PPA e rafforzare la protezione dei consumatori. Sui combustibili, l’Ue mantiene un approccio di diversificazione e riduzione della dipendenza dal gas russo, mentre resta cruciale la gestione coordinata degli stoccaggi e l’uso di piattaforme comuni per gli acquisti.
Non è tutto. Dal 2026 parte il Fondo sociale per il clima — una leva da oltre 86 miliardi di euro fino al 2032 — destinato a sostenere famiglie vulnerabili, microimprese e trasporti nella transizione energetica, inclusi interventi su povertà energetica ed efficientamento. Sul tavolo politico, inoltre, è tornato l’ETS: in Italia, la premier ha chiesto una pausa di riflessione o una revisione per evitare che il sistema dei permessi di emissione sovraccarichi il prezzo dell’elettricità in condizioni di shock energetico. Un dibattito non semplice, che tocca l’equilibrio tra obiettivi climatici e competitività nell’emergenza.
Chiedere “misure da Covid” non significa riaprire la stagione dei lockdown, ma replicare tre ingredienti che allora fecero la differenza:
Applicati all’energia, questi principi si possono tradurre in un pacchetto a più livelli.
Oltre a Giansanti, in queste settimane numerose organizzazioni di impresa hanno invocato un percorso europeo coerente: ristori rapidi e mirati dove gli shock sono più intensi; una fiscalità di emergenza coordinata; regole chiare sugli aiuti di Stato per evitare frammentazioni; e un’accelerazione sugli strumenti di contrattazione energetica di medio periodo. Per l’agricoltura, il nodo fertilizzanti e input energetici è cruciale; per la manifattura, la certezza del prezzo dell’elettricità nei prossimi 12‑36 mesi è la discriminante tra investire o rinviare.
Gli Stati membri conservano leve decisive: accise, oneri di sistema, voucher e bonus sociali. Ma l’esperienza degli ultimi anni insegna che il fai‑da‑te ha due limiti: rischia di spiazzare i partner (chi può spendere di più attira produzioni e capitali) e spesso costa di più, con efficacia minore, rispetto a un disegno comune. Da qui il senso dell’appello: riportare l’energia nell’alveo delle scelte comuni, come accadde nel 2020‑2021 per lavoro, credito e investimenti.
Rispetto al 2022, l’Ue ha oggi strumenti e dati migliori: stoccaggi gas più robusti, maggiore diversificazione delle forniture, un disegno di riforma del mercato elettrico più maturo, una consapevolezza politica — ribadita nelle conclusioni del Consiglio europeo del 20 marzo 2025 e nei lavori preparatori di febbraio‑marzo 2026 — che i prezzi elevati dell’energia sono un freno alla competitività e un rischio sociale. È il momento di farli valere sul campo, con un “pronti, via” che dia ossigeno a chi produce e tutela chi è più esposto.
La richiesta di Giansanti non è una chiamata a sospendere le regole; è una sollecitazione a usarle fino in fondo, adattandole allo stress test del presente. Proteggere famiglie e imprese dai picchi di prezzo senza chiudere il mercato, difendere la filiera agroalimentare e industriale senza arretrare sul Green Deal, sostenere il reddito senza alimentare nuovo debito improduttivo: questa è la tripla sfida.
Per riuscirci, il Consiglio europeo di marzo 2026 — alla luce dei segnali già emersi su energia a prezzi accessibili e risposte coordinate — ha l’occasione di fissare una rotta chiara: via libera a misure selettive e temporanee di sollievo; rafforzamento dei canali comuni per PPA, CfD e acquisti congiunti; accelerazione su reti, interconnessioni e stoccaggi; governance che assicuri monitoraggio trasparente, con dati settimanali su prezzi e impatti per settore.
Sarebbe il modo più concreto per trasformare un appello in politica: non promesse, ma strumenti. E per dare al cartello alla pompa — quel 1,744 €/l che non lascia indifferenti — un significato diverso: un picco che abbiamo imparato a contenere, non l’ennesimo capitolo di una crisi che ci trova impreparati.
In sintesi: nella congiuntura più delicata dall’inizio della guerra in Ucraina, una risposta europea coesa può fare la differenza tra un 2026 di affanno e un 2026 di resilienza. L’appello di Giansanti è, in fondo, un promemoria: l’Europa sa agire quando decide di farlo.