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Dialogo transatlantico: Massimiliano Giansanti su trattative e strumenti negoziali con l'amministrazione USA

Dal verdetto della Corte Suprema al tavolo negoziale: cosa chiede l’agroalimentare italiano e quanto tempo c’è per chiudere un’intesa

Dialogo transatlantico: Massimiliano Giansanti su trattative e strumenti negoziali con l'amministrazione USA

Una mattina di fine inverno, mentre nei porti europei container di pasta, vino e olio attendono istruzioni, a Washington un paragrafo di legge decide il destino di miliardi in scambi. Il 20 febbraio 2026, con una pronuncia che ha scosso i mercati, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha demolito la base legale dei dazi più controversi dell’era Trump, quelli imposti usando i poteri straordinari della legge del 1977 nota come IEEPA. La maggioranza di 6-3 ha stabilito che la Casa Bianca non poteva introdurre tariffe generalizzate senza un chiaro mandato del Congresso. Pochi minuti dopo, il presidente ha promesso “alternative” e un dazio globale del 10%, rilanciando la partita. In Italia, il mondo agricolo ha reagito all’unisono: sollievo per lo stop, ma urgenza di un accordo che metta ordine a una fase diventata improvvisamente instabile.

In questo scenario abbiamo raccolto le richieste e le priorità di Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e voce di riferimento del settore. La sua prima reazione fotografa bene l’umore delle imprese: la decisione è stata “inaspettata”, ha “smontato la base giuridica” dei dazi e apre un periodo di “profonda instabilità”, da governare con un accordo “in fretta” con l’amministrazione americana per chiarire quali “strumenti” restino effettivamente sul tavolo rispetto alle intese finora costruite con gli importatori.

Cosa è successo il 20 febbraio e perché conta per l’agroalimentare

Il verdetto della Corte Suprema non cancella la leva tariffaria dagli arsenali di Washington, ma la ridimensiona su un punto cruciale: l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per tassare “quasi tutti i partner commerciali” è privo del necessario fondamento legislativo. Il presidente Donald Trump ha reagito duramente (“mi vergogno per alcuni giudici”), ma ha subito indicato “statuti più forti dell’IEEPA” per proseguire la linea protezionista, evocando l’ipotesi di nuove misure, incluso un 10% generalizzato. Per le imprese europee, e per quelle italiane in particolare, significa che le tariffe che più hanno pesato sulle esportazioni del 2025 potrebbero essere riviste, ma non è affatto finita: la Casa Bianca può tentare di reindirizzare i dazi su altre basi giuridiche.

Gli effetti economici potenziali sono ampi: secondo stime circolate nelle ore successive alla sentenza, gli Stati Uniti potrebbero essere chiamati a rimborsare fino a circa 200 miliardi di dollari di entrate tariffarie accumulate sotto l’ombrello IEEPA — una variabile che da sola illustra la portata dello scontro istituzionale e la sensibilità del dossier per la finanza pubblica statunitense.

“Accordo in fretta”: le tre priorità secondo Giansanti

Giansanti imposta la rotta su tre direttrici che il settore agricolo italiano considera non negoziabili.

  • Chiarezza sugli “strumenti” che l’amministrazione USA può usare a breve. La sentenza mette fuori gioco l’uso dell’IEEPA per tariffe generalizzate, ma lascia in vita altri strumenti, come la Section 232 (per minacce alla “sicurezza nazionale”) e alcuni poteri del Trade Act del 1974 (in forme però più limitate). È proprio su questo crinale che le imprese chiedono certezze operative per programmare vendite e logistica.
  • Tempistiche rapide per un’intesa ponte. Il rischio è che la fase di transizione tra vecchio e nuovo quadro normativo si traduca in ulteriori stop&go alle frontiere, con effetti a catena sui prezzi e sui margini. “Ritengo e spero che si possa ritrovare velocemente un accordo con il presidente degli Stati Uniti”, ha detto il numero uno di Confagricoltura.
  • Salvaguardia delle filiere più esposte. Dalla pasta al vino, passando per formaggi e olio, il 2025 ha già registrato un calo dell’export: secondo CIA – Agricoltori Italiani, le vendite agroalimentari all’estero sono scese del 5% su base annua, con un crollo del 27% a dicembre e 353 milioni di euro in meno di prodotti “Made in Italy” finiti sulle tavole americane. Le imprese non possono permettersi un altro anno di volatilità regolatoria.

