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09.02.2026 - 09:27
Simona Tarenghi
C’è yogurt e yogurt. E poi c’è quello che, al primo assaggio, ti costringe a cambiare metro: non perché “grida” più forte, ma perché non ha bisogno di farlo. È con questo spirito che il trasformato ovino dell’Azienda Agricola Bianchessi, guidata da Simona Tarenghi, si è preso la scena al concorso Agri Yogurt, vincendo il riconoscimento per il miglior trasformato ovino d’Italia.
Un premio che pesa anche per un dettaglio non banale: la selezione è tra le più severe del settore, perché mette in gara soltanto una platea ristretta di produttori d’eccellenza. E quando la “corona” arriva, non è un colpo di fortuna: è la fotografia di un percorso.
Tarenghi lo dice senza giri inutili: «Abbiamo scelto di percorrere la strada più difficile e gratificante: lo facciamo come una volta». Tradotto: niente scorciatoie industriali, niente rincorsa alla quantità, e soprattutto un modello commerciale che resta coerente con la filosofia produttiva. La vendita diretta e i mercati contadini, al posto della grande distribuzione, non sono un vezzo romantico: sono una forma di controllo sul proprio lavoro e su ciò che arriva al consumatore.

La parte interessante, qui, è che la parola “tradizione” non è un’etichetta: è una procedura. Il latte degli ovini aziendali viene lavorato subito dopo la mungitura; passa a 90 gradi, poi viene inoculato con due fermenti batterici e da lì — come racconta Tarenghi — «la natura fa il suo corso», fino all’invasettamento. Senza “trucchi”, senza ingredienti che servano a coprire o correggere.
Il risultato è uno yogurt che punta su una promessa semplice (e difficile da mantenere): essere riconoscibile, pulito, leggibile.
Il punto, per Tarenghi, è quasi culturale: «Non è stata una scelta improvvisata… è una presa di posizione chiara». Dentro quella frase c’è una parola chiave per chi fa agricoltura oggi: responsabilità. Non aggiungere zuccheri, non inserire aromi, non “mascherare” significa esporsi. Perché se il prodotto non funziona, si vede subito. Ma significa anche lasciare spazio a un uso più libero e quotidiano: uno yogurt che può restare com’è, oppure diventare ingrediente per creme e preparazioni, senza perdere identità.
Ed è qui che arriva l’immagine più riuscita dell’articolo: «Con un prodotto si può anche scrivere un racconto». Nel loro caso è il racconto del lavoro, del latte, del benessere animale e di chi lo porta a tavola.
La vittoria al concorso, naturalmente, mette un timbro ufficiale. Ma il finale vero — quello che interessa a un territorio — è un altro: il riconoscimento quotidiano di chi sceglie quel vasetto, lo compra, lo ri-compra. Perché i premi fanno curriculum; la fiducia dei consumatori fa azienda.
E quando un prodotto artigianale riesce a tenere insieme metodo, coerenza e gusto, non è solo una storia “bella”: è un’indicazione concreta su dove può andare l’agroalimentare di qualità, anche in piccolo. Senza cambiare faccia. E senza chiedere scusa a nessuno.
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