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Italia, turismo del gusto: come l’enogastronomia sta ridisegnando il turismo e può valere un miliardo in più

Dalla consacrazione UNESCO alla sfida delle sinergie: perché il prossimo scatto di crescita passa da cucina, territori e imprese

Cremona, il gusto che fa impresa: l’effetto UNESCO e il turismo enogastronomico che può valere un miliardo in più

Una fila composta ondeggia tra filari brinati di Glera nelle colline del Prosecco. Una guida versa un calice, racconta di terreni e brezze; una coppia di ventenni prende appunti sul telefono, un pensionato americano annuisce. Non è l’ennesima degustazione: è un corso accelerato d’Italia. E la stessa scena, con un lessico diverso, oggi può replicarsi anche dove l’Italia non “si visita” soltanto: dove si produce.

Cremona e la sua provincia sono una di quelle mappe: latte che entra in caseificio all’alba, forme che girano lente, salumi che stagionano, botteghe che spiegano—senza folklore—che cosa significa qualità quando è organizzata, certificata e difesa sul mercato. In un Paese che il mondo viene a “capire” attraverso la tavola, quel sistema non è più solo agroalimentare: diventa turismo, reputazione, margine.

Il tempo è questo. Il 10 dicembre 2025 la cucina italiana è stata iscritta nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO: non una ricetta, ma una pratica sociale che tiene insieme convivialità, stagionalità, trasmissione dei saperi e sostenibilità.
È un sigillo globale che agisce come un acceleratore di fiducia: spinge il viaggio, alza la spesa media, orienta la scelta verso esperienze “con un perché”.

Il bollino e l’onda lunga dei numeri

L’effetto riconoscimento arriva su un ciclo già favorevole. Secondo stime CST per Assoturismo Confesercenti, nel 2025 le presenze straniere in Italia sarebbero salite a 271 milioni (+6,7%), con una spesa dei visitatori esteri stimata in 57,1 miliardi.
E il 2024 ha consolidato la traiettoria: 458,4 milioni di presenze complessive negli esercizi ricettivi (+2,5% sul 2023), nuovo massimo storico.

Dentro questa curva, l’enogastronomia non è più “decorazione”: è una motivazione primaria o co-primaria di viaggio, e soprattutto una leva che permette di distribuire i flussi oltre le capitali dell’arte, di allungare le permanenze, di far respirare aree interne e territori produttivi.

Il salto che vale un miliardo

Qui si gioca la parte più interessante, perché non riguarda l’immagine dell’Italia: riguarda la sua capacità di mettere a sistema ciò che già esiste. Secondo le stime di SRM, ipotizzando una crescita delle presenze turistiche internazionali di almeno il 5% e valorizzando la sinergia con altri tematismi (cultura diffusa, outdoor, wellness, artigianato), il turismo enogastronomico potrebbe generare fino a 1 miliardo di euro di giro d’affari aggiuntivo.
È un numero che parla al Paese intero: la differenza la fa la regia, non la fortuna.

Cremona, dove il prodotto è già territorio

Se c’è un luogo in cui la cucina non è “spettacolo”, ma filiera, è la pianura cremonese. Qui non si parte dall’evento: si parte dall’infrastruttura produttiva. Sei formaggi DOP legano il nome della provincia a un portafoglio di identità riconoscibili: Grana Padano, Provolone Valpadana, Taleggio, Quartirolo Lombardo, Gorgonzola, Salva Cremasco.
E tra i simboli c’è il Salame Cremona IGP, con disciplinare ufficiale pubblicato in Gazzetta Ufficiale: un dettaglio che, nel turismo contemporaneo, diventa parte dell’esperienza perché racconta controllo, origine, reputazione.

Non è solo orgoglio locale: è economia misurabile. Il Rapporto Ismea-Qualivita certifica che la Dop economy non è una nicchia: nel 2024 ha raggiunto 20,7 miliardi di valore alla produzione e pesa circa il 19% del fatturato agroalimentare italiano.
E il Grana Padano, secondo comunicazioni consortili su base Rapporto Ismea-Qualivita, conferma un valore alla produzione di 2,185 miliardi con crescita marcata in valore.

Cremona, in questa geografia, non è una nota a margine: una lettura su base provinciale colloca il territorio tra quelli che generano più valore Dop, con un ordine di grandezza intorno ai 350 milioni.
Qui il turismo del gusto può diventare un prolungamento naturale della filiera: non per “fare vedere”, ma per far restare e far spendere.

Quando la visita smette di essere visita

La domanda non è “quante persone vengono”. La domanda, per chi fa impresa, è: che cosa succede dopo che sono venute.
Il turismo enogastronomico funziona quando esce dall’eccezione e diventa architettura d’offerta:

  • una visita in caseificio che non finisce al banco assaggi, ma si aggancia a bottega, pranzo, racconto del disciplinare, possibilità di spedizione e riacquisto;

  • un mercato che non è solo passeggio, ma orientamento: che cosa comprare, perché, come conservarlo, come portarlo a casa;

  • un territorio che non chiede al turista di “arrangiarsi”, ma lo accompagna: prenotazioni chiare, lingue, orari, ultimo miglio.

Sono dettagli che sembrano piccoli, ma sono quelli che trasformano l’interesse in fatturato. Perché il viaggiatore internazionale è disposto a pagare di più per autenticità e competenza, ma è inflessibile sulle frizioni: se non capisce come prenotare, dove arrivare, che cosa include l’esperienza, passa oltre.

La regia invisibile che fa la differenza

C’è una parola che torna in ogni studio serio: sinergia. Non perché suoni bene, ma perché è l’unico modo per alzare valore senza inseguire volumi ingestibili. L’enogastronomia rende di più quando si incastra con altri temi: paesaggi, ciclabilità, cultura diffusa, artigianato. È lì che si allunga la permanenza e si distribuisce la spesa.

In un territorio come Cremona, dove la reputazione è già forte e la produzione è un contenuto “vero”, il passo successivo è la costruzione di una proposta che sia riconoscibile e acquistabile: calendario, accessibilità, standard minimi di accoglienza, narrazione coerente. Non in chiave patinata: in chiave affidabile.

Perché la finestra è adesso

I numeri del turismo mostrano un’Italia in spinta, con una componente estera determinante e un 2024 da record.
Il riconoscimento UNESCO ha codificato una reputazione che il mondo già attribuiva al Paese: ora la rende più “facile” da scegliere.
E la stima SRM, con quel miliardo potenziale, indica la direzione: non serve inventare un’altra Italia. Serve rendere più scorrevole quella che abbiamo già.

In questo quadro, Cremona ha un vantaggio competitivo raro: può raccontare l’Italia non soltanto con l’immagine, ma con la sostanza—la filiera, i disciplinari, la competenza tecnica, la continuità produttiva. Se il turismo contemporaneo è un modo di “imparare” un Paese, la provincia cremonese è un’aula perfetta: basta aprire la porta giusta, nel modo giusto.

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