Che cosa può ancora fare Washington: i margini legali dopo la sentenza

Nell’architettura del diritto commerciale USA, la decisione della Corte Suprema colpisce il cuore dell’approccio “dazi come emergenza permanente”. Non tocca però misure adottate o adottabili con altri statuti:

  • La Section 232 del Trade Expansion Act del 1962: consente tariffe su acciaio, alluminio e potenzialmente auto, previo parere del Dipartimento del Commercio sulla minaccia alla sicurezza nazionale. Queste misure non sono state oggetto diretto della sentenza e, come ricordato in precedenza da fonti giornalistiche, restano operative fino a distinto intervento.
  • Il Trade Act del 1974: in alcune sue sezioni permette interventi circoscritti, ma con limiti di entità (ad esempio soglie intorno al 15%) e tempo (fino a 150 giorni), assai meno ampi del perimetro IEEPA bocciato dalla Corte. Per l’agroalimentare europeo, un ritorno a questi binari significherebbe condizioni più prevedibili e, almeno in teoria, più trattabili.

Che il colpo all’IEEPA fosse nell’aria, lo si era capito già nelle udienze di novembre 2025, quando anche alcuni giudici di orientamento conservatore avevano espresso scetticismo verso la lettura espansiva dei poteri emergenziali. Oggi quello scetticismo è diventato diritto vivente.

Impatti settoriali: vino e pasta come casi-scuola

Per misurare la distanza tra teoria e pratica basta guardare a due simboli del Made in Italy.

  • Vino. Quando, a marzo 2025, si era affacciata l’ipotesi di un dazio fino al 200% sui vini europei, Giansanti aveva parlato di “provocazione”, ricordando che gli Stati Uniti sono il partner n. 1 per l’export vinicolo italiano (quasi 2 miliardi di euro). Il settore aveva tirato il freno, ma da allora la pianificazione commerciale è rimasta sospesa, tra minacce e contro-minacce. Con il nuovo verdetto, quel rischio si ridimensiona, ma non scompare se la Casa Bianca dovesse re-impacchettare misure alternative.
  • Pasta. Nell’autunno 2025, Confagricoltura aveva acceso un faro sul possibile “super dazio” al 107% — somma di un 15% di linea generale e un ulteriore 91,74% legato a un’indagine di dumping del Dipartimento del Commercio. La sentenza della Corte Suprema rimette in discussione la prima componente se basata su IEEPA; non sfiora, invece, eventuali dazi anti-dumping adottati con le procedure ad hoc. È un esempio perfetto di come “smontare” l’architettura generale non elimini tutte le trincee tariffarie.

La posizione degli alleati e il quadro transatlantico

La reazione internazionale ha un valore politico: il governo del Canada — tra i Paesi più colpiti dall’impostazione dei dazi a largo spettro — ha salutato la decisione come la prova che quelle tariffe erano “ingiustificate”. In Europa, gli agricoltori chiedono alle istituzioni di fare sistema e cogliere l’assist giudiziario per riaprire un negoziato strutturato. 

Q&A con Giansanti: richieste, proposte e tempi per l’accordo

Qual è la prima richiesta dell’agroalimentare italiano a Washington?

Secondo Giansanti, serve una comunicazione ufficiale e rapida sugli strumenti che l’amministrazione intende attivare nei prossimi 30-60 giorni, con una “moratoria tecnica” sulle novità tariffarie che consenta alle imprese di evadere gli ordini in portafoglio senza rischi di improvvisi extra-costi in dogana. La priorità, ribadisce, è evitare che l’instabilità giuridica si traduca in instabilità dei prezzi e dei contratti. (Sintesi da dichiarazioni pubbliche del 20 febbraio e posizioni rese note in precedenza.)

Che proposta concreta porta il settore al tavolo USA?

Un “pacchetto ponte” che congeli nuovi dazi generalizzati e, in cambio, istituisca canali rapidi di consultazione su dossier sensibili (ad es. concorrenza sleale, etichettatura, residui fitosanitari, controlli). L’idea è evitare l’uso indiscriminato della leva tariffaria dove esistono già strumenti settoriali efficaci (anti-dumping, anti-sussidi) e ricondurre le controversie a tavoli tecnici. La cornice potrebbe essere una “dichiarazione transatlantica” tra Commissione europea e amministrazione USA, utile anche a riavviare temi di lungo corso come un TTIP riformulato. (Impostazione coerente con gli interventi pubblici del presidente di Confagricoltura sull’importanza degli accordi commerciali e del dialogo USA-UE.)

