Un braccio robotico seleziona fragole mature alle 5 del mattino in una serra del Lodigiano, mentre un algoritmo prevede con precisione la resa di un vigneto piemontese incrociando dati satellitari e sensori IoT. È un’immagine che fino a pochi anni fa sarebbe parsa fantascienza. Eppure racconta, meglio di qualsiasi slogan, la trasformazione del lavoro nella filiera del cibo: una rivoluzione silenziosa che in Italia, nel 2025, ha prodotto 121,6 milioni di euro di investimenti nelle startup dell’agrifoodtech (+18% sul 2024), 501 imprese innovative attive (+23%) e 4.410 posti di lavoro creati in dodici mesi (+47%). A dirlo sono i numeri di un ecosistema che corre in controtendenza rispetto al mondo, dove gli investimenti sono scesi del 12% e in Europa del 3,7%. Non si tratta di una meteora: dietro c’è un cambio di paradigma che sta ridefinendo professioni, carriere e competenze richieste in tutta la catena che va dal campo alla tavola. , , .
Il contesto: Italia controcorrente, round più grandi e occupazione in crescita
L’Italia dell’agrifoodtech è una minoranza rumorosa in un mercato globale ancora prudente. Nel 2025 si è ridotta la frammentazione dei capitali: i micro-round sotto i 350mila euro sono scesi dal 60% al 42%, mentre quelli sopra 1 milione sono saliti dal 12,4% al 39,4%. Non solo più soldi: anche più lavoro qualificato, come testimoniano le 4.410 posizioni create. Geograficamente il Nord fa da traino, con la Lombardia hub principale (28,1% delle startup), seguita da Piemonte (11,7%) ed Emilia-Romagna (10,9%), con Veneto e Trentino-Alto Adige al 7,8%. , .
A livello internazionale il quadro resta cauto: secondo i più recenti rapporti, il finanziamento globale all’agrifoodtech ha segnato un altro anno di assestamento, con variazioni che dipendono dai segmenti (in particolare un rallentamento “upstream” e una migliore tenuta “downstream”), segno che gli investitori sono selettivi e prediligono soluzioni con impatto operativo misurabile. .
Il dato forse più importante per chi guarda al lavoro è l’identikit dei founder: età media attorno ai 39 anni, oltre il 90% con laurea e più di un terzo con dottorato; nel 53,1% dei casi si tratta di imprenditori seriali; il 73% porta in dote competenze pregresse nel settore agroalimentare. È il segnale di un ecosistema che premia l’esperienza e la formazione avanzata, e che chiede ai nuovi ingressi skill solide, non improvvisate. , .
L’angolazione che conta: impatto occupazionale e nuove carriere
Se l’innovazione si misura in prototipi, il suo valore sociale si misura in occupazione. Le 4.410 nuove posizioni del 2025 non sono “posti qualunque”: incrociano competenze agronomiche con data science, meccatronica, biotecnologie, supply chain e sostenibilità. La filiera dell’agrifoodtech apre percorsi inediti, che spesso uniscono la concretezza operativa del campo con la sofisticazione dei modelli predittivi.
Di seguito una mappa ragionata delle professionalità in ascesa, con i relativi percorsi di carriera e le competenze chiave.
Le professioni in prima linea
1) Agronomo dei dati e Climate-Ag Specialist
- Cosa fa: integra dati satellitari (programmi Copernicus/Galileo), sensori IoT e modelli climatici per ottimizzare input (acqua, fertilizzanti, fitofarmaci), prevenire stress idrici e malattie, stimare rese e tracciare l’impronta carbonica delle colture.
- Dove si forma: laurea in scienze agrarie o ambientali con specializzazione in remote sensing, GIS, machine learning di base.
- Dove lavora: startup di agritech, società di consulenza per la PAC, cooperative agricole evolute, centri di ricerca, consorzi di tutela.
- Perché crescerà: l’uso dei dati spaziali è priorità per l’agricoltura di precisione e la transizione verde; l’ISMEA spinge su formazione e competenze per portare questi strumenti sul campo. .
2) Meccatronico agricolo e Robotica di campo
- Cosa fa: progetta, integra e mantiene robot mobili, bracci di raccolta, droni e trattori autonomi; calibra attuatori e sistemi di visione per gestire colpi di sole, diserbo di precisione e picking selettivo.
- Dove si forma: ingegneria meccatronica, automazione, robotica, con moduli su imaging multispettrale e sensor fusion.
- Dove lavora: startup di robotica agricola, integratori di sistemi, produttori di macchine, aziende agricole tecnologiche.
3) Data engineer e Machine learning engineer per la filiera alimentare
- Cosa fa: costruisce pipeline data per integrare telemetria dal campo, dati di trasformazione e logistica; sviluppa modelli di previsione della domanda, ottimizzazione degli stock e quality control in linea.
