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22.01.2026 - 11:39
Alle prime luci del mattino, davanti alla sede di Strasburgo, i trattori sono già in fila. I cartelli parlano di “sovranità alimentare”, gli slogan di “reciprocità”. Dentro l’aula, pochi metri più in là, i numeri corrono sul tabellone: 334, 324, 11. È il conto esatto con cui il Parlamento europeo ha deciso di chiedere alla Corte di giustizia dell’Unione europea un giudizio di legittimità sull’accordo Ue‑Mercosur. In apparenza, una mossa procedurale; in realtà, la pietra che può cambiare il corso di 25 anni di negoziato, un’intesa firmata il 17 gennaio 2026 e presentata come la chiave per aprire un mercato da oltre 700 milioni di persone. Ma cosa succede se la Corte, tra qualche mese, dovesse dire “no”?
Un passaggio decisivo, spiegato in tre righe
Effetto ghigliottina su firma e applicazione
Un parere negativo della Corte di giustizia ai sensi dell’articolo 218(11) TFUE ha un effetto chiaro: l’“accordo envisaged” non può entrare in vigore “a meno che non sia emendato o che i Trattati siano modificati”. Tradotto: niente ratifica automatica; o si riscrive il testo, oppure si affronta la via, politicamente impervia, della revisione dei Trattati Ue. È una norma di sistema, ribadita in giurisprudenza e dottrina, dal caso di adesione alla CEDU a quelli commerciali.
Nel caso concreto dell’Ue‑Mercosur, la prima ricaduta riguarderebbe l’iTA, pensato per anticipare i benefici tariffari in attesa dell’EMPA definitivo. Senza il via libera della Corte, l’Europarlamento non potrebbe concedere il proprio consenso all’iTA; se nel frattempo fosse stata considerata un’applicazione provvisoria (ipotesi già discussa nel dibattito politico), un parere avverso renderebbe necessario sospenderla o impedirne l’avvio. La base legale per sospendere l’applicazione di un accordo internazionale esiste nel TFUE (art. 218, par. 9), che attribuisce al Consiglio il potere di decidere la sospensione.
Lo spettro della “competenza mista”
La Corte potrebbe contestare la qualificazione giuridica di alcune parti dell’intesa. È già accaduto con l’Opinione 2/15 sul trattato con Singapore: 16 maggio 2017, i giudici hanno sancito che certi capitoli (ad esempio alcuni profili di investimento) richiedevano la forma di accordo misto, con ratifiche nazionali. Quella decisione portò a “spacchettare” l’intesa in più strumenti per rispettare il riparto di competenze. Se la Corte ritenesse che anche porzioni dell’iTA o dell’EMPA esulano dalla sola competenza esclusiva dell’Unione, l’architettura a “due pilastri” andrebbe ricalibrata. Conseguenza pratica: tempi più lunghi e passaggi in tutti i Parlamenti nazionali.
In Europa: equilibri interni e test di leadership
La partita Ue‑Mercosur è diventata un termometro della politica commerciale europea. Da una parte, Commissione europea e governi industriali del Nord spingono per una strategia di diversificazione delle catene del valore e per una maggiore proiezione geopolitica del continente; dall’altra, un blocco trasversale di forze politiche — dai Verdi a segmenti della destra e della sinistra sovranista — vede nell’accordo un rischio per standard e agricoltura europei. La strettissima maggioranza di 334 a 324 conferma la polarizzazione. Sullo sfondo, le proteste contadine di Strasburgo e la posizione duramente critica della Francia aggiungono pressione sugli equilibri tra Consiglio, Commissione e Parlamento.
Un parere negativo rafforzerebbe politicamente i governi più scettici, che potrebbero rivendicare la correttezza delle loro obiezioni sulla reciprocità e sui meccanismi di salvaguardia agricola. Vero è che Consiglio e Parlamento hanno lavorato, tra fine 2025 e inizio 2026, a un set di safeguards dedicati per i prodotti sensibili, ma un “no” della Corte consentirebbe di rilanciare l’argomento: prima la legge, poi (eventualmente) il mercato.