Quali sono i tempi realistici?

La finestra è stretta. Entro il primo trimestre post-sentenza — quindi prima della fine di maggio 2026 — il settore chiede di chiudere almeno un’intesa politica di principio, per poi tradurla in protocolli operativi entro l’estate. Il calendario tiene conto della stagionalità delle esportazioni agroalimentari, con ordini significativi in vista dell’autunno e del periodo festivo negli USA. (Tempistica proposta in base all’urgenza esplicitata da Giansanti e all’evoluzione istituzionale.)

Che cosa accade se la Casa Bianca sceglie nuove tariffe sotto altri statuti?

La valutazione è duplice. Da un lato, misure adottate con la Section 232 richiedono indagini formali del Dipartimento del Commercio: processi più lenti e più prevedibili. Dall’altro, opzioni limitate del Trade Act del 1974 imporrebbero soglie e scadenze che, pur fastidiose, sono gestibili con strumenti di copertura e revisione prezzi nei contratti. Per Giansanti, è il momento di trasformare il contenzioso in una trattativa regolata, con benefici di stabilità per entrambe le sponde dell’Atlantico.

Come difendere le filiere più vulnerabili nell’immediato?

Il settore propone tre scudi: 1) una “corsia verde” doganale concordata per prodotti deperibili e spedizioni già in transito; 2) la sospensione coordinata di nuove liste di revisione tariffaria su prodotti UE mentre è in corso il dialogo; 3) un meccanismo di monitoraggio mensile congiunto su prezzi e flussi per prevenire shock all’ultima curva. Il riferimento è anche all’esperienza del “carosello” tariffario connesso alla disputa WTO-Airbus, che ha già mostrato quanto i ricalcoli periodici possano pesare sull’export italiano.

Dentro i numeri: perché l’agroalimentare non può aspettare

Il 2025 ha impartito una lezione severa: quando l’incertezza regolatoria cresce, gli ordini si fermano prima ancora che un nuovo dazio sia effettivo. Le cifre raccolte raccontano la dinamica: -5% l’export agroalimentare sul totale annuo, -27% a dicembre, -668 milioni di euro bruciati tra giugno e dicembre. Numeri che non si spiegano solo con i dazi, ma che certamente li riflettono. Per questo, sottolinea Giansanti, non basta “togliere” o “tenere” un dazio: serve una cornice che consenta alle imprese di fissare prezzi, pianificare spedizioni e onorare contratti con un orizzonte di qualche mese, non di qualche ora.

Le mosse dell’Europa e il ruolo dell’Italia

L’Unione europea è chiamata a un doppio sforzo: difensivo e proattivo. Difensivo dove permangono misure settoriali USA (anti-dumping, contro-sussidi) che non dipendono dalla sentenza. Proattivo nel riaprire un canale politico con Washington che valorizzi le interdipendenze delle filiere, a partire da quelle agroalimentari. In questo, l’Italia può giocare d’anticipo usando il credito accumulato nelle fasi precedenti — quando, per esempio, sull’onda di possibili sanzioni sulla pasta, Confagricoltura e il governo hanno lavorato in tandem per disinnescare una “stangata” da oltre 100%. La posta in gioco non è solo dazio sì/dazio no: è la qualità delle regole che presiederanno i flussi commerciali dell’autunno 2026 e oltre.

“Decisione inaspettata”, “instabilità profonda”, “accordo in fretta”: le tre espressioni chiave usate da Massimiliano Giansanti riassumono la settimana che ha riaperto il dialogo transatlantico. Sullo sfondo c’è una consapevolezza comune: per tenere insieme rigore commerciale e cooperazione strategica servono regole chiare, tempi certi e un metodo condiviso. La Corte Suprema ha scritto una pagina importante, ma non l’ultima. Ora tocca alla politica — da Roma a Bruxelles, fino a Washington — trasformare una frattura in un percorso, con l’agroalimentare italiano seduto al tavolo non come spettatore, ma come parte in causa con richieste precise e proposte concrete.

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