- Dove si forma: informatica, statistica, ingegneria gestionale; competenze in cloud, edge computing, MLOps.
- Dove lavora: piattaforme SaaS per agricoltura e industria alimentare, retailer, operatori logistici.
4) Bioprocess engineer e Food biotech specialist
- Cosa fa: disegna processi di fermentazione e biotrasformazione per ingredienti ad alto valore, proteine alternative, packaging biodegradabili e upcycling di sottoprodotti.
- Dove si forma: biotecnologie industriali, scienze e tecnologie alimentari; competenze in scaling di processo, QA/QC, regolatorio.
- Dove lavora: startup di food biotech, centri R&D, impianti pilota, programmi di accelerazione come FoodSeed. .
5) Sustainability & Circularity manager per l’agroalimentare
- Cosa fa: misura LCA, definisce strategie net-zero, progetta packaging sostenibile e modelli di economia circolare; governa la reportistica ESG.
- Dove si forma: ingegneria ambientale, economia circolare, gestione della sostenibilità; padronanza di standard e metriche ESG.
- Dove lavora: PMI agroalimentari in transizione, grandi gruppi industriali, startup di cleantech per il food.
6) Supply chain technologist e esperto di tracciabilità
- Cosa fa: digitalizza la filiera con IoT, blockchain o sistemi ERP/MES verticali; garantisce rintracciabilità e sicurezza alimentare end-to-end; implementa analisi predittiva su rotte e magazzini.
- Dove si forma: ingegneria gestionale, logistica, data analytics; conoscenza delle norme su sicurezza alimentare.
7) Field success manager e Agri–customer operations
- Cosa fa: ruolo ibrido tecnico–commerciale che porta sul campo soluzioni SaaS o hardware; forma gli operatori, raccoglie dati di adozione e chiude il cerchio tra feedback agricolo e sviluppo prodotto.
- Dove si forma: agraria o zootecnia con forte alfabetizzazione digitale; soft skill di ascolto e change management.
Competenze trasversali: green e digital sono la nuova “patente” del settore
La direzione è chiara da anni: competenze green e digitali non sono un “nice to have”, ma il requisito di base per l’occupabilità. Già le proiezioni del sistema Unioncamere–Excelsior indicavano che entro il 2025 6 lavoratori su 10 avrebbero dovuto possederle; nell’agroalimentare la traiettoria è analoga, perché l’innovazione di processo e la sostenibilità sono il baricentro dei nuovi investimenti. .
Tradotto nella pratica:
- Saper leggere e utilizzare dataset agricoli (meteo, suolo, vigore) e strumenti GIS.
- Comprendere il linguaggio delle API, i concetti base di AI/ML e gli standard di interoperabilità.
- Conoscere indicatori ESG, LCA e requisiti di conformità per mercati e certificazioni.
- Avere un “vocabolario” tecnologico minimo su sensoristica, robotica, automazione.
Dove si forma questo nuovo capitale umano
La crescita dell’ecosistema si accompagna al rafforzamento degli attori che ne alimentano le competenze. In prima fila, programmi che uniscono formazione, impresa e ricerca.
- Verona Agrifood Innovation Hub (VAIH). Polo nazionale che lavora su open innovation e formazione, collegando università, istituzioni e aziende: un’infrastruttura soft che favorisce contaminazione e upskilling. .
- FoodSeed, l’acceleratore foodtech della **Rete Nazionale di CDP Venture Capital SGR con Fondazione Cariverona, UniCredit ed Eatable Adventures tra promotori e co-investitori. Dopo tre edizioni concluse nel 2025, ha aperto la Call4Startups 2026 con ticket iniziale fino a 250mila euro per team selezionati, dotazione complessiva valutata in 15 milioni di euro e oltre 20 startup accelerate nei primi tre anni. Opportunità concrete per profili tecnici e manageriali che vogliono crescere a contatto con imprese e progetti pilota. , , , .
- ISMEA e la rete EU Space/Copernicus. Percorsi orientati a portare osservazione della Terra e servizi satellitari nella pratica agricola, con focus su smart farming e skill spendibili in azienda. .
- Unioncamere. Iniziative per lo sviluppo delle competenze imprenditoriali e dell’innovazione nella filiera, con percorsi che certificano abilità su modelli di business, marketing, dati e trasformazione green/circolare. .
Carriere: come si cresce, da dove si entra
- Entry level. Profili junior con lauree in agraria, biotecnologie, informatica, ingegneria gestionale trovano spazio in analisi dati agricoli, supporto R&D, field operations e supply chain. L’accesso passa spesso da tirocini in startup o da percorsi in acceleratori; la capacità di “sporcarsi le mani” con PoC e prototipi è un vantaggio competitivo.
- Mid-career. Chi ha già esperienza in qualità o produzione alimentare può migrare verso ruoli di data-enabled operations, sustainability management, industrializzazione di processi biotech. Cresce il valore di competenze ibride: conoscere sia il processo sia il dato.