In America Latina: aspettative e frustrazioni
Sul versante Mercosur, un verdetto sfavorevole verrebbe percepito come l’ennesimo rinvio europeo. Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay hanno firmato l’intesa confidando in un percorso di implementazione graduale: l’iTA come acceleratore commerciale, l’EMPA come cornice di lungo periodo. Bloccare tutto a Bruxelles alimenterebbe l’idea di un’Ue poco affidabile come partner, con il rischio di spingere i Paesi sudamericani verso alternative regionali e intese con altri attori globali. Per leader come Luiz Inácio Lula da Silva, Javier Milei, Santiago Peña e Luis Lacalle Pou, i costi politici di un rinvio “made in Europe” sarebbero tangibili sui rispettivi fronti interni.
Tariffe e quote: il conto per imprese e consumatori
Il pacchetto Ue‑Mercosur promette l’eliminazione di oltre il 90% dei dazi, con aperture importanti su automotive, chimica, farmaceutica, agroalimentare, servizi e appalti pubblici. Un parere negativo congelerebbe queste liberalizzazioni, con un impatto distribuito in modo asimmetrico: i comparti manifatturieri europei perderebbero l’accesso preferenziale promesso; i produttori sudamericani vedrebbero rinviata la riduzione di barriere verso il mercato Ue. In prospettiva, rimarrebbero le tariffe e le quote attuali, e con esse costi più alti e meno scelta per i consumatori. Valutazioni ufficiali stimano che nel 2024 gli scambi di beni tra Ue e Mercosur valessero oltre 111 miliardi di euro, mentre i servizi nel 2023 superavano i 42 miliardi: numeri che definiscono la dimensione del “costo opportunità” di un lungo stand‑by.
Materie prime critiche e diversificazione
Il capitolo supply chain non è marginale. L’accesso più prevedibile a materie prime, input agricoli e componentistica sudamericana è una delle ragioni strategiche dell’intesa. Un blocco legale lascerebbe irrisolto il tema della diversificazione in un contesto globale segnato da concorrenza e coercizione economica. Per molte aziende europee, significherebbe rinviare investimenti e ridefinizioni di filiera già pianificate sulla base dell’iTA. Per i partner del Mercosur, l’assenza di regole più stabili sugli appalti pubblici e sui servizi ritarderebbe aperture attese da anni.
Due strade dopo un “no”: emendare il testo o cambiare i Trattati
L’articolo 218(11) TFUE non lascia zone grigie: con parere avverso, l’accordo “non può entrare in vigore” se non dopo emendamenti che rimuovano i profili di incompatibilità, oppure dopo revisione dei Trattati. Quest’ultima è opzione quasi teorica, per ovvie ragioni politiche e temporali; dunque, la via concreta è riaprire il negoziato per correggere le parti contestate. È accaduto con Singapore: la Corte ha costretto a riscrivere l’architettura, separando i capitoli di competenza esclusiva Ue da quelli “misti”. Con Ue‑Mercosur, la lezione si tradurrebbe in un lavoro di cesello su iTA ed EMPA, evitando che elementi “sensibili” — per esempio investimenti o specifiche clausole istituzionali — compromettano l’intero impianto.
Tempistiche: l’orologio della Corte
Quanto tempo richiede un’Opinione? I precedenti dicono che la finestra va in media da 12 a 18 mesi. Nel caso Singapore, la richiesta fu depositata a luglio 2015 e la sentenza arrivò a maggio 2017. Su questo orizzonte si innesta un ulteriore elemento: più il rinvio si allunga, più aumentano i costi di incertezza per imprese e governi.
1) Commissione europea: una rinegoziazione “mirata” e salvaguardie più robuste
Per la Commissione, un parere negativo significherebbe tornare al tavolo con un mandato mirato:
2) Stati membri: Francia in prima linea, ma non solo
Un “no” della Corte offrirebbe sponda alla Francia, che negli ultimi mesi ha ribadito la propria opposizione “ferma” se Bruxelles cercasse di “forzare” l’intesa, e farebbe convergere altri governi preoccupati per standard ambientali, sanitari e concorrenza nell’agroalimentare. Sul piano istituzionale, un accordo ricalibrato e — se necessario — misto sposterebbe baricentro e tempi verso i Parlamenti nazionali, moltiplicando i veto points e rendendo la traiettoria più incerta.