- Senior. Per agronomi, ingegneri e manager con track record in scaling di impianti, business development internazionale e partnership corporate–startup, si aprono posizioni di head of innovation, CTO di filiera, venture partner e program director in acceleratori.
- Imprenditoria. L’identikit dei founder italiani – alta scolarizzazione, esperienza specifica, spesso serialità – indica che la porta dell’imprenditoria resta aperta a chi accumula deep skills e sa tradurle in soluzioni scalabili. La disponibilità di round più consistenti oltre 1 milione di euro nel 2025 è un segnale favorevole anche per chi vuole fare spin-off da università e centri di ricerca. .
Dove si concentrano oggi le opportunità
- Upstream: agritech per automazione delle colture, nuovi sistemi di coltivazione, robotica e intelligenza artificiale applicata al campo.
- Midstream: strumenti digitali per la trasformazione, qualità e sicurezza alimentare, riduzione sprechi, packaging innovativi e tracciabilità.
- Downstream: piattaforme predittive per domanda/offerta, logistica intelligente, servizi per la ristorazione e il retail orientati alla sostenibilità e al controllo dell’impronta ambientale.
La pipeline è alimentata anche da best practice internazionali: in Australia, ad esempio, l’ag-tech è diventata terreno di test per soluzioni pragmatiche su efficienza e clima, pur in un contesto globale in rallentamento. È uno scenario che dialoga con le priorità italiane su acqua, energia, fertilizzanti. .
Le parole chiave del nuovo lessico professionale
- Agricoltura di precisione: uso combinato di sensori, satelliti, droni e AI per decisioni mirate su campo.
- Interoperabilità dei dati: capacità di integrare fonti eterogenee (campo–stabilimento–distribuzione) con API e standard condivisi.
- Economia circolare: valorizzazione di sottoprodotti e riduzione di sprechi lungo la filiera.
- LCA e ESG: misurazione rigorosa degli impatti ambientali e sociali, con riflessi su finanza e mercati.
- MLOps e edge computing: portare modelli AI vicino ai macchinari e gestirne ciclo di vita e affidabilità.
- Tracciabilità end-to-end: dalla genetica alla scaffalatura, con tecnologie che vanno dall’IoT alla blockchain.
Cosa chiedono oggi (e chiederanno domani) le imprese
Dalle testimonianze raccolte nei report emerge una richiesta netta: soluzioni operative, non solo concept. È la lezione che arriva anche dal quadro internazionale elaborato dai ricercatori e dagli investitori: premiate le tecnologie con impatto misurabile su costi, rese, qualità, emissioni e sprechi. In Italia, la spinta a round più consistenti e a programmi di accelerazione strutturati – con partner industriali come Gruppo Amadori, Veronafiere, e centri di ricerca come FBK e Università di Verona – mostra che chi possiede le giuste competenze può crescere rapidamente in contesti ad alto contatto con la realtà produttiva.
Le tre mosse per orientare studio e carriera
- Costruire una base “T-shaped”. Una colonna verticale di specializzazione (es. agronomia, biotech, data) e una barra orizzontale di alfabetizzazione su dati, sostenibilità e processi di filiera.
- Cercare contesti “ibridi”. Stage, tesi e borse in startup, acceleratori e laboratori applicati: la vicinanza a PoC e piloti industriali vale più di un titolo isolato.
- Aggiornarsi su standard e regolatorio. Dalla sicurezza alimentare alla reportistica ESG, fino ai protocolli di tracciabilità: conoscere le regole del gioco accorcia il time-to-value dei progetti e aumenta l’occupabilità.
Perché il 2026 può essere l’anno della maturità
Le tendenze osservate nel 2025 – round più grandi, più posti qualificati, forte domanda di skill – potrebbero consolidarsi nel 2026 se l’ecosistema manterrà la rotta su tre pilastri: capitale umano, scalabilità industriale e mercati esteri. Gli strumenti non mancano: reti come VAIH, programmi FoodSeed, percorsi Unioncamere, iniziative ISMEA sui dati spaziali. Il pezzo che fa la differenza è l’intreccio: mettere insieme ricerca pubblica, aziende e startup su problemi concreti. È lì che nascono nuovi mestieri e che si aprono carriere capaci di tenere insieme la tradizione alimentare italiana e la frontiera tecnologica.
L’immagine di apertura – il braccio robotico, l’algoritmo e il viticoltore – non è un topos futuristico: è una giornata qualunque del lavoro nel futuro agroalimentare. Un lavoro che, sempre più spesso, parla il linguaggio dei dati, ragiona con la sostenibilità, si muove con la meccatronica e misura il successo in rese, qualità, impatto ambientale e nuove competenze. E che promette – numeri alla mano – percorsi di carriera più ricchi e meno stereotipati di quanto il settore avesse mai immaginato.