3) Mercosur: tra pressing interno e nuove sponde esterne
Per i governi di Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, il messaggio politico sarebbe amaro: l’Europa non riesce a superare i propri vincoli interni. La tentazione di diversificare verso altre aree (o di chiedere concessioni aggiuntive all’Ue) crescerebbe. Eppure, proprio un verdetto della Corte potrebbe dare alla Commissione l’alibi tecnico per proporre un pacchetto “fix & fast track”: correzioni giuridiche circoscritte per salvare l’iTA, accompagnate da impegni più visibili su sostenibilità e controlli sanitari, così da isolare il cuore tariffario dalla contesa politica.
Scenario A: rinvio lungo con statu quo commerciale
La Corte individua incompatibilità ampie; l’iTA non parte, l’EMPA resta fermo. Si entra in un limbo di 12‑18 mesi (o più) in cui la partita politica interna all’Ue si irrigidisce — con il rischio di trasformare un problema giuridico in un casus belli politico tra istituzioni e Stati. Intanto, le imprese congelano piani di investimento legati alla riduzione dei dazi e all’accesso a appalti e servizi.
Scenario B: riscrittura chirurgica e ripartenza
La Corte respinge alcuni profili ma indica come sanarli. La Commissione propone una tecnica Singapore: separare con più nettezza i capitoli “Ue‑only” (per l’iTA) da quelli “misti” (per l’EMPA), limando clausole potenzialmente lesive dell’autonomia dell’ordinamento Ue o dell’equilibrio istituzionale. Il costo è qualche mese in più; il beneficio è sbloccare — almeno — la parte commerciale.
Scenario C: naufragio politico
Il no giuridico diventa no politico: in assenza di fiducia, alcuni governi si irrigidiscono; senza consenso, anche la riscrittura si arena. In questo quadro, l’Ue perderebbe credibilità negoziale ben oltre il Mercosur, a partire dai dossier con America Latina e Indo‑Pacifico. È lo scenario che molti a Bruxelles considerano il più costoso in termini di geopolitica economica.
1) L’“iTA” rientra davvero nella competenza esclusiva dell’Ue?
È il cuore del rinvio: se certe clausole dell’iTA invadono il terreno delle competenze condivise (per esempio alcuni aspetti di investimento o risoluzione delle controversie), la forma Ue‑only non regge. L’esito sarebbe un necessario riassetto dei testi e, probabilmente, il passaggio — totale o parziale — alle ratifiche nazionali. L’Opinione 2/15 è il precedente da manuale.
2) Le salvaguardie agricole sono coerenti con i Trattati?
La Corte potrebbe scrutinare la proporzionalità e la base legale dei meccanismi di safeguard: poteri della Commissione, ruolo degli Stati membri, bilanciamento con la politica agricola comune. La recente intesa Consiglio‑Parlamento sulle regole di attivazione — già pensata per l’iTA e poi per l’EMPA — sarà un banco di prova.
3) Autonomia dell’ordinamento Ue e risoluzione delle controversie
L’autonomia del diritto Ue è un totem della giurisprudenza della Corte. Ogni meccanismo che consenta a un organismo esterno di “dire il diritto” applicabile nell’Ue viene esaminato con estrema cautela (vedi le Opinioni sull’adesione alla CEDU). Qui, eventuali comitati misti, clausole di salvaguardia e procedure andranno disegnati per non alterare l’equilibrio istituzionale.
Le manifestazioni di Strasburgo hanno mostrato che sul tema Mercosur non si discute solo di dazi: c’è un conflitto di percezioni. Gli agricoltori temono l’arrivo di importazioni “non equivalenti” agli standard Ue; i promotori dell’intesa rispondono con clausole di reciprocità, monitoraggio e safeguards dedicate. Un parere negativo della Corte potrebbe rafforzare la narrazione secondo cui “meglio fermarsi”, ma non chiuderebbe la disputa di sostanza: l’Ue resterà chiamata a dimostrare che apertura e tutela possono coesistere.
Alla fine, se la Corte di giustizia boccerà l’accordo Ue‑Mercosur, non sarà la fine di una storia. Sarà, piuttosto, l’inizio della sua riscrittura: più chirurgica, più giuridicamente solida, ma anche più lenta. In un mondo che corre, è già un prezzo non banale